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Covid, vaccinato quasi il 30% di detenuti e oltre la metà di agenti

Prosegue a passo spedito la campagna di vaccinazione nelle carceri. Sono 18.619 i detenuti finora vaccinati contro il Covid, su un totale di 52.638 presenti nei penitenziari italiani. Il dato emerge dal report settimanale del ministero della Giustizia su coronavirus e carceri. Tra gli agenti, su un totale di unità in servizio pari a 36.939, sono 20.178 quelli avviati alla vaccinazione. Per quanto riguarda infine il personale dell’Amministrazione penitenziaria, su un totale di 4.021 dipendenti risultano essere 2.151 gli avviati alla vaccinazione. Per quanto riguarda la diffusione del contagio, sono 397 (di cui 10 nuovi giunti) i detenuti attualmente positivi al Covid, su un totale di presenze in carcere, come già detto, pari a 52.638 unità.

Calo di contagi nei penitenziari

Dal monitoraggio settimanale pubblicato dal ministero della Giustizia emerge ancora il calo dei contagi nei penitenziari: sette giorni fa, infatti, il numero di detenuti positivi era pari a 492. Tra gli agenti, si contano invece 400 attuali contagiati (la scorsa settimana erano 424), mentre tra il personale amministrativo e dirigenziale dell’Amministrazione penitenziaria i positivi risultano essere 46, uno in meno rispetto al report del 27 aprile scorso. Andando sullo specifico, tra i 397 detenuti positivi, 375 sono asintomatici, mentre 2 hanno sintomi ma sono gestiti all’interno degli istituti. Venti, invece, i detenuti ricoverati. Per quanto riguarda gli agenti, 388 positivi sono in quarantena a casa e 3 degenti in caserma, mentre 9 sono ricoverati. Nessun ricoverato in ospedale, infine, tra i 46 dipendenti dell’Amministrazione penitenziaria attualmente positivi al Covid.

La nota dolente arriva dalla Sardegna

Rita Bernardini, esponente del Partito radicale, rende noto, dopo un colloquio con il Dap, che nelle carceri sarde la vaccinazione stenta a decollare. In attesa del nuovo aggiornamento sulle presenze in carcere, c’è da ricordare che il sovraffollamento persiste e ciò mette comunque in difficoltà l’attuazione del protocollo sanitario. La vaccinazione non basta, deve essere comunque accompagnata da misure deflattive più efficaci. Ad esempio, tra le linee guida emerso dal documento Stato Regioni di agosto scorso, viene indicato di favorire lo svolgimento delle attività trattamentali, educative e lavorative intramurarie nel rispetto delle disposizioni ministeriali e regionali, «adibendo – si legge – locali idonei allo scopo, che permettano il distanziamento sociale e l’applicazione delle misure di prevenzione e igiene, e che possano essere opportunamente arieggiati e sanificati; anche in questi casi, ove possibile, privilegiare le modalità a distanza (es. attività scolastica in videoconferenza, ecc..)». E poi, si legge ancora, «identificare luoghi idonei all’isolamento sanitario all’interno degli istituti e adeguarne costantemente la disponibilità di posti, in base all’andamento epidemiologico locale del contagio, garantendone la regolare sanificazione». Oppure, sempre nelle linee guida, «garantire che l’accesso di visitatori, volontari, fornitori avvenga nel rispetto delle norme di distanziamento sociale e di igiene personale, del corretto uso dei Dpi e del tracciamento dei contatti, in base alle indicazioni ministeriali e regionali in riferimento alle diverse fasi dell’epidemia». Altro punto indicato è «favorire e promuovere le istanze di misure alternative o di sostituzione delle misure cautelari restrittive, soprattutto per i soggetti a maggior rischio di sviluppo di complicanze da Covid-19».Sappiamo che tutto questo, nelle carceri sovraffollate, è utopia pura. Così come è sempre più difficile ottenere il differimento pena per i detenuti anziani e con patologie pregresse, soprattutto se rientrano nei reati ostativi. Ma ridurre il numero delle presenze in carcere, dovrebbe essere una prospettiva proiettata oltre il discorso covid.

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