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Gli obiettivi di ISPRA devono essere anche i nostri: intervista al Direttore Generale Maria Siclari

Le sfide che attendono il nostro Paese sui temi ambientali, fra la transizione ecologica, il passaggio ad un’economia a più bassa intensità di carbonio (come previsto dall’Unione Europea) e l’urgenza del PNRR, sono sicuramente fra i temi più rilevanti e dibattuti di questo periodo. Sarà sicuramente necessario riconvertire buona parte delle industrie italiane, ad iniziare da quelle che producono e consumano energia, ma anche ripensare ai trasporti, alle costruzioni, e tutta la filiera dei rifiuti.

In questo senso, una partita importantissima e determinante la gioca ISPRA, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, un ente pubblico di ricerca vigilato dal Ministero dell’Ambiente, alla cui Direzione siede da qualche mese una donna, la Dott.ssa Maria Siclari. Prima donna alla guida di un organo cartografico Nazionale, avendo già diretto il Dipartimento del Servizio geologico, Maria Siclari ha ricoperto tra i precedenti incarichi anche quello di Direttore Generale dell’Ingv e quello di Vice Capo Dipartimento della Protezione Civile.

L’abbiamo intervistata in esclusiva su QuiFinanza Green per parlare di PNRR, gestione dei rifiuti e di tutte le priorità che attendono l’ISPRA nei prossimi mesi e nei prossimi anni.

Dottoressa Siclari, come racconterebbe ISPRA a chi non lo conosce approfonditamente?

L’ISPRA è L’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, un ente pubblico di ricerca vigilato dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica dotato di autonomia organizzativa, gestionale, amministrativa e finanziaria. In ISPRA, che ha la sua sede principale a Roma, lavorano oltre 1200 risorse distribuite tra otto sedi in tutta Italia. L’istituto svolge un’attività di valutazione, monitoraggio, controllo, comunicazione, formazione e istruzione applicata alla protezione ambientale, nonché attività di ricerca scientifica e tecnologica. A supporto del dipartimento nazionale di protezione civile, siamo inoltre centro di competenza. Queste attività riguardano lo studio e il monitoraggio dell’ambiente a 360 gradi, dai rifiuti, all’inquinamento e la qualità dell’aria, ai cambiamenti climatici, alla fauna selvatica e le specie aliene, al dissesto idrogeologico e consumo di suolo, alle risorse idriche. Non ultimo, L’ISPRA detiene il coordinamento tecnico ed è componente del Sistema Nazionale delle Agenzie per la Protezione dell’Ambiente, che comprende le 21 Agenzie ambientali delle regioni e delle province autonome italiane, assicurando lo scambio d’informazioni e competenze e l’omogeneità di monitoraggio, controllo e ispezioni ambientali, fungendo da collante tra il mondo della ricerca scientifica e gli amministratori ambientali sui territori.

I temi della transizione ecologica ci coinvolgono tutti e sono centrali per la salvaguardia dei territori e dell’ambiente. Quali sono gli obiettivi di ISPRA a breve termine?

Gli obiettivi a breve termine hanno principalmente a che fare con il nostro core-business, quindi con l’esigenza di migliorarci ogni giorno in quelli che sono i compiti istituzionali che le ho descritto sommariamente prima. Sicuramente sappiamo di dover proseguire il lavoro sulle nostre infrastrutture e sui sistemi informativi, affinché il supporto alla pianificazione e alla valutazione delle politiche ambientali possa essere sempre più efficace e rigoroso. Vorrei però ricordare che una parte significativa dell’Istituto è e rimarrà coinvolta in diversi progetti afferenti al PNRR, soprattutto per quanto riguarda la protezione degli ecosistemi marini e le scienze della terra.

A proposito di PNRR, nei prossimi mesi si giocherà una partita decisiva: quali sono i suoi auspici in merito?

