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Da Mazzola a Capello quelli del calcio che piaceva a Gianni Mura

Un anno come l’ultimo è lungo da passare, se poi è senza Gianni Mura sembra eterno. Domani è il primo anniversario della morte del giornalista sportivo – e probabilmente non solo – più grande dell’ultimo mezzo secolo. Un anniversario senza commemorazioni ufficiali per lo stesso motivo per cui non ha avuto un funerale, ma solo una sepoltura informale a Lambrate, in una tomba di pietra sarda, a ricordare le sue origini. Ci sarà solo, e non è affatto poco, un documentario su Sky curato da Emanuela Audisio.

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E ci sono i ricordi informali del mondo del calcio, però d’epoca: col pallone di oggi Gianni aveva ormai poco a che fare, guardava e commentava le partite, ma era cambiato tutto il resto, Milan e Inter sono in mani straniere e probabilmente i dirigenti non sanno neanche chi fosse Mura.

Ben diverso il discorso spostandosi sulle generazioni passate. Prendiamo Sandro Mazzola, campione anni ’60 e ’70, manager negli ’80 e ’90: “Non sempre coi giornalisti noi del calcio abbiamo un bel rapporto, ma con Gianni era diverso. Si poteva giocare. Soprattutto quando mi intervistava: secondo me faceva apposta a farmi domande difficili per vedere come reagivo, ma era tutto uno scherzo. Però sapeva anche essere serio, e pur nell’amicizia non mi ha risparmiato i 4 in pagella quando secondo lui me li meritavo. Io protestavo e lui: ‘Ma se sei stato davanti alla tribuna stampa tutto il tempo a dormire’, rideva”. Dall’Inter al Milan, di cui Fabio Capello è stato prima giocatore e poi tecnico: “Con Mura sono anche uscito a cena, quando allenavo, ed erano sempre momenti piacevoli perché non c’era solo il cibo e il calcio, ma si poteva parlare di tutto. E poi era preparato, scriveva in un modo coinvolgente, ed era raro allora, figuriamoci adesso che ci sono i social e i giornalisti contano molto meno”. Commensale, e la scena sarebbe stata da vedere sicuramente, è stato anche Arrigo Sacchi: “Parlavamo di calcio e di tattica, ed era un piacere perché era un perfezionista, mai superficiale, non rincorreva lo scoop e non aveva i pregiudizi di Brera. Che era il suo maestro, ma era anche vecchio, la sua tattica era il difensivismo. Mura invece sapeva riconoscere il merito. Ricordo una partita in Coppa Italia in cui schierai tutti giovani, e giocammo benissimo. Lui lo riconobbe e ci lodò”.

Negli anni di Sacchi, tra gli Ottanta e i Novanta, giocò nell’Inter (poi anche nel Milan) Aldo Serena, ariete d’area, che compare anche nel documentario su Sky: “Lo leggevo ancora prima di conoscerlo, quando lo incontrai per la prima intervista sapevo già cosa pensava di me calcisticamente. Fu tra l’altro un momento speciale: il dopo Italia- Egitto alle Olimpiadi del 1984, negli Stati Uniti. Era stata una battaglia con botte, ammoniti ed espulsi, lui non mi parlò della partita, ma solo dell’etica del calciatore, del non dover rendere i colpi che si ricevevano. Poi la sua lettura restava imprescindibile il lunedì, per fortuna non mi diede mai 4 in pagella anche se da lui l’avrei accettato. Ci incontrammo altre volte: lo aveva incuriosito la mia vita, le mie origini, il fatto che mi piacesse leggere romanzi e poesia. Non era così facile neanche allora trovare dei libri a casa di un calciatore. Ma una volta gli offrii come spuntino dei fichi secchi e del prosecco e mi rimbrottò per l’accostamento”. Mura era Mura sempre e in tutto, e per fortuna.


 

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