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“Eccomi in acustico. Ma la mia Gloria si merita un musical”

Le melodie nette, capaci di solcare le onde radio così come la memoria di chi le ascolta. I testi, costruiti su parole per lo più immediate eppure, talvolta, capaci di dribblare il senso e condurre in territori criptici. Umberto Tozzi ha sempre giocato con il cosiddetto pop, e chi non aveva capito il suo approccio la faceva facile: l’etichetta era quella del «leggero». Sarà, ma quei pezzi schizzavano alti in classifica, in Italia e nel mondo, ieri come oggi: Gloria finiva nel musical Flashdance (era il 1983) e Ti amo nella serie di culto a noi contemporanea La Casa di Carta. Risultato? Grazie all’autore di questi brani (e di altri come Tu, Stella stai, Io camminerò, Si può dare di più), la gente finiva per cantare di un «guerriero di carta igienica», di «una saponetta che, scivolando, non c’è» e di passi che sembravano «bianchi zingari». Questa sera al Carroponte (ore 21, info 02.58.11.88.03) il cantautore torinese declina in live acustico una carriera da mezzo secolo.

Il ritorno sul palco: come lo vive?

«Dire che sono felice è poco. Questo anno e mezzo di totale chiusura mi ha fatto capire qual è la mia dimensione naturale: andare in giro, suonare, incontrare il pubblico».

L’incontro col pubblico per la prima volta nella sua carriera avviene in acustico: è un modo più intimo?

«Indubbiamente. Denudare i miei pezzi non è stato difficile: per me è stata una sorpresa entusiasmante. D’altronde, quelle canzoni sono tutte nate al pianoforte o alla chitarra: andavano come riportate a casa. La veste acustica mi ha permesso poi di riscoprire brani che non avevo mai eseguito dal vivo, proprio perché in veste elettrica non rendevano».

A proposito di carriera la sua cominciò, da musicista, mezzo secolo fa, sull’asse Torino-Milano.

«Per me torinese il vero lavoro nella musica lo si andava a cercare a Milano. Era nella città dei locali, delle case discografiche, dei cabaret, che si andava a cercare la pagnotta. Milano per me è un mondo di ricordi: saltavo sul treno senza sapere dove avrei dormito, se nella pensioncina da mille lire a notte o a casa da amici».

Alcuni di questi amici sarebbero diventati celebri?

«Beh, i Gatti di Vicolo Miracoli non mi negavano mai un divano, in zona via Venini. Loro andavano in scena al Derby. Erano anni stimolanti, tra musicisti ci si confrontava e si provava ovunque capitasse».

Oggi i giovani artisti, tanti rapper, incidono in casa, armati di tecnologia.

«Ecco, la musica che sento in giro oggi è lo specchio di un mondo di non-musicisti. Non voglio esagerare con il paragone, ma Jimi Hendrix suonava in strada. Non si suona da soli, col click di un computer».

L’anno scorso aveva in progetto un tour insieme a Raf: si farà nella prossima stagione?

«La verità è che siamo tutti in attesa di sapere se si potrà, se si tornerà a vivere la musica e gli eventi come prima della pandemia».

È vero che un suo sogno è sempre stato quello di trasformare il suo successo Gloria in un musical?

«Verissimo. Solo che oggi trovare chi investe denaro nel musical e in un progetto di questo tipo è molto difficile. Certo non penso di essere arrogante se dico che musicalmente, uno spettacolo incentrato sulle mie canzoni possa funzionare davvero bene».

Ecco, le sue canzoni: come si fa a sfornare una serie così numerosa di hits?

«Mai saputo. Comporre è un atto naturale, non è come la ricetta di un buon sugo. Ti siedi, prendi lo strumento e le cose escono».

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