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È l'inizio della fine per le Big Tech?

Le Big Tech (Alphabet, Amazon, Apple, Meta e Microsoft) stanno vivendo un periodo di grandi difficoltà: ecco perché

Fatta di crescita illimitata degli utenti, aumento costante dei profitti e incrementi record del valore delle capitalizzazioni in borsa, la parabola delle Big Tech (Apple, Microsoft, Alphabet, Amazon e Meta), per come l’abbiamo conosciuta in questi ultimi dieci anni, si è bruscamente interrotta in questo 2022 per una serie di motivi che un recente articolo dell’Economist ha esplorato e messo in chiaro.

Declino per Big Tech?

Come scrive l’autorevole settimanale britannico, le fortune della Silicon Valley, i cui colossi tecnologici per tutto il decennio scorso erano abituati a un ritmo di crescita cinque volte superiore a quello del Pil Usa, sembrano essersi esaurite quest’anno.

Il 2002 in realtà è stato un anno difficile per tutte le società quotate, con l’indice S&P 500 decresciuto di oltre un quinto da gennaio. Ma per le aziende digitali è stato un vero e proprio crollo nel valore di mercato, con l’indice Nasdaq diminuito di oltre un terzo e i cinque giganti della California che hanno lasciato sul terreno ben 3 trilioni di dollari di capitalizzazione.

A soffrire particolarmente è stata Meta, la parent company di Facebook, che ha perso due terzi del valore di mercato e la cui quotazione oggi, pari a circa 300 miliardi di dollari, è talmente lontana dai picchi di un tempo da rendere ormai persino dubbia la sua inclusione nel club dei Big.

Le cause della fine dell’eccezionalismo Tech

Alla base di questo drammatico declino ci sono secondo l’Economist diverse cause, la prima delle quali è l’ormai avvenuta maturazione dei mercati digitali.

La pubblicità era stata una fonte vitale di introiti per le Big Tech man mano che gli inserzionisti spostavano i loro investimenti dai vecchi media come i giornali e le tv al mondo on line. Oggi però che questa transizione si è completamente consumata, con due terzi delle spese pubblicitarie complessive in America concentrate nel digitale, le varie piattaforme sono soggette ormai ai mutamenti dei cicli di mercato proprio come le loro sorelle analogiche.

È per questo che Meta ha conosciuto nel luglio di quest’anno il suo primo trimestre negativo quanto a introiti, seguito da un secondo tonfo nel trimestre successivo.

Competition is competition

Per oltre un decennio le Big Tech sono state sinonimo di concentrazione dei mercati: Google aveva il monopolio delle ricerche on line, Facebook il primato tra i social media e così via.

Da qualche tempo a questa parte però queste posizioni di monopolio sono state intaccate dall’ingresso nel mercato di nuovi competitori baciati dal successo.

Questo è senz’altro il caso di Tik Tok, il cui tumultuoso avvento ha causato la prima decrescita mai registrata del numero di utenti di Facebook. La competizione inoltre avviene tra le stesse Big Tech in campi come i servizi cloud dove si è registrata l’accesa battaglia tra Amazon e Google.

Quanto a un campione di ascolti come Netflix, deve ora fare i conti con la concorrenza non solo di Disney e Wsrner Bros, ma anche di Apple e Amazon con i loro contenuti illimitati. È questo il motivo pe cui la regina dello streaming ha perso quest’anno il 50% del suo valore di mercato.

Un quadro macroeconomico penalizzante

A incidere su questa decrescita infelice delle Big Tech ci sono anche fattori che hanno a che fare con il quadro economico generale. Per combattere l’inflazione galoppante la Federal Reserve ha alzato i suoi tassi facendoli schizzare dallo 0.25% di gennaio all’attuale 4,5%.

Tutto ciò rende la vita più difficile a tutti i player economici e non solo a quelli del campo digitale. Ma per questi ultimi le sofferenze sono state maggiori in quanto un mondo di tassi di interesse alti incide sulle aspettative degli investitori e dunque su un fattore che ha contribuito per anni a mantenere alte le quotazioni di mercato.

Appare significativo quanto avvenuto nell’industria del venture capital, il cui valore dei nuovi investimenti è decresciuto del 42% nei primi undici mesi del 2022 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, in una caduta ancora più rovinosa di quella registratasi nella crisi finanziaria del 2007-2009.

Il nodo dei semiconduttori

Anche l’andamento dell’industria dei chip ha avuto un ruolo nella crisi delle Big Tech.

Nonostante l’aumento dell’offerta registratosi negli ultimi due anni, la domanda ha conosciuto un drastico calo a causa del declino nelle vendite di Pc e smartphone. Ulteriori difficoltà sono sopraggiunte a causa del collasso del criptoverso, che ha portato a una riduzione della domanda dei processori avanzati realizzati da compagnie come Nvidia e Amd.

A questi elementi si aggiungono le incertezze geopolitiche. Come è noto, l’America ha introdotto pesanti restrizioni all’export in Cina dei semiconduttori, causando non pochi problemi a quello che è di fatto il più grande acquirente mondiale di chip.

La Cina poi ci ha messo del suo con la draconiana politica zero Covid, che ha comportato l’imposizione di stringenti lockdown nelle fabbriche. È questo il motivo per cui Apple ha deciso di trasferire parte delle proprie produzioni dalla Cina a Paesi come India e Vietnam. Ma questa mossa tardiva non è servita a invertire la rotta di una compagnia che, nonostante performance migliori rispetto alle altre Big Tech, ha comunque perso negli ultimi dodici mesi un quarto del suo valore di mercato.

Scenari cupi all’orizzonte

Il concorso di questi fattori prospetta per le Big Tech un futuro segnato da incertezze e scelte dolorose.

La strada intrapresa per ora dalle compagnie è quella del contenimento dei costi, che si traduce quasi sempre in un taglio dei posti di lavoro. Il sito Layoffs.fyi stima una perdita di posti di lavoro nel 2022 pari a ben 150.000 unità. In un segnale indicativo delle difficoltà affrontate, Amazon ha comunicato alla falange dei laureati che avrebbero dovuto prendere servizio nell’azienda nel maggio 2022 che dovranno attendere la fine del 2023.

Se insomma per più di un decennio il sole sembrava splendere sempre nella Silicon Valley, l’anno che sta per aprirsi sarà caratterizzato da una fitta nebbia.

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