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Biden, l’eccezionalismo americano e l’Iran

Con la presidenza di Joe Biden la bandiera dell’eccezionalismo americano non è stata affatto ammainata, anzi. Se ne ha solo una declinazione più soft, ma non per questo con meno rischi per la politica estera americana e per il mondo.

Questa l’idea di Ishaan Tharoor, che ne scrive sul Washington Post. Riportiamo la parte conclusiva dell’articolo, che ci pare di grande interesse, non solo per l’esempio, calzante, lì riferito.

L’eccezionalismo americano è un principio teologico, “un’affermazione non di fatto ma di fede”, ha scritto il commentatore Peter Beinart. È una sorta di “pensiero magico” che offusca la possibilità di una strategia saggia.

Considerate, suggerisce Beinart, l’attuale impasse con l’Iran: Teheran vuole vedere almeno un certo grado di alleggerimento delle sanzioni prima di avventurarsi di nuovo nell’accordo nucleare i cui termini sono stati abrogati per la prima volta dall’amministrazione Trump. Ma Biden e i suoi alleati finora hanno indicato che la palla è nel campo dell’Iran, al quale spetta fare la prima mossa.

“Non importa quello che ha fatto l’America, i leader iraniani dovrebbero considerare la buona fede dell’America come ovvia”, ha osservato Beinart. Eppure, perché dovrebbero?

“Questo pensiero magico è un grave problema per la politica estera degli Stati Uniti”, ha scritto. “È un problema perché rende ciechi i politici americani su come i non americani guardano gli Stati Uniti che, ovviamente, giudicano gli Stati Uniti non in base a come concepiscono sé stessi ma in base alle loro azioni”.

L’articolo Biden, l’eccezionalismo americano e l’Iran sembra essere il primo su piccole note.

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