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Francesca Fialdini: “Il nuovo look? Mi somiglia di più. Fuori dalla tv? Unica certezza è l’amore”

Francesca Fialdini è una delle presentatrici più amate della Rai.  Il debutto della nuova stagione di Da noi… a ruota libera, che va in onda tutte le domeniche su Rai1 dalle 17.20, è stato un trionfo. Merito delle storie che vengono raccontate, come quella di Amanda Lear, ma soprattutto della delicatezza e della positività della sua conduttrice.

Francesca Fialdini (leggi anche la nostra intervista del 2020), che quest’anno si è presentata in studio con un nuovo look strepitoso, torna anche con la terza stagione del programma Fame d’amore che avrà molte novità. A noi si è raccontata “a ruota libera”, mostrandoci com’è Francesca fuori e dentro la tv.

Il debutto di questa nuova stagione di Da noi… a ruota libera è stato straordinario: qual è il segreto di tanto successo?

La scelta del tipo di racconto che vogliamo fare, la scelta di avere ospiti che hanno avuto momenti di fragilità e che però si sono realizzati, persone che hanno fatto tesoro dei momenti no per diventare più forti. Io spero quindi che il successo dal tipo di storie raccontate e anche dal lavoro di squadra che c’è dietro il programma che credo si senta quando andiamo in onda.

Quali argomenti affronterai quest’anno?

Intanto partiamo dall’interpretazione del titolo della trasmissione. Andare “a ruota libera” vuol dire fare scelte non convenzionali, che tradiscono le aspettative degli altri, di come ci vogliono gli altri per fare quello che desideriamo davvero. Rompere schemi, scardinare tabù e stereotipi: questo è il centro del racconto. Dopodiché vogliamo rendere il programma sempre più felice e allegro, nonostante il periodo storico. Cerchiamo di far sentire sempre di più le sfide, le emozioni, perché trattandolo in questo modo anche un racconto che ha un significato profondo diventa più facile.

Hai parlato di allegria ed emozioni: un modo diverso di fare tv, rispetto ai tanti programmi concentrati sul periodo difficile tra guerra e crisi economica?

Sì, esatto. Anche quando c’è stato il Covid, a parte i primi mesi in cui tutti stavamo cercando di capire cosa ci stava succedendo e anche noi ne abbiamo trattato tramite i collegamenti, io ho scelto poi di non parlarne più. Ho voluto che la malattia non entrasse più come argomento dentro il programma, perché ce n’era già abbastanza. Volevo regalare momenti di spensieratezza senza però mai sconnetterci con l’attualità. In sottofondo anche adesso rimane questo riferimento all’attualità, sappiamo che sarà un autunno molto molto “caldo”. Allora, la solidarietà, le idee innovative che spero arrivino per risolvere questa situazione, le racconteremo. Le nostre storie vanno sempre in questa direzione motivazionale.

Quali sono dunque le storie che racconterai? È vero che parlerai della famiglia moderna?

A me interessa raccontare le storie individuali attraverso le quali si possono aprire delle possibilità anche per gli altri. Anche perché non c’è un solo modo di essere felici al mondo, così come non c’è una sola realtà di famiglia che ci possa rendere felici, dove per famiglia intendo quella d’origine ma anche le persone che ci scegliamo come amici che diventano come una seconda casa soprattutto se non si è riusciti a costruire una propria famiglia. Do quindi visibilità a quelle scelte individuali che possono essere spunti per gli altri.

C’è un personaggio che sogni di ospitare nel tuo programma?

Roberto Benigni, con lui non sarebbe mai un’intervista ma un incontro. Roberto Benigni è una personalità che ha così tanto da dare e da dire… Lo guardo con grande ammirazione.

Cosa ci dici del tuo nuovo look? Perché hai deciso di cambiare la tua immagine?

Somiglia di più a quella che sono. Questo nuovo taglio di capelli è più simile al mio carattere. Forse mi sono voluta liberare dell’idea che in tutti questi anni io per prima ho voluto un po’ sposare di essere rassicurante, di adeguarmi all’iconografia classica che porta i conduttori e le conduttrici ad essere un po’ tutti uguali. Siccome dopo l’esperienza del Covid ho scelto di essere molto più libera dalle convenzioni e dall’immagine che gli altri proiettano su di me, ho deciso di cambiare. Non ho consultato nessuno e sono andata dal parrucchiere e ho fatto questo taglio che appunto assomiglia di più alla Francesca che conosco fuori dallo studio televisivo.

