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Chi ha passato il Covid è più distratto e si dimentica le cose. Lo rivela uno studio della Statale di Milano

Distratti, rallentati, smemorati. Immersi in una specie di nebbia mentale anche a mesi di distanza dalla malattia. Sono alcune delle eredità del coronavirus che in alcuni casi possono durare ben oltre il tampone negativo e la guarigione. Uno studio pubblicato sulla rivista Brain Sciences e coordinato dall’Università Statale ha valutato, dopo cinque mesi dalla dimissione, le funzioni cognitive di pazienti che erano stati ricoverati nei reparti Covid tra febbraio e aprile dello scorso anno.

“Già a maggio, quando abbiamo iniziato a fare le visite di controllo dei primissimi pazienti che erano stati dimessi dopo il Covid, c’era chi ci diceva “dottore fisicamente sto bene, non ho nemmeno più la tosse, però mi scordo le cose, non riesco a concentrarmi, spesso faccio fatica anche solo telefonare””. A parlare è Alberto Priori, direttore della Clinica neurologica del polo universitario al San Paolo. È lui a spiegare come sia nata la ricerca coordinata da Roberta Ferrucci, che ha visto la collaborazione del centro Aldo Ravelli del dipartimento di Scienze della salute della Statale, dell’Asst Santi Paolo e Carlo e dell’Istituto Auxologico di Milano.

I ricercatori, qualche mese più tardi hanno sottoposto una serie di test cognitivi a 38 persone fra 22 e 74 anni che non avevano nessun disturbo della memoria o dell’attenzione prima di ammalarsi e di finire in ospedale per colpa dell’infezione respiratoria. Il risultato? Il 60 per cento dei guariti dopo cinque mesi dalla dimissione ospedaliera aveva ancora un rallentamento mentale e ottundimento, il 20 per cento ” oggettive difficoltà di memoria”. Disturbi non associati a depressione, precisano gli studiosi, ma correlati alla gravità della relativa insufficienza respiratoria durante la fase acuta della malattia. Uno strascico che ha colpito gli anziani come i giovani, con l’annebbiamento che dettava una fatica anche nelle attività più semplici come ricordare la lista della spesa o un numero.

Il meccanismo per cui il Sars-CoV-2 altera le funzioni cognitive è complesso, spiega il professore dell’Università degli studi, ordinario di Neurologia. ” Di questo virus, sicuramente sappiamo che invade il cervello, una causa che definiamo diretta ” . La perdita del gusto e dell’olfatto fra i sintomi ne sono una dimostrazione. “Ma ci sono anche altre cause indirette: il cervello risente di tutti i meccanismi di infiammazione anche extra cerebrale. A questo si aggiunge il fatto che questo virus attiva meccanismi di coagulazione del sangue e si possono creare degli ictus di vasi molto piccoli”.

Priori lo definisce uno studio importante, perché “dimostra per la prima volta che i disturbi di memoria e il rallentamento dei processi mentali osservati in più della metà dei nostri pazienti persistono anche mesi dopo la dimissione”. E le implicazioni, in alcuni casi, non sono da poco. “Queste alterazioni possono, nei casi più gravi, anche interferire con l’attività lavorativa, in particolare per chi ha un ruolo che richiede decisioni rapide come gli stessi medici o gli infermieri”.

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