La grande sfida del PNRR, resa ancor più complessa dal carattere di urgenza impresso dagli eventi di questi ultimi due anni e ancor di più di questi ultimi mesi, sta nel concepire i nuovi obiettivi di policy e vincoli (non ultimi anche quelli imposti dalla guerra in atto), come un’occasione per poter avviare delle trasformazioni epocali e dei processi di riconversione con una velocità ed una determinazione che non ci saremmo neanche minimamente immaginati qualche tempo fa. L’attenzione e le cautele vanno piuttosto rivolte verso le modalità da adottare, per poter essere in grado di conciliare una rapida espansione di infrastrutture energetiche con le esigenze di tutela del paesaggio, della biodiversità e delle funzioni ecologiche degli ecosistemi, senza che la scelta di un’opzione energetica sostenibile si traduca nell’arrecare danno o addirittura pregiudicare l’esistenza di una parte del nostro Capitale Naturale. In altre parole, dobbiamo evitare che le cosiddette “semplificazioni burocratiche” dei procedimenti autorizzativi (anche quelle per impianti di rinnovabili) trasformino le due dimensioni dell’energia e della tutela del capitale naturale, in usi competitivi o addirittura conflittuali. Solo per fare un esempio, rimanendo nel perimetro delle rinnovabili, si può partire dal fissare regole chiare di installazione prioritaria a partire dai suoli già impermeabilizzati, dai siti bonificati, dai capannoni industriali (anche dismessi), dall’agrivoltaico. Altrettanto importante sarà assicurarsi che il PNRR prosegua su un sentiero di sostenibilità ambientale che non vanifichi quanto di buono sarà realizzato con questa progettazione.

Tornando invece agli obiettivi di ISPRA, quali sono quelli a più lungo termine?

Su questi mi dilungo un po’, perché necessitano di essere compresi appieno. Nel lungo periodo intendiamo concentrarci sull’ampliamento della nostra capacità di interazione con il sistema delle imprese, con cui già ci interfacciamo in diversi ambiti, dalla vigilanza e controllo alle certificazioni ambientali come Ecolabel/Emas, alle autorizzazioni e valutazione ambientali nazionali, ai rifiuti, con l’obiettivo di aiutarle a migliorare la loro percezione dei rischi sia in termini di impatto sull’ambiente e sugli ecosistemi, che di dipendenza dal capitale naturale. Le faccio un esempio su un tema che mi sta molto a cuore: la finanza sostenibile. Tutto il quadro normativo europeo che si sta delineando su questa materia (dal Piano d’Azione dell’UE per il finanziamento della crescita sostenibile del 2018, alla nuova Strategia dell’UE per il finanziamento della transizione verso un’economia sostenibile del 2021, solo per citarne due) intende ri-orientare i flussi di capitali privati verso investimenti più sostenibili, al fine di mettere ulteriori risorse – importanti e indispensabili – a servizio della transizione ecologica e dell’autonomia energetica. Questa attività sta già richiedendo uno sforzo in termini di accesso a dati sinora non accessibili o addirittura di produzione di nuovi dati di natura ambientale che riguardino le imprese e gli impatti dei settori economici. Il mio convincimento, supportato da una serie di confronti già condotti con i principali portatori d’interesse (organismi di vigilanza e controllo, associazioni bancarie e di intermediatori finanziari, associazioni di imprese), è che di fronte a questa sfida così complessa e tuttavia di così grande rilevanza, non sarà sufficiente rendere accessibili ed inter-operabili gli attuali database o archivi, cosa che lascerebbe all’utenza comunque l’onere gravoso della indispensabile interpretazione dei dati nonché di elaborazioni aggiuntive; si renderà invece necessario riprogettare le infrastrutture dei sistemi informativi e di reporting, attraverso lo sviluppo di sistemi di front-end (cioè di interfaccia con cui interagisce l’utenza finale) per l’acquisizione e l’organizzazione dei dati in forma funzionale alla misurazione e gestione dei rischi climatici e ambientali (sia di imprese che di operatori bancari e finanziari) che tale quadro normativo impone di raccontare. Questo affinché il sistema pubblico istituzionale possa garantire comparabilità e affidabilità dei dati attraverso la sua terzietà. In altre parole, le principali soluzioni tecnologiche impiegate nello sviluppo delle applicazioni (interfacce, profili utente, output, reporting, alimentazione dati) dovranno essere dimensionate e calibrate sempre più in modo da soddisfare completamente le esigenze dei vari portatori d’interesse.

