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Autolesionismo. Problema diffuso tra la popolazione adulta, ma in special modo tra gli adolescenti.

L’autolesionismo è una problematica molto presente nella popolazione generale adulta e soprattutto negli adolescenti. Infatti, nei paesi occidentali, tra il 5-9% degli adolescenti ha compiuto autolesionismo.

L’incidenza di questo problema, è ancora più frequente nei soggetti con disturbo di personalità di tipo Borderline. Quest’ultimo coinvolge circa il 2% della popolazione e il 75% di questi pazienti presentano anche fenomeni autolesionistici.

Nonostante sia un problema frequente, se ne parla poco e spesso non si è a conoscenza del vero significato che questo comportamento può avere per il soggetto che lo compie. Di conseguenza, anche le cure sanitarie che vengono fornite a questi pazienti, non sempre risultano essere efficaci. Risulta infatti, che solo il 23% dei pazienti è soddisfatto delle cure ricevute (O’Donovan e Gijbels, 2006).

Questo è dovuto alla scarsa formazione del personale riguardo a questo tema, ma anche all’approccio di cura rigido e punitivo che viene utilizzato. La soluzione a questa situazione, potrebbe essere un cambiamento nel metodo di cura.

Definire l’autolesionismo risulta difficile in quanto sono presenti svariate definizioni. L’autolesionismo può essere spiegato come “qualsiasi atto auto-inflitto che crea un danno personale” (O’Donovan e Gijbels, 2006).

Spesso si parla anche di autolesionismo intenzionale e quest’ultimo viene definito come “un atto intenzionale, un impulso ad infliggere lesioni e ferite fisiche sul proprio corpo, motivato dalla necessità di far fronte ad un disagio psicologico o per ritrovare un equilibrio emotivo” (McHale e Felton, 2010). L’autolesionismo è quindi “una distruzione intenzionale del proprio corpo che ha lo scopo di trasportare il dolore emotivo intenso ed opprimente, ad un dolore fisico che risulta più sopportabile” (Hicks e Hinck, 2008).

Pembroke (1998), suggerisce che esistono due tipi diversi di autolesionismo, uno socialmente accettabile come per esempio il fumo, l’alcool, la liposuzione, l’uso di tacchi alti, la ceretta o i piercing e l’altro socialmente inaccettabile come il tagliarsi, il bruciarsi o il darsi colpi (O’Donovan e Gijbels, 2006). Oltre a questo, classifica l’autolesionismo in due categorie: autolesionismo senza intento suicida e autolesionismo con intento suicida. Spesso l’atto di autolesione non è un tentativo di suicidio in quanto, nella maggior parte dei casi, chi tenta il suicidio desidera morire e trova così una soluzione permanente ai suoi problemi e alla sua sofferenza.

Al contrario, l’autolesionismo ha lo scopo di alleviare la sofferenza, permettendo all’individuo di sfogare i suoi sentimenti di rabbia, frustrazione, tristezza o ansia tramite il dolore fisico, ed è quindi una soluzione temporanea ad un problema che invece è permanente (Hicks e Hinck, 2008). Il DSM-V (Il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali redatto dall’APA: American Psychiatric Association), fornisce dei criteri per l’autolesionismo senza intento suicida e questi sono i seguenti:

  • L’individuo si è auto-inflitto dei danni sul proprio corpo, cinque o più volte, con lo scopo di indurre sanguinamento, lividi o dolore (ad esempio tramite tagli, bruciature, colpi, sfregamento eccessivo), con l’aspettativa che la lesione porterà solamente ad un lieve o moderato danno fisico;
  • L’individuo adotta un comportamento auto-lesivo con una o più delle seguenti aspettative: ottenere sollievo da un sentimento o da uno stato cognitivo negativo, risolvere una difficoltà interpersonale (relazionale) o indurre dei sentimenti positivi.

La lesione intenzionale è associata ad almeno due dei seguenti elementi:

  1. Sentimenti o pensieri negativi (depressione, ansia, tensione, rabbia, angoscia generalizzata, autocritica) che si verificano nel periodo immediatamente precedente l’atto autolesionistico;
  2. Periodo di preoccupazione prima di infliggersi dell’autolesionismo;
  3. Bisogno e desiderio, sempre più frequenti, di compiere autolesionismo;
  4. Il comportamento non è socialmente sanzionato.

