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Assalto all’oro: 2022 da record tra vendite e perdite sospette

Il 2022, senza alcun dubbio, passerà alla storia come l’anno dei record. Dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, infatti, si è registrato mese dopo mese l’aumento dei prezzi di materie come gas e carburanti, ma anche di conseguenza anche le loro alternative come pallet, legno e carbone. Un vero e proprio anno da ricchi che ha fatto impoverire sempre più buona parte della popolazione mondiale che, in piena emergenza per il caro vita, ha cercato in ogni modo di risparmiare.

Al risparmio, per così dire, sono andati anche diversi Stati che hanno deciso di arricchire le proprie riserve auree negli ultimi mesi per cercare di sfruttare al meglio il momento e rivendere quando le quotazioni saranno più elevate. Nel 2022, infatti, è stato un vero e proprio assalto all’oro da parte delle banche centrali in giro per il mondo, con un netto incremento nell’ultimo trimestre luglio-settembre che ha portato gli acquisti netti del settore a 673 tonnellate nei primi nove mesi del 2022, volumi che battono ogni record (annuale) dal 1967, quando il dollaro era ancora convertibile in oro.

Assalto all’oro, un 2022 da record

Alla base dell’acquisizione record nel 2022 da parte delle banche centrali, oltre a quello della convenienza di vendita, potrebbe esserci il momento poco favorevole delle quotazioni in dollari che negli ultimi mesi sono diminuite sempre più, una serie negativa che non si verificava da cinquant’anni. Le quotazioni, infatti, sono scese sotto 1.650 dollari l’oncia dagli oltre 2mila dollari di marzo, calo conseguente alle politiche monetarie restrittive che hanno fatto salire i tassi di interesse e allontanato da un asset a rendimento zero. Il lingotto, dal canto suo, non ha reagito bene all’ultima riunione della Fed di ieri, mercoledì 2 novembre, concludendo una giornata volatile intorno a 1.640 dollari, in ribasso di circa mezzo punto percentuale (qui vi abbiamo spiegato perché l’oro è destinato a esplodere).

Ma l’aspetto più rilevante che emerge dall’ultimo rapporto del World Gold Council è che l’oro non solo viene acquistato, ma anche nascosto. Infatti nell’ultimo trimestre si sono perse le tracce di oltre 300 tonnellate di lingotti, non proprio una piccola parte, ma una vera e propria montagna d’oro “scomparsa” nei forzieri di alcuni Paesi che non hanno comunicato alcuna variazione delle riserve, forse lo faranno in ritardo o magari non lo faranno mai.

Russia e Cina, le riserve auree non sono dichiarate

Il meccanismo di mancata dichiarazione dell’oro e delle riserve auree è tipico in momenti di crisi come quelli che stiamo vivendo in questo 2022. I sospettati numero uno, infatti, sono russi e cinesi che potrebbero aver deciso di non dichiarare l’oro per aggirare le sanzioni e per, proprio a causa dei blocchi, utilizzare le riserve per acquistare da paesi “corruttibili”. La banca centrale russa a fine febbraio, pochi giorni dopo l’invasione dell’Ucraina, aveva segnalato chiaramente l’intenzione di riprendere gli acquisti di oro che aveva interrotto nell’aprile 2020.

Da otto mesi a questa parte da Mosca non sono più arrivati aggiornamenti sull’oro presente nel paese, ma quel che si pensa è proprio che dal Cremlino sia arrivato il via libera all’accumulo di lingotti dai produttori locali. Da marzo, però, la London Bullion Market Association ha privato i lingotti forgiati da raffinerie russe del marchio Good Delivery, rendendo di fatto l’oro russo non più consegnabile a fronte della scadenza di futures.

Per quanto riguarda la Cina, invece, da mesi si osserva un boom di importazioni di oro dalla Svizzera, il maggiore hub di raffinazione al mondo per i metalli preziosi. Dalle statistiche doganali elvetiche risulta che a luglio Pechino ha importato 80,1 tonnellate di lingotti, il massimo da dicembre 2016, e nei due mesi successivi ne avrebbe diminuito il volume seppur restando ben al di sopra dei dati dell’anno scorso. Da parte della Cina all’origine dell’accumulo di riserve auree potrebbe esserci una nuova spinta verso la dedollarizzazione soprattutto a causa delle continue dispute commerciali con gli Usa.

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