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Draga & Aurel plasmano nuovi “oggetti a reazione poetica”

Due realtà che sembrano inconciliabili, ma non per loro: «L’arte è nel nostro Dna», continua la designer, «per questo abbiamo cercato di addomesticare la fabbrica. Ci sono dei paletti da rispettare, vero, ma è proprio qui che nasce la nostra sfida: introdurre l’imprevisto nell’ingranaggio, magari con una inedita finitura acidata o una pelle graffiata. Incursioni artistiche, insomma, a cui i miei collaboratori hanno per scherzo dato una definizione: “dragare”». Ma la produzione industriale non poteva colmare la voglia di sperimentare e allora la coppia riparte e trova la sua nuova linfa nella resina. E così che nasce la collezione Transparency Matters, una famiglia di sgabelli, coffee table, panche, tavoli, consolle, paraventi, ma anche lampade, rivisitazione delle luci alimentate al neon, ispirate – come mi suggerisce Draga – al movimento artistico degli anni Sessanta, il Light and Space.

E anche se non hanno ancora imparato a tramutare il piombo in oro, il loro tocco produce una magica alchimia capace di trasformare materiali noti – come resina, cemento, vetro e bronzo – in soluzioni sperimentali. «È la voce della materia che non ha sempre lo stesso suono. Mescoliamo gli ingredienti ancora a mano, li coliamo negli stampi, li raffreddiamo e li scaldiamo, li lucidiamo e gli diamo spessore, alla ricerca di una certa sfumatura o colore. Ma poi ecco l’imprevisto e come per magia tutto cambia, mentre cerchiamo un risultato ne otteniamo un altro, ancora più entusiasmante», confessa.

Composti da tre elementi modulari, interamente realizzati in resina, i tavolini Bon Bon, della serie The Candy Box disegnata per la galleria Nilufar, giocano su trasparenze e colori.Riccardo Gasperoni

Nascono così gli atomi impalpabili della lampada Joy Circle che combinati insieme generano una delicata sensazione di leggerezza e respiro che si propaga in forma di onde, come la superficie dell’acqua quando vi si lancia un sasso. Da veri e propri pionieri dell’invisibile, sognatori, custodi del grande potere dell’immaginazione, trovano la loro fonte di ispirazione negli anni Settanta. «In fondo siamo ancora due fanciulli e viviamo ancora quell’euforia che Patti Smith racconta nel libro Just kids». Dal Minimalismo al Brutalismo, dall’Espressionismo astratto alla Op Art, da Carlo Scarpa a Nanda Vigo, l’approccio per loro non deve mai essere predefinito. La creazione è un atto libero che trova nell’imperfezione la conquista dell’unicità. Come la resina che tra le sue molecole, oltre ai polimeri, nasconde un’arte che solo i possessori della pietra filosofale possono intuire.

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