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Gallina canta ad Astrazeneca, le cose turche di Draghi su Leonardo, le prime nomine di Giorgetti e Franco, le zozzerie del verde Pratesi

Astrazeneca, Draghi, Leonardo, Sace, Ilva e non solo. Fatti, nomi, numeri, curiosità e polemiche. I tweet di Michele Arnese, direttore di Start

 

LE COSE TURCHE DI DRAGHI E GLI ELICOTTERI DI LEONARDO

 

LA GALLINA CANTA AD ASTRAZENECA

 

I RUSSI SUSSURRANO SPUTNIK A GERMANIA E ITALIA

MESSAGGINI CINESI

MODERATI SCAZZI NEL COPASIR

 

LE ABITUDINI DI UN ZOZZOVERDE

 

FRANCO E DRAGHI IN AZIONE SU SACE

 

LE NOMINE DI GIORGETTI ALL’EX ILVA

 

PIANO GIORGETTI SULLE ROTAIE

 

CIAO CIAO PONTE

 

SINDACATI USA KO

 

AMERICA LIBERISTA?

 

MUGHINI IN PILLOLE

 

QUISQUILIE & PINZILLACCHERE

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ESTRATTO DI UN ARTICOLO DI REPUBBLICA SU LEONARDO TURCHIA:

La crisi non è affatto chiusa. Ad Ankara le parole di Mario Draghi, che ha definito «un dittatore» il presidente Erdogan, continuano a provocare dichiarazioni infuocate di ministri e leader politici. Il governo turco pretende scuse ufficiali e non sembra disposto ad accontentarsi di un chiarimento attraverso i canali diplomatici. E poiché da Roma non arrivano risposte, le autorità turche hanno cominciato a lanciare segnali minacciosi, marchiando la disponibilità di alzare il livello del confronto. Una pressione nell’ombra, destinata a pesare senza però ricorrere ad atti formali. Con un obiettivo chiaro: far capire che il prezzo del braccio di ferro potrebbe pagarlo l’economia italiana. La prima a finire nel mirino è stata Leonardo, la holding tecnologica a controllo statale. Dopo due anni di trattative, proprio in questi giorni era prevista la firma del contratto per l’acquisto di dieci elicotteri d’addestramento AW169. Una commessa del valore di oltre 70 milioni di euro, che doveva essere la prima trance di un accordo per sostituire i vecchi Agusta-Bell 206 della scuola delle forze armate turche: l’importo complessivo per l’azienda italiana potrebbe superare i 150 milioni. A fine marzo Ismail Demir, il presidente delle Industrie della Difesa ossia l’ente governativo che gestisce le commesse, aveva annunciato l’accordo con Leonardo. Ma dopo le parole di Draghi i turchi hanno fatto sapere che “al momento” l’operazione è sospesa. Avvisi simili sono stati recapitati anche ad altre compagnie nazionali attive in Anatolia. Tra loro ci almeno due società private e Ansaldo Energia, proprietaria del 40 per cento di un gruppo che da u

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ESTRATTO DELL’ARTICOLO DEL CORRIERE DELLA SERA SU ASTRAZENECA E UE:

È un «preavviso scritto di una lite» che può diventare la madre di tutte le battaglie legali nate dalla pandemia. Ma soprattutto, è un ultimatum che sta scadendo. Per mano di Sandra Gallina, l’italiana che guida la direzione generale Salute e che ha negoziato i contratti sui vaccini, il 19 marzo la Commissione europea ha scritto ad AstraZeneca. Destinatari Iskra Reic, vicepresidente esecutiva per l’Europa e il deputy General Councel — l’avvocatessa aziendale — Mariam Koohdari. L’accusa di Bruxelles è precisa: «A seguito di un’analisi dettagliata di tutte le informazioni — si legge — siamo giunti alla conclusione che AstraZeneca ha violato e continua a violare le sue obbligazioni contrattuali sulla produzione e la fornitura delle 300 milioni di dosi iniziali per l’Europa».

Le implicazioni, poi, sono altrettanto nette: «Vi chiediamo formalmente e vi diamo preavviso di porre rimedio alle sostanziali violazioni contrattuali entro venti giorni da questa lettera». E ancora: «Vi diamo preavviso di recuperare senza ulteriori ritardi sull’arretrato nella produzione e consegna delle dosi e di mitigare qualunque danni causato». Anche perché — osserva sempre la lettera di Sandra Gallina da Bruxelles — «sottolineiamo che la sostanziale violazione dell’accordo di acquisto da parte della vostra azienda può portare a conseguenze drammatiche per la vita, la salute e la libertà di milioni di cittadini europei nella crisi Covid-19». Fra le righe, si profila già una richiesta di danni a AstraZeneca potenzialmente per cifre molto elevate. E poiché la missiva di Bruxelles (di cui è apparsa notizia per la prima volta su Les Echos in Francia) è stata inviata il 19 marzo, la situazione è chiara: l’ultimatum è scaduto due giorni fa senza che siano conosciute, al momento, reazioni da parte dell’azienda.

