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“Bones and All”: Il cannibalismo di Guadagnino nobilita l'uomo

C’è una sana commistione di generi che anima “Bones and All“, ultima fatica di Luca Guadagnino vincitrice a Venezia 79 del Leone d’argento per la miglior regia. Un film a tratti fastidioso da guardare per le sue scene letteralmente viscerali, ma che di fatto utilizza il violento e il macabro come pretesto per parlare di qualcosa di nobile: l’amore per l’unicità dell’essere umano. C’è l’horror, l’on the road, il sentimentale e lo psicologico nella visione cinematografica che il regista siciliano dà dell’omonimo libro scritto da Camille DeAngelis. Un lavoro sottile che si avvale di una regia complessa, di un sonoro che non può passare inosservato e di interpretazioni che catturano lo sguardo dello spettatore.

Mentre “Bones and All” continua a ricevere critiche entusiastiche da parte degli addetti del settore e nomination ai principali premi di categoria, le sue immagini arrivano finalmente sul grande schermo. Timothée Chalamet, Taylor Russel e Mark Rylance vivono in sala nei panni dei protagonisti, lontani dal ruolo che, invece, gli verrebbe attribuito nella realtà, ovvero quello di emarginati. Tre personalità diverse, accomunate da un unico desiderio: essere compresi ed amati. La loro condizione personale li rende schiavi di se stessi, del loro piacere. Potrebbero essere definiti maniaci, perversi, folli. L’unica fatica che il regista chiede è quella di non giudicarli. Ne saremo capaci?

“Bones and All”: l’innocenza del cannibale

Timothée Chalamet e Taylor Russel in “Bones and All” – Photo Credits: DANinSERIES

Nascere con gli occhi castani o di qualsiasi altro color si voglia è una condizione genetica, difficilmente modificabile; la stessa cosa vale per il cannibalismo. Uomini che si nutrono di altri uomini: potrebbe sembrare una leggenda, ma così non è. Maren Yearly (Taylor Russel), protagonista di “Bones and All“, è vittima del suo stesso desiderio, brama la carne altrui e cerca in tutti i modi di resistervi, ma quando la ragione viene sconfitta dall’istinto, è costretta a fuggire, a nascondersi insieme alle sue vergogne. Ha diciotto anni, vive in condizioni precarie insieme al padre e teme di cedere in tentazione. Resiste per anni ai suoi impulsi, ma quando addenta il dito di una nuova amica, anche il genitore non sa più come aiutarla e l’abbandona, lasciandole soldi, una cassetta da lui registrata e il certificato di nascita della madre, di cui la giovane ha pochi ricordi.

Inizia così il viaggio di Maren. Un percorso che ha come unico intento quello di dare un senso alla propria genetica, di ricongiungersi con le proprie origini. Viaggiando per il Midwest americano la ragazza si renderà conto di non essere sola, ma di far parte di una comunità. Comprenderà che al di fuori degli spazi conosciuti, vi è una realtà familiare, fatta di gente che mangia la carne umana. Sarà vittima del suo stesso odore e imparerà a fiutare i suoi simili. Incontrerà il vecchio Sully (Mark Rylance), illuminante sul tema “cannibalismo”, ma presto se ne allontanerà, alla ricerca della propria indipendenza. Fiuterà Lee (Timothée Chalamet), giovane ragazzo che mangia gli oppressori per rendere giustizia agli oppressi, e grazie a questa epifania la sua strada prenderà una nuova direzione.

A raccontare questa storia controversa ci sono gli occhi di una bambina spaventata di fronte alla brutalità della vita. Per Maren nutrirsi di carne umana è un gesto spontaneo, che la soddisfa. Nonostante ciò, la mette di fronte ad un quesito fondamentale: “è più importante la propria felicità o il dolore altrui?”. Nell’osservare Sully e Lee mentre masticano, nel sentire i suoni emessi durante l’atto, si mette nei panni di una persona che giudica dall’esterno. Osservare quel rituale ha su di lei un effetto catartico, che la porterà a voler abbandonare la propria natura. Nonostante capisca di non essere sola, di poter essere amata perché compresa ed accettata, l’autocritica la mette in crisi.

Si confronta con Lee, esprime preoccupazioni per le vittime, per i loro parenti, per le loro vite, ma non trova l’appoggio che vorrebbe. Di fronte a sé a un ragazzo stoico, coerente con se stesso, una persona che sa di non avere scelta, di vivere come gli è stato imposto dai propri geni e di non soffrirne particolarmente. I suoi vestiti e il suo volto sporco di sangue persistono per diverso tempo dopo essersi nutrito. Lui stesso non ha fretta di nascondersi. Maren decide, così, di sfuggire di fronte ad una condizione che rischia di intrappolarla per tutta la vita. Nonostante ciò, il sincero amore che nutre per Lee, la fa tornare sui propri passi.

Dopo aver vagato per gli spazi sconfinati dell’America, sapientemente ritratti da panoramiche mozzafiato, ecco che lo sguardo ritorna sul volto dei due cannibali. Le loro labbra si cercano, si mordono, i loro occhi sono chiusi e le loro mani si stringono, si sfiorano. Il primo piano si fa sempre più stretto e l’amore diventa la miglior illusione possibile, il finale che vorremmo vedere. C’è una casa, la colazione è quasi pronta, lei va al lavoro e lui aspetta che torni. Sembra tutto così normale o, forse, così non è. C’è di nuovo del sangue: le pareti sono sporche, qualcuno cerca di ribellarsi alla morte, ma ne esce sconfitto. L’amore non cambia le cose, le fortifica. Si può morire d’amore?

Marta Millauro

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