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Daniela Molinari: la madre biologica ha finalmente detto sì al prelievo che potrà salvarla

Dopo il rifiuto iniziale, la madre biologica di Daniela Molinari ha acconsentito a sottoporsi al prelievo che – fornendo informazioni sul proprio Dna – permetterà l’avvio di una cura sperimentale sulla donna, gravemente malata. 

daniela molinari
Daniela Molinari/Facebook

Si accende una piccola speranza per Daniela Molinari, la donna di 48 anni che – dopo essere stata abbandonata alla nascita dalla madre biologica, che la fece trasferire in un orfanotrofio – ha recentemente scoperto di essere stata colpita da un tumore ed è stata inserita in un programma di cure sperimentali. Affinché le vengano somministrate le terapie, però, Daniela ha bisogno di ricostruire in maniera approfondita la mappa genetica della famiglia: senza il Dna della mamma, quindi, le cure non potrebbero neanche avere inizio.

E ora, dopo una serie di appelli comparsi nelle ultime settimane su diversi organi di stampa, la donna – che partorì Daniela a 19 anni nell’ospedale Sant’Anna di Como e rinunciò subito a lei – ha deciso di aiutare la figlia. E così ha accettato – e già eseguito – il prelievo del sangue che potrà fornire informazioni indispensabili per cercare di curare Daniela.

Un incontro tutt’altro che banale, quello tra le due donne. E avvenuto, in realtà, senza mai conoscersi. Da una parte una mamma che rinuncia alla figlia – nata dopo una gravidanza difficile, in un contesto di feroce violenza, ma con la ferma volontà di non abortire, nella speranza di poter garantire, attraverso una famiglia più stabile, un futuro migliore alla piccola; dall’altra lei, Daniela, che dopo aver aspramente criticato la madre biologica per l’iniziale “incomprensibile” diniego a collaborare – “disumana“, la definì – ora si lascia andare ad un pizzico di speranza: “Sono contenta“, dice.

Fondamentale, nell’opera di mediazione, il lavoro del Presidente del Tribunale dei Minori Maria Carla Gatto, impegnata nel garantire “i diritti costituzionali di entrambe le donne“, e capace con l’aiuto di un medico e di una psicologa, di completare una missione complicatissima: convincere la madre biologica di Daniela a sottoporsi al prelievo, indispensabile per il prosieguo delle terapie della figlia mai riconosciuta. E così – non senza difficoltà emotive, tecniche e burocratiche – e garantendo alla madre di Daniela l’anonimato che ha legittimamente richiesto, la missione alla fine è stata portata a termine.

La dottoressa Gatto sottolinea la capacità del Tribunale di “esser stato regista di alleanze con la società civile“, evidenziando le iniziali ricerche nell’ospedale dove Daniela venne al mondo e, più di recente, la collaborazione del centro diagnostico che “ha prontamente operato le indagini genetiche“. Un terreno dove è difficile operare, tra resistenze, debolezze, timori.

Ora, una piccola speranza per Daniela, a sua volta madre di una figlia diciottenne e di una di 9 anni. Dopo aver superato la scoperta delle proprie origini, quelle di una adottata, e dopo aver sopportato lo scherno, gli sguardi incerti e le chiacchiere che hanno caratterizzato le fasi nelle quali la sua situazione veniva vista come una diversità, la donna si trova, a 48 anni, ad affrontare un’altra, difficilissima fase della propria vita: la malattia corre, si fa sempre più aggressiva, e ogni tentativo per sconfiggerla diventa fondamentale.

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