Il comportamento autolesionistico o le sue conseguenze, provocano disagio significativo e interferenze sul funzionamento interpersonale, lavorativo, scolastico o di altre aree importanti.

Il comportamento non si manifesta esclusivamente durante gli stati di psicosi, delirio, o intossicazione.

Il comportamento autolesionistico, non può essere attribuibile ad un altro disturbo mentale o medico (ad esempio disturbi psicotici o ritardo mentale).

L’autolesionismo, spesso coesiste con altre psicopatologie come i disturbi dell’umore, i disturbi della personalità o i disturbi alimentari, ed è un fattore predittivo per un futuro tentativo di suicidio (Guerdjikova et al. 2014). Può anche venire considerato come un meccanismo di coping, in quanto può essere utile al soggetto per esprimere il proprio malessere interiore. Tuttavia, l’autolesionismo provoca nell’individuo conseguenze negative, come per esempio i danni fisici, quindi si può dire che sia un meccanismo di coping inefficace. Un’ulteriore visione dell’autolesionismo, è quella di considerarlo come una dissociazione. La dissociazione è uno stato psicologico, una condizione, in cui determinati pensieri, emozioni, sensazioni o ricordi sono separati dal resto dell’attività mentale. Questo è un meccanismo di difesa e viene utilizzato in caso di situazioni traumatiche. L’autolesionismo , inoltre, può essere considerato un modo per allontanarsi dai propri pensieri e quindi per dissociarsi, separando la mente dai sentimenti che causano il dolore emotivo (Brophy, 2006). Si può verificare in diversi momenti della vita di una persona ed è associato con gli eventi stressanti e difficoltosi che il soggetto deve affrontare. Ogni individuo compie autolesionismo per motivi diversi, ma sono tuttavia presenti alcuni fattori di rischio che sembrano associati allo sviluppo dell’autolesionismo. Nelle persone che si feriscono intenzionalmente, si riscontra frequentemente una storia di traumi, abusi o violenze subite nell’infanzia. In aggiunta a questo, i soggetti hanno solitamente un’autostima bassa, una percezione distorta del proprio corpo, impulsività, ansia eccessiva, difficoltà a risolvere i problemi e incapacità ad esprimere e a regolare le proprie emozioni (Bosman e Van Meijel, 2008). Altri fattori di rischio, risultano essere la presenza di un membro in famiglia che ha tentato il suicidio o che si è inflitto dell’autolesionismo, come pure la vicinanza di persone o amici che compiono atti di autolesione: questo fa sì che il soggetto sia più propenso a compierlo a sua volta (Bolton e Timms, 2014). Anche il consumo di droghe nel passato e le incertezze riguardo al proprio orientamento sessuale, possono favorire la manifestazione del sintomo. Altri fattori di rischio, sono per esempio una bassa istruzione ed educazione, sia del soggetto che dei genitori e anche la presenza di separazioni o divorzi all’interno della famiglia. Infine, si può affermare anche che la famiglia gioca un ruolo importante nello sviluppo della problematica e che il tipo di relazione tra genitori e figli può influenzare l’atteggiamento del soggetto e la conseguente comparsa di autolesionismo. Le zone del corpo maggiormente scelte per l’autolesionismo sono le braccia, la pancia, i polsi, le cosce o la zona di cute coperta dalla linea del reggiseno.

Il soggetto sceglie la zona in base alla comodità e alla privacy, infatti, cerca sempre di nascondere le ferite indossando vestiti lunghi ed evitando di spogliarsi in pubblico (Bosman e Van Meijel, 2008).

Dagli studi sull’argomento le modalità di autoferimento che vengono più spesso utilizzate sono queste:

  • Tagli od incisioni sulla pelle (Scavarsi);
  • Grattarsi ferite, interferendo con la guarigione;
  • Colpirsi;
  • Grattarsi fino a far uscire il sangue;
  • Mordersi;
  • Scavarsi la pelle fino a far uscire del sangue;
  • Inserimento di oggetti nella pelle e sotto le unghie;
  • Tatuarsi da soli;
  • Bruciarsi la pelle;
  • Strapparsi i capelli;
  • Raschiarsi fino a sangue.

