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Basta armi a chi ha problemi psichici: una soluzione c’è (ma il mondo politico si dia una mossa)

Immagine di repertorio non riferita al contenuto dell’articolo

Ancora brevi di cronaca che raccontano di un problema ben più vasto, e poco noto. Quante sono in Italia le armi legalmente detenute in mano a persone con problemi psichici più o meno acclarati? Purtroppo non lo sappiamo. Qualche giorno fa quattro giovani stavano viaggiando sulla strada statale 131, la “Carlo Felice”, la principale arteria stradale sarda. Hanno superato un’auto all’altezza di Serrenti (nel sud dell’isola), poi sono stati a loro volta superati dalla stessa vettura, e in quel momento si sono accorti che dal finestrino di quell’auto spuntava la mano di un uomo. La mano stringeva una pistola. All’improvviso quell’arma ha sparato. Il proiettile ha centrato il pneumatico destro posteriore. Non ci sono state conseguenze per i ragazzi a bordo. 

L’uomo che ha sparato si è dato alla fuga alla guida della sua auto. I carabinieri, dopo una rapida indagine condotta attraverso la banca dati delle forze dell’ordine, hanno identificato il “pistolero” in un uomo di 63 anni di Sassari, proprietario della Renault Megane Sw grigia senza la targa anteriore da cui è partito il colpo di pistola. Secondo quanto riportato da più giornali locali, aveva manifestato problemi psichici non meglio precisati (“un tracollo”), e sono state ore di paura. C’era un uomo armato in giro per la Sardegna con un’arma in mano, e propenso a usarla. Emerge poi che quel giorno l’uomo si trovava a Bitti, con la moglie, e si era allontanato senza dare spiegazioni di alcun tipo. Sarà poi fermato in serata, quello stesso giorno, a Cagliari: vagava senza meta dalle parti di viale Diaz. Ha detto di non ricordare dove aveva lasciato né l’auto né a pistola. È stato affidato al personale sanitario. Il punto è che pur avendo problemi psichici (resta da accertare a chi fossero noti tali problemi) era ancora in possesso di una pistola regolarmente denunciata. 

“Non è più accettabile che persone instabili e mentalmente disturbate possano detenere legalmente armi da fuoco a causa di leggi che tutelano la privacy dei possessori di armi invece dell’incolumità di familiari, amici e conoscenti” ci aveva raccontato lo scorso anno Gabriella Neri. Sono passati 11 anni dall’efferato omicidio di suo marito, Luca Ceragioli e di Jan Hilmer, rispettivamente direttore e responsabile amministrativo dell’azienda Gifas Electric di Massarosa (Lucca), per mano dell’ex dipendente Paolo Iacconi. Iacconi, chiamato per un colloquio di lavoro presso l’azienda con cui in passato aveva collaborato, sparò – era il 23 luglio 2010 – cinque colpi con una pistola regolarmente detenuta con licenza per “uso sportivo” uccidendo all’istante Ceragioli e Hilmer: si rifugiò quindi nei bagni dove si suicidò. Originario di Sacile (Pordenone), l’uomo, 51 anni, era notoriamente disturbato psichicamente e aveva un trascorso di ricoveri ospedalieri per trattamento sanitario obbligatorio (Tso). In passato aveva tentato più volte il suicidio, ma nonostante tutto ciò continuava a detenere l’arma in base ad una regolare licenza mai revocata.

