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Giro di poltrone

Cosa fanno le poltrone degli uffici deserti durante lo smart working? Ballano! Non c’era ancora il Covid quando Urs Fischer immaginò un paio di anni fa Play, un’opera composta da nove poltrone ergonomiche di diverso design, brand e colore alle quali la coreografa Madeline Hollander ha insegnato a danzare.

Il progetto apparentemente semplice è il risultato di un software complicatissimo che permette alle sedie non solo di muoversi a passo di danza, ma anche di reagire alla presenza dello spettatore in modi imprevedibili e bizzarri. Ogni poltrona è programmata individualmente con il suo specifico carattere. Una è più socievole e insegue lo spettatore. Una è più guardinga e quando qualcuno si avvicina si ritrae timida e impaurita. Un’altra è solitaria e si dirige sempre negli angoli più remoti dello spazio. Ma quando il visitatore paziente decide di dedicare più attenzione e tempo al gruppo di poltrone, allora loro a poco a poco diventano più socievoli, iniziando a muoversi sulle rotelle senza indugi e iniziando una relazione con le persone che diventa, come dice il titolo, sia gioco sia danza.

Jeffrey Deitch, Los Angeles, 2019, Joshua White

L’artista ci tiene a sottolineare come l’opera non sia focalizzata sulle poltrone ma si concentri sulla reazione dello spettatore, su come noi umani reagiamo quando gli oggetti perdono la loro inerte natura e diventano vivi. Il gioco, to play, è per Fischer alla base di ogni vita. Il tempo, la società, le relazioni a poco a poco annullano o diminuiscono questa qualità innata. Gli altri diventano soggetti dai quali difendersi o con i quali competere; sempre più raramente, nel corso della vita, gente con cui giocare. Allora, accerchiati da potenziali nemici, ci circondiamo di oggetti che in teoria dovrebbero proteggerci.

Con Play Fischer mette in crisi anche questa convenzionale relazione con le cose. Regalando personalità a una poltrona, l’artista inventa un mondo parallelo, crea una sorta di maledizione un po’ come succede al castello della Bestia nel film La Bella e la Bestia, dove tutti i personaggi vengono trasformati in oggetti, senza però togliergli il carattere e la personalità. Dopo un po’ che ci lasciamo circondare dalle poltrone di Fischer, giocandoci e danzandoci assieme, il dubbio che sopra quelle ruote, sotto quei cuscini, dentro quelle strutture siano imprigionate delle persone viene. Vorremmo liberarle ma l’artista non ci dà nessun indizio, non ci indica nessuna direzione attraverso la quale poter capire se baciando uno di quei bulloni nel modo giusto, al momento giusto, magari potremmo riportare in vita un povero designer colpevole – chissà – di aver copiato un collega o di aver voluto risparmiare sul tessuto senza immaginare che desiderare un prezzo di listino più basso lo avrebbe condannato a un eterno, tragico basculamento.

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