Con il termine autolesionismo o “Repetitive Self – Harm Syndrome” si identifica il tentativo di causare, intenzionalmente, un danno deliberato e diretto sul proprio corpo, lesionandosi in modo abbastanza grave da provocare danni ai tessuti e agli organi, senza intendo suicidario (Pani & Di Paola, 2013).

La medicazione da applicare al tipo di lesione provocata da autolesionismo varia a secondo:

  • del diametro, della forma e della profondità della lesione;
  • della condizione del tessuto nel letto della ferita;
  • della condizione della cute perilesionale;
  • sel dolore.

Le stime sui comportamenti autolesionistici sono da leggere con cautela perché si deve tener conto che molti soggetti autolesionisti non arrivano alla consultazione medica, perchè provvedono da soli alla loro medicazione, preferendo rimanere nell’anonimato a causa del timore delle reazioni altrui.

Dalla letteratura empirica risulta che, il vissuto emozionale dell’infermiere che assiste un paziente con comportamento autolesionista è caratterizzato da svariate emozioni, tutte ricollegabili nella sfera dei sentimenti negativi. Questi affermano come la componente emotiva giochi un ruolo centrale nel processo assistenziale, divenendo anche in grado di modificare e plasmare le azione che seguiranno, successivamente, l’agito stesso.

L’autolesionista è l’emblema di un’utenza assistenzialmente ed emotivamente molto esigente. Il ruolo dell’operatore sanitario in tale ambito è di curare, supportare, sostenere e prevenire gli agiti nel paziente con tale problematica. Non tutti gli infermieri sono in grado di gestire una situazione di tale rilevanza poiché essa determina un forte impatto emotivo che solo la giusta formazione ti permette di affrontare (Mendes, 2015). L’atteggiamento infermieristico dinanzi un paziente che pratica autolesionismo, prevede l’assenza di giudizi da parte dell’infermiere e la riduzione delle misure di controllo in quanto, pur se comprensibili in termini di sicurezza, sono criticate se attuate con eccesso poiché contrastanti con il sentimento di fiducia su cui dovrebbe basarsi la relazione terapeutica (Mendes, 2015). Come afferma il National Institute for Clinical Excellence, il professionista sanitario che supporta e assiste pazienti che attuano autolesionismo, ha bisogno di un supporto emotivo efficiente e una regolare supervisione clinica, che faccia in modo che l’impatto emotivo di fornire assistenza a pazienti a rischio possa essere compreso, discusso e affrontato (Mendes, 2015).

L’infermiere , infatti, è in continua interazione con molti aspetti negativi della vita umana, come la malattia, il dolore o la morte, da cui spesso scaturiscono problemi di interazione sociale con i clienti o condizionamenti della propria vita personale. La gestione delle emozioni può diventare, quindi, per questa figura un banco di prova della propria professionalità, da sottoporre a continua regolazione.

Bisogna sottolineare che“ogni persona ha il diritto di accedere alla prevenzione sanitaria e di ottenere cure mediche alle condizioni stabilite dalle legislazioni e prassi nazionali. Nella definizione e nell’attuazione di tutte le politiche ed attività dell’Unione è garantito un livello elevato di protezione della salute umana”. Questo è ciò che recita l’articolo 35 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea del 2000 .
A differenza di altre professioni, quella infermieristica è sicuramente una di quelle che determina un coinvolgimento diretto dell’operatore con la persona, esponendolo, con elevata frequenza, a un forte dispendio di risorse emozionali.

L’art. 4 infatti del codice deontologico del 2019 afferma “che nell’agire professionale l’Infermiere stabilisce una relazione di cura, utilizzando anche l’ascolto e il dialogo. Si fa garante che la persona assistita non sia mai lasciata in abbandono coinvolgendo, con il consenso dell’interessato, le sue figure di riferimento, nonché le altre figure professionali e istituzionali. Il tempo di relazione è tempo di cura” .

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