Per prevenire omicidi, delitti (ma anche “solo” episodi come quello di Serrenti, in cui per puro caso nessuno si è fatto male) è urgente rivedere le norme a cominciare dalle comunicazioni tra medici, questure e prefetture. L’associazione ‘Ognivolta onlus – familiari e amici di Luca e Jan’ chiede a gran voce da tempo la revisione della legge sulla detenzione delle armi da fuoco ed in particolare l’introduzione di norme per prevenire illeciti, come la tempestiva comunicazione alle questure e prefetture da parte del  medico curante e delle Asl nei casi in cui il legale detentore di armi divenga affetto da problemi psicologici o sia sottoposto a trattamenti che ne alterano lo stato mentale. Oggi come oggi la legge stabilisce che i controlli medici per le varie licenze per armi vengano effettuati solo ogni cinque anni: un periodo in cui possono verificarsi problemi psichici e mentali, che però né il medico curante, né le Asl possono di fatto comunicare con una prassi consolidata, continua e normata alle autorità competenti, permettendo di fatto al possessore di licenza di detenere le armi.

Deputati e senatori sensibili al tema ci sono. Uno dei disegni di legge è fermo in Senato da due anni: propone la “Istituzione della banca dati centrale informatizzata per i soggetti detentori di armi o in possesso del porto d’armi”. Mattia Crucioli (M5S) è il primo firmatario: “Con questo disegno di legge – si legge nel testo del ddl – si vuole limitare la concreta possibilità che persone innocenti siano vittime di incidenti, spesso mortali, causati da soggetti che, a seguito di traumi psicologici, gravi stress o abuso di sostanze stupefacenti, si ritrovino ad utilizzare impropriamente le armi detenute in custodia. Condividere le informazioni riguardanti i soggetti detentori di armi e delle loro eventuali patologie riscontrate risulta di fondamentale importanza per scongiurare tragedie insensate. La condivisone delle informazioni sui soggetti detentori, la cui privacy deve essere garantita nella maniera più accurata, deve avvenire esclusivamente tra le autorità di pubblica sicurezza e il personale medico. Ad oggi è tutto demandato all’iniziativa dei singoli operatori sanitari che, senza poter accedere ad un’anagrafe informatizzata, devono informarsi con molta difficoltà se i propri pazienti detengono armi da fuoco o meno. L’intento del disegno di legge non è impedire il porto o la detenzione di armi ma solo facilitare i controlli e, nel caso, la conseguente revoca delle autorizzazioni”.

Una pistola è uno strumento di morte, non è pensabile affidarsi (e affidarci) alla discrezionalità dei singoli medici e dei singoli familiari più o meno attenti. Serve uno scatto in avanti, la creazione di un registro elettronico unificato con la “benedizione” di Viminale-Ministero della Salute, con i dati di tutti i possessori legali di armi, non può più attendere. Va subito attuato il registro informatico tra medici/Asl e Questure per segnalare i legali detentori di armi con problemi psichici: la legge lo prevede da 10 anni. Medici curanti e Asl devon poter prontamente segnalare a Questure e Prefetture chiunque, in possesso di armi, soffra di turbe psichiche. I “controlli” (blandi) sui detentori di armi vengono fatti solo ogni 5 anni, quasi sempre senza esami clinici né tossicologici, nemmeno nel caso di anziani. Cinque anni sono lunghi, è un periodo in cui possono verificarsi problemi psichici e mentali, che però né il medico curante, né le Asl possono oggi come oggi comunicare agevolmente alle autorità competenti, permettendo di fatto al possessore di licenza di continuare a detenere le armi. Non sono previsti in quel lasso di tempo controlli periodici sulla salute, soprattutto mentale, dei soggetti abilitati. 

Servono passaggi veloci, non ingessati forse anche da quei timori, storicamente diffusi in parte del mondo politico, di inimicarsi i detentori di armi (che tradizionalmente sono una piccola grande riserva di voti, e che fa comodo a quei partiti che si intestano battaglie considerate vicine alla loro sensibilità, come quella sulla “legittima difesa”) in caso di un inasprimento delle norme e dei controlli. Servono regole certe e nessuna opacità. Per la sicurezza di tutti, anche dei tantissimi legali detentori che rispettano fino in fondo e da sempre tutte le regole. Altrimenti potrebbe capitarvi di sorpassare un’altra auto e ritrovarvi con una pistola che punta nella vostra direzione: non è un film, è successo pochi giorni fa.

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