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Cattelan torna a Milano con una mostra all’Hangar Bicocca

Pensate a una pièce teatrale, a una tragedia più che a una commedia, a un insieme di storie che contengono anche resilienza e speranza. A Milano, al Pirelli HangarBicocca, si sperimenta e si osa da sempre, facendo colloquiare tra loro arte e architettura, narrativa e narrazione, non per forza in quest’ordine. Si arriva al massimo, poi, se c’è Maurizio Cattelan, che da domani fino al 20 febbraio prossimo sarà protagonista con Breath Ghosts Blind, la sua nuova e attesissima mostra curata da Roberta Tenconi e Vicente Todoli, il suo ritorno artistico a Milano (la città in cui vive) dopo oltre dieci anni d’assenza dai Tre bambini impiccati – la sua opera del 2004 in piazza XXIV Maggio – e L.O.V.E. – del 2010, l’iconico enorme dito medio in piazza Affari – entrambe molto contestate da chi non riesce ad andare oltre, da chi non ce la fa o semplicemente non vuole vedere quell’invisibile tangibile di cui solo lui è maestro.

Maurizio Cattelan

Qualche giorno fa, a Roma, nella sua mostra realizzata a Villa Medici con Martin Parr e Pierpaolo Ferrari (VillaToilet Martin Medici Paper Parr), suo socio di ToiletPaper, gli splendidi giardini dell’Académie de France davano sfogo alla sua irriverenza, ironia, alla sua joie de vivre con un certo cinismo unito a divertimento, tra pop, esagerazioni e musica a tutto volume (durante la festa organizzata su una delle splendide terrazze fino a notte fonda) e un dress code – “confusion” – che da solo bastava a definirla. Qui a Milano, invece, nulla di tutto ciò. Solo silenzio e rigore, serietà e dolore concentrati nel buio di tre grandi sale dell’HangarBicocca illuminate – non certo a caso – dal light designer e direttore di fotografia Pasquale Mari. Superata la sala che ospita Digital Mourning del giovanissimo e talentuoso Neïl Beloufa, un’enorme tenda bianca nasconde l’incredibile: il personale invito di Cattelan a riflettere «sul momento che stiamo vivendo», «sull’arte che affronta la creazione, la vita e la morte, in pratica gli stessi temi dall’inizio della storia dell’uomo», come ci ha spiegato durante la preview riservata a pochissimi. «I temi si intrecciano così con l’ambizione di ogni artista di divenire immortale attraverso il proprio lavoro», ha aggiunto. «Ogni artista deve confrontarsi con entrambi i lati della medaglia: con un senso di onnipotenza e con il fallimento».

Maurizio Cattelan; Breath, 2021. Veduta dell’installazione, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2021; Marmo di Carrara Figura umana: 40 x 78 x 131 cm Cane: 30 x 65 x 40 cm. Courtesy l’artista, Marian Goodman Gallery e Pirelli HangarBicocca, Milano. Foto: Agostino Osio

Nella prima sala, “Piazza”, troviamo l’opera Breath, realizzata in marmo bianco di Carrara, una scultura che rappresenta la figura di un uomo in posizione fetale e di un cane, entrambi distesi per terra l’uno di fronte all’altro. Una scena intima in cui la scala reale dei protagonisti conserva un senso di raccoglimento e fragilità pur dialogando con quegli spazi monumentali. Un «respiro», come dice Cattelan (usato anche nel titolo della mostra) «che segna anche il momento generativo di ogni ciclo esistenziale». Posizionati quasi ovunque, tutti attorno, troviamo centinaia e centinaia di piccioni – di cui ci ha dato un’anticipazione all’ingresso dell’edificio – che l’artista aveva già utilizzato nel 1997 per una sua installazione alla Biennale di Venezia come risposta polemica circa le condizioni in cui aveva trovato il Padiglione italiano durante un suo sopralluogo: abbandonato e pieno di volatili. Se a Venezia li aveva chiamati “Tourists” e poi “Others”, qui sono Ghosts, dei veri e propri “fantasmi” misteriosi e inquietanti che ci fissano creando un’atmosfera che è un mix di curiosità e terrore. Impossibile non pensare a Gli uccelli di Hitchcock. «Sono esseri straordinari, hanno un incredibile senso dell’orientamento e se liberati in un posto sconosciuto, riescono sempre a trovare la strada di casa», ha spiegato l’artista. «Sono tra i pochi animali a riconoscersi allo specchio e sanno adattarsi a leggere le situazioni. Sono molto affidabili, ma nel bene e nel male, trasportano con sé un pezzetto di tutto quello su cui si posano. I loro occhi ci osservano, ci controllano e non sappiamo se considerarli amici o nemici».