Com’è Francesca Fialdini fuori dalla tv? Anche tu rompi schemi e pregiudizi e vai a ruota libera?

Credo che se tu passassi una giornata insieme a me, ti chiederesti: ‘questa è Francesca Fialdini?’ [ride ndr.]. Se il disordine è una forma di creatività, io sto vivendo un momento molto creativo. Dormo a Roma a casa di un’amica in attesa che mi diano la casa che ho preso in affitto. Giro durante la settimana per l’Italia perché sto preparando Fame d’amore. Ho ancora dentro il trolley i vestiti estivi, perché gli altri sono ancora negli scatoloni. Diciamo che mi adatto molto alle circostanze che il lavoro crea, ma sono anche molto brava a complicarmi la vita. Mi piace avere ogni giornata diversa dall’altra, non riesco a fare programmi ma neanche per organizzare una vacanza. Sul piano pratico-organizzativo sono una frana, ma questo da sempre. Però, il bello sta anche lì, programmare ogni azione lo trovo deprimente, l’aver programmato un’aspettativa rispetto a un incontro, tradirebbe quell’incontro. Mi piace lasciarmi sorprendere tanto, anche quando in un rapporto di coppia ci si comincia a conoscere, cerco anche in quel caso di togliere un po’ di certezza ma non all’altro, a me, per darmi la possibilità di rimettermi in gioco. E questo vale in ogni campo. Andare a ruota libera significa continuare a cercarsi e io continuo a cercarmi. Vorrei diventare una versione sempre migliore di me ma per farlo bisogna avere poche certezze. L’unica che basta è l’amore delle persone cui tieni, non c’è bisogno di nient’altro.

L’altra trasmissione che conduci, Fame d’amore, inizia il prossimo ottobre: ce ne parli?

Innanzitutto invece che 4 puntate saranno 8, perché abbiamo scelto di parlare non soltanto di disturbi del comportamento alimentare ma anche di tutte le altre forme di disagio giovanile, quindi le depressioni dei ragazzi, gli autolesionisti, i borderline, anche per fare chiarezza sulle parole che usiamo per definirlo. Dare voce ai giovani è più che mai necessario, sono i grandi trascurati, i grandi fantasmi della società, dove ‘grande’ sta per il vuoto che è intorno a loro. Noi così rischiamo di giocarci il futuro. I ragazzi sono usciti a pezzi dal Covid e noi non siamo stati in grado di occuparci di loro fin da subito. Del resto dal punto di vista delle occasioni di lavoro e della formazione, siamo indietro. I ragazzi si sono smarriti e si smarriscono dentro le insicurezze che abbiamo creato loro a livello relazionale. Stiamo pagando un prezzo troppo alto per la loro mancanza di socialità e di relazione. Quindi Fame d’amore si occuperà delle conseguenze di questa impennata di disagio, di disturbi, di abbandono scolastico.

Anche i social hanno contribuito a questo disagio?

I social chiaramente rientrano in questo discorso, perché da un lato sono il palcoscenico in cui i giovani si rifugiano per essere visti, quindi diventano uno strumento di contatto con gli altri. Dall’altro però significa escludersi di più rispetto alle relazioni fuori dal virtuale, nel quotidiano dove si è creato un muro di sospetto per cui fanno una grande fatica a parlare con gli adulti, non si fidano e si rifugiano sui social. Ma come sappiamo i social nascondono grandi trappole, perché la comunicazione è molto labile e perché non si conosce veramente chi c’è dall’altra parte e il dialogo si trasforma in una sorta di monologo con la persona che ti immagini stia parlando con te. Tutti gli esperti che abbiamo coinvolto nel programma mi hanno detto la stessa cosa, i ragazzi sono i grandi esclusi, non si sentono visti, non sono sicuri di loro stessi e non riescono ad immaginarsi quale sarà il loro futuro e il loro ruolo. Abbiamo disimparato a confrontarci con loro. I social amplificano questa solitudine.

Hai qualche altro progetto in futuro?

Lo dico a bassa voce, perché è una cosa difficilissima e che richiede grande concentrazione: sto scrivendo un libro. Si tratta di una favola per bambini. Ne avevo già scritta una che s’intitola Charlie e l’ocarina. In questo secondo libro Charlie si occuperà di disturbi del comportamento alimentare. Questa favola diventerà uno strumento che gli insegnanti avranno a disposizione per parlare dell’argomento nelle classi elementari. È un progetto a cui tengo moltissimo.

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