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#ADMyPrivateRoom con Jacopo Foggini

Jacopo Foggini è un artista e designer noto per scardinare i confini tra questi due mondi. Per farlo, si serve delle sue famose creazioni in metacrilato, un materiale industriale solitamente utilizzato nel design automobilistico. La sua prima sperimentazione risale ai primi anni Novanta, quando inizia a utilizzare una macchina di sua invenzione che riscalda il metacrilato fino a 200 gradi Celsius, producendo un filamento che modella con le mani per creare forme luminose, opere monumentali e labirinti di fili in un elegante intreccio di colori. Da qui, nel corso degli anni, ha dato vita a opere sensazionali, corpi luminosi e sculture dalle forme organiche, fluide, insieme a opere site-specific commissionate da hotel, musei, residenze private e spazi pubblici.

Oggi entriamo nella sua casa di Milano, che si trova «Nella via in cui Alessandro Mendini ha lavorato per tutta la sua vita», racconta Foggini. Una casa ricca di ricordi, mutevole, specchio dell’anima curiosa ed eccentrica di chi ci abita, capace di assecondare le esigenze dei progetti e dello spazio.

Che cosa l’ha fatta innamorare di questa casa?

«La luce e il silenzio, pur trovandosi in città».

Che stile ha?

«Eclettico, quello di una Wunderkammer, di un contenitore di vita e di esperienze».

Stanza preferita?

«Il bagno, la vasca da bagno soprattutto, dove leggo, progetto, chiacchiero al telefono per almeno un’ora al giorno».

Oggetto preferito?

«Un frammento di vetro libico trovato durante una spedizione nel deserto con mio padre. È un materiale molto raro, nasce dall’esplosione di uno o più meteoriti nell’atmosfera e poi disperso in alcune aree desertiche; è il materiale utilizzato per la pietra al centro del pettorale trovato nel sepolcro di Tutankhamon».

L’elemento essenziale della sua vita domestica.

«La vasca da bagno per la mia vita domestica individuale quotidiana e un letto ampio da vivere da solo con Charlie, ma anche con i miei amici più cari».

C’è un designer/architetto (passato o contemporaneo) che ammira a cui farebbe riprogettare la sua casa?

«La farei realizzare come una casa di peluche a Nanda Vigo, un’amica e progettista con cui ho sempre avuto un’affinità intellettuale elettiva. La affiderei a lei per la delicatezza che ci metterebbe, quella che ci vuole nel progetto di una casa».

Che cosa significa casa per lei?

«Una tana dove sentirmi al sicuro».

Come ha influenzato il lockdown il mondo dell’architettura e del design?

«Ha permesso di riscoprire una quotidianità prima vissuta distrattamente e un’attenzione nuova per gli oggetti, per il loro ruolo nello spazio e rispetto a noi».

Che cosa le ha lasciato l’isolamento nel concetto di vita domestica?

«Una rinnovata consapevolezza rispetto al mio ruolo di designer, di creatore di oggetti che convivono con le persone che se ne prenderanno cura e che avranno un ruolo nello spazio della casa. Ma anche una maggior coscienza rispetto alla mia vita e quotidianità in questa casa, riscoperta».

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