Maurizio Cattelan. Ghosts, 2021. Veduta dell’installazione, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2021. Piccioni in tassidermia. Dimensioni ambientali. Courtesy l’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano Foto: Agostino Osio

La narrazione di Cattelan continua e arriva al suo apice nella terza sala con Blind, l’opera in resina nera composta da un monolite e la sagoma di un aereo che lo interseca. Ogni riferimento all’attentato dell’11 settembre nel 2001 non è puramente casuale. «Ero a New York il giorno dell’attacco alle Twin Towers e mi stavo imbarcando su un volo», ha spiegato l’artista. «Sono dovuto tornare a casa a piedi dall’aeroporto LaGuardia, ci ho messo ore e quello che ho visto, mi è rimasto dentro. Erano scene terribili, apocalittiche, e continuo a portare con me il ricordo di quell’evento tragico che mostrava tutta la fragilità della nostra condizione umana». «Certe immagini ed oggetti – ha aggiunto l’artista padovano poco più che sessantenne – hanno un incredibile potere simbolico, sono così forti che assumono un significato più ampio e diventano evocative di tante cose, non solo di quell’avvenimento. In questo senso, prendere una certa distanza spaziale e temporale, diventa un passaggio necessario per ricordare».

Maurizio Cattelan, Blind, 2021. Veduta dell’installazione, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2021. Resina, legno, acciaio, alluminio, polistirene, pittura 1695 x 1300 x 1195 cm. Prodotta da Marian Goodman Gallery e Pirelli HangarBicocca, Milano. Courtesy l’artista, Marian Goodman Gallery e Pirelli HangarBicocca, Milano. Foto: Agostino Osio

Negli anni, Cattelan si è divertito a stupirci con Stadium – l’opera che segnò il suo debutto espositivo nel 1991 a Bologna, un lungo tavolo da calcetto con undici postazioni per lato occupato da altrettanti giocatori senegalesi, tutti operai veneti, e dalle riserve della squadra del Cesena – poi con Charlie don’t surf (1997) e con Novecento, il ragazzino sul banco con le matite conficcate sulle mani e il cavallo appeso al soffitto, entrambi dello stesso anno ed entrambi al Museo d’Arte Contemporanea del Castello di Rivoli. Ha continuato con La Nona Ora (1999) – rappresentando Papa Giovanni Paolo II per terra colpito da un meteorite – con Him (2001) – con Adolf Hitler in ginocchio e assorto in preghiera – e, ancora, con America (2016), il wc d’oro del Guggenheim Museum di New York che gli dedicò la stupefacente retrospettiva All nel 2013, poi trafugato – o fatto sparire ad arte? – nell’ultima a Blenheim Place nel 2019, fino alla sua ultima provocazione, Stadium (2019), la banana (vera) attaccata al muro presentata alla Galleria Perrotin durante l’Art Basel Miami Beach di quell’anno citando la sua precedente opera con Massimo De Carlo (A perfect day, 1999), oggetto di critiche e ammirazioni come sempre accade quando lui fa qualcosa, un’opera/ frutto mangiato, rimosso e poi venduto a 120mila dollari entrato nella collezione permanente proprio del museo newyorchese.

A Milano stupisce e destabilizza ancora di più tornando ad esplorare il tema del dolore e della morte, una tematica a lui cara come ha già dimostrato con All (2007), una scultura in marmo con nove cadaveri anonimi velati da un lenzuolo. La sua scultura Blind, tutta nera e in marmo, ne è l’esempio perfetto: è un memoriale dall’iconografia destabilizzante che si inserisce nella sua riflessione pluriennale sulla Storia già iniziata con le opere Untitled (1994) e Now (2004), riferite al rapimento e all’esecuzione di Aldo Moro e all’assassinio di John F.Kennedy a Dallas. Con questa sua nuova scultura si è appropriato di quell’immagine divenuta purtroppo parte del repertorio iconografico collettivo (l’aereo che si schianta e taglia a meta una delle torri) per trasformarla in un’opera/simbolo sul dolore e sulla sua dimensione sociale, ricordandoci – come ha spiegato – «la fragilità di una società in cui aumentano la solitudine e l’egoismo». «Avevo in mente quest’opera da diversi anni – continua – ma la pandemia ha reso nuovamente visibile la morte nelle nostre vite: cerchiamo sempre di rimuoverla e di dimenticarcene. Siamo tutti proiettati al nostro benessere e ad allontanare qualsiasi tipo di dolore, come fosse solo un problema di medicina, ma forse per la prima volta dalla generazione dei nostri genitori che hanno vissuto la guerra, la morte è tornata a essere uno spettro quotidiano».

Un monito (o un insegnamento?), uno spunto su cui riflettere senza dimenticare che a ben guardare, la rinascita e la speranza sono dietro l’angolo. Basta solo sforzarsi a trovarle.

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