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“Cari avvocati, lavorare nel pubblico non è un ripiego ma un prestigio”

Per l’avvocato Antonella Trentini, Presidente di Unaep – Unione Nazionale Avvocati Enti Pubblici  – «lavorare nel pubblico è un prestigio, dovrebbe essere una ambizione soprattutto per i giovani colleghi»

Per l’avvocato Antonella Trentini, Presidente di Unaep – Unione Nazionale Avvocati Enti Pubblici  – «lavorare nel pubblico è un prestigio, dovrebbe essere una ambizione soprattutto per i giovani colleghi». E sull’avvocato in Costituzione: «è la battaglia delle battaglie»

Presidente, a febbraio da questo giornale il Presidente dell’Aiga ha detto che molti vostri colleghi «sono ormai pronti a cambiare lavoro, e tanti non lo hanno ancora fatto solo perché aspettano magari la ripresa dei concorsi pubblici. Si sono rassegnati». Lei vi ha letto una svalutazione del lavoro degli avvocati pubblici?

Sono rimasta dispiaciuta e amareggiata da questa affermazione del presidente De Angelis, soprattutto quando ha parlato di ‘rassegnazione’. Comprendo perfettamente la preoccupazione e il dramma degli avvocati: la libera professione è ormai in crisi da qualche anno e l’emergenza pandemica ha peggiorato la situazione. Tuttavia entrare nella pubblica amministrazione (P.A.) non deve essere considerato un ripiego perché la nostra P.A. è ricca di professionalità, compresi gli avvocati. La professione forense è unica: sia che la si eserciti all’interno di un P.A. sia che lo si faccia nel libero foro. Lavorare nel pubblico è un prestigio, dovrebbe essere una ambizione soprattutto per i giovani colleghi. E poi non dimentichiamo che i concorsi per accedere tra gli avvocati pubblici sono difficili ed estremamente selettivi. E ultimamente a concorrere non sono stati solo giovani avvocati ma anche colleghi con diversi anni di esperienza alle spalle.

Quindi bisognerebbe modificare la visione culturale per la vostra particolare categoria?

Inizialmente eravamo vissuti un po’ come figli illegittimi dalla famiglia forense; questo accadeva soprattutto quando la libera professione forense era molto più vantaggiosa sul piano economico e delle soddisfazioni. Poi c’è stato un cambiamento, dalla modifica del titolo V della Costituzione intorno agli anni 2000. Da allora si è avuta una complessità di compiti istituzionali, una iperattività normativa,  la necessità di assistenza legale specialistica: tutto questo ha comportato che le P.A. sentissero il bisogno di una propria difesa e consulenza legale incardinata. Col passare degli anni da figli illegittimi siamo diventati più considerati e oggi, con le difficoltà che segnalava il presidente dell’AIGA, concorrere ad un posto per avvocato dipendente è addirittura visto come una soluzione.

Al di là di queste differenze, quanto invece sarebbe importante inserire l’avvocato in Costituzione soprattutto agli occhi di un’opinione pubblica che sempre più svilisce la funzione difensiva?

È la battaglia delle battaglie. Se ci fosse un segnale da parte della politica verso l’inserimento dell’avvocato in Costituzione, posto sullo stesso piano del magistrato, la funzione  – come dice lei – acquisirebbe una grandissima importanza. Ad oggi invece sappiamo che l’unica funzione nota e rispettata nell’immaginario collettivo è quella della magistratura.

Se un pm accusa qualcuno, quel qualcuno è sicuramente colpevole. Mentre l’avvocato è solo un azzeccagarbugli.

Esatto. Ed è per questo che qualche giorno fa ho auspicato che la Ministra Cartabia sia coraggiosa e inserisca gli avvocati in Costituzione. Bisogna ragionare sulla funzione e non sulla categoria: senza portare sullo stesso piano l’avvocatura e la magistratura qualsiasi riforma della giustizia è impensabile. Se c’è disomogeneità tra i protagonisti dell’esercizio della giurisdizione non potremmo ambire a nessuna riforma innovativa in termini di civiltà giuridica.  Così come in Costituzione è contemplata la ‘magistratura’ allo stesso modo deve esserlo l’ ‘avvocatura’. La funzione forense è fondamentale per la tutela dei diritti delle persone.

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