La requisitoria della Commissione è molto articolata, al punto da occupare sei pagine. Bruxelles sostiene che le violazioni sarebbero numerose: AstraZeneca avrebbe incassato un sostanziale anticipo in estate sulla base di impegni poi lasciati cadere (al punto che nel tardo autunno la Commissione si rifiutò di versare una seconda rata); avrebbe di fatto promesso le stesse dosi a più committenti pur garantendo il contrario nel contratto con la Commissione europea; e avrebbe incomprensibilmente tardato nella sua richiesta di autorizzazione del suo vaccino presso il regolatore europeo Ema.

Gallina contesta al gruppo anglo-svedese che non avrebbe neppure compiuto quel che nel contratto fra le due parti del 27 agosto scorso viene definito il «best reasonable effort» (un impegno con la «massima diligenza ragionevolmente possibile») di rispettare il calendario di fornitura. Questo prevedeva fra 30 e 40 milioni di dosi entro la fine del 2020, fra 80 e 100 milioni nei primi tre mesi di quest’anno e il resto dei 300 milioni previsti entro la fine di giugno. Invece la «violazione degli obblighi» si estrinseca nel fatto che a fine marzo l’azienda aveva fornito solo 30,12 milioni di dosi, circa un quarto del previsto.

Per Bruxelles, non può essere stata solo sfortuna per il cattivo esito nella produzione di alcuni lotti. La lettera sottolinea che la Commissione aveva pagato una prima rata di 227 milioni di euro subito dopo la firma del contratto in agosto, proprio per mettere l’azienda in grado di partire con le forniture al più presto. Ma rivela anche che i problemi erano iniziati subito: il versamento di una seconda rata da 112 milioni era stato sospeso in autunno «a causa della mancanza da parte di AstraZeneca della rendicontazione richiesta» (all’epoca Bruxelles aveva tenuto la questione riservata).

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ESTRATTO DI UN ARTICOLO DEL SOLE 24 ORE SULLA SIDERURGIA:

L’azione del Governo punta a impedire, in primis, che l’industria siderurgica italiana perda questi pezzi per strada, come già avvenuto in passato, per esempio, con il lamierino elettromagnetico o con lo steel cord. Due produzioni – legate all’industria meccanica e all’automotive – che per cause diverse l’Italia non presidia più. Il lamierino, componente fondamentale nei motori elettrici (dall’elettrodomestico fino alle recenti frontiere della mobilità), era una delle produzioni nel portafoglio di Ast, ma dopo la cessione dell’acciaieria a ThyssenKrupp la linea di produzione è stata fermata; in tempi recenti il gruppo Arvedi ha provato a riavviare questo tipo di produzione a Trieste. Destino simile per lo steel cord, particolare tipo di filo di acciaio necessario all’industria degli pneumatici. In Italia era rimasta solo la belga Bekaert a produrlo, nello stabilimento di Figline Valdarno, ma la multinazionale ha deciso di abbandonare l’Italia.

Per due produzioni perse ci sono una serie di presidi produttivi che, se non governati a dovere, rischiano a loro volta di scomparire. È il caso della banda stagnata, fiore all’occhiello dell’ex Ilva di Cornigliano, che richiede adeguati investimenti non favoriti dalle incertezze sul rilancio del nuovo assetto pubblico-privato del gigante con sede a Taranto. O dell’acciaio al titanio, che oggi non è la priorità di un’Ast proiettata verso un bando di vendita che la vedrà uscire dall’orbita tedesca.

Un presidio da difendere riguarda in particolare le rotaie, di cui l’ex Lucchini di Piombino è l’unico produttore italiano. È una componente strategica (lo è per ogni industria ferroviaria nazionale), legata a Rfi e bisognosa di investimenti che oggi Jindal non sembra in grado di garantire. E, ancora, preoccupa lo sfilacciarsi del legame dell’ex Ilva con i suoi fornitori, come Sanac (refrattari) e Innse (cilindri da laminazione), oggi in amministrazione straordinaria e in attesa di un compratore. E, sempre sul fronte dei fattori produttivi, la lezione degli elettrodi della ex Elettrocarbonium di Narni è ancora viva: l’azienda, oggi di proprietà dei cinesi di GoSource, è vitale per l’attività dei forni elettrici e in passato le difficoltà produttive precedenti al cambio di proprietà hanno creato più di un grattacapo.

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