Anche la salvaguardia e la valorizzazione della biodiversità è tra gli obiettivi di ISPRA?

Ricordo che la tutela dell’ambiente e della biodiversità sono di recente entrati nella nostra Costituzione e certamente la salvaguardia della biodiversità è tra i temi prioritari per l’Istituto; è cresciuta la consapevolezza sull’urgente necessità di rallentare lo sfruttamento non sostenibile delle risorse naturali e sta diventando chiaro che le due crisi ambientali – cambiamento climatico e perdita della natura – sono indissolubilmente collegate. La strategia dell’UE per la biodiversità ha di fatto incorporato la biodiversità nella definizione delle politiche del settore economico e finanziario insieme ai principali sviluppi normativi, ma nonostante questi segnali positivi, molte aziende e istituzioni finanziarie non hanno ancora una chiara comprensione di come le loro singole attività influiscano o dipendano dalla natura o diversamente mancano della capacità, delle competenze tecniche e degli strumenti per integrare in modo completo la natura nel loro processo decisionale. E’ importante per loro e per i decisori pubblici comprendere i crescenti rischi derivanti dalla perdita di capitale naturale e identificare gli investimenti di conservazione per aiutare a mitigare questi rischi. Comprendere dove l’erosione del capitale naturale mette a rischio le popolazioni o i loro mezzi di sussistenza. Dove può la conservazione della natura aiutare a massimizzare i benefici netti, tenendo conto dei costi.

Uno dei temi centrali è quello dei rifiuti e la loro gestione: cos’è l’economia circolare e perché può essere determinante in questo senso?

Partiamo da alcune premesse di fondo per far comprendere in quale contesto oggi è importante parlare del ruolo strategico che può avere l’economia circolare nel nostro paese ma anche in Europa. Il rame, l’alluminio, il litio, il cobalto e il nichel sono materie fondamentali per la creazione della tecnologia alla base della transizione energetica ed ecologica, come microchip, semiconduttori e batterie per auto elettriche, come pure per le pale eoliche e i pannelli solari. La produzione di litio insieme a quella di cobalto, grafite, nichel, silicio e altre risorse minerarie, è destinata dunque a crescere esponenzialmente negli anni a venire. E siccome questi materiali sono rari e costosi da estrarre (in alcuni casi il processo di estrazione è anche particolarmente impattante da un punto di vista ambientale), la crescente domanda ne farà aumentare i prezzi in maniera crescente, a detta di tutti gli analisti. Una delle principali strade da percorrere è dunque il recupero e riutilizzo di questi materiali proprio in linea con la logica e i processi di economia circolare. La realtà post-pandemica, che ha visto importanti strozzature nelle forniture alla ripresa economica e gli scenari bellici del fronte russo ucraino, confermano, semmai ce ne fosse ancora stata la necessità, che il modello dell’economia circolare per il recupero e riuso di materie indispensabili ai processi produttivi rappresenta il solo sentiero percorribile per svincolarsi dalla dipendenza degli approvvigionamenti che l’Europa, e in particolare l’Italia, hanno nei confronti di paesi politicamente instabili o di cui non si condivide la condotta politica e umanitaria. L’accelerazione sull’eco-design e sul riuso di materiali rari e quindi preziosi si impone oggi prepotentemente, e purtroppo con le implicazioni anche drammatiche a tutti noi note, come una urgenza geopolitica, di fronte alla quale bisogna agire rapidamente e coerentemente con gli impegni presi a livello comunitario e le risorse che ci arrivano dall’Europa, al fine di accelerare una transizione verde che è ora una difesa non più soltanto dell’ambiente ma anche degli interessi nazionali. Proprio in ragione di queste motivazioni di fondo, l’attuale fase storica può veramente rappresentare, per quanto drammatica, l’occasione giusta per affrancarsi anche dalla dipendenza di materie prime e materiali, il cui prelievo e rilascio in ambiente hanno rappresentato una delle più importanti cause di pressione sul Capitale Naturale.

Cos’è la Geodiversità e perché si tratta di un valore per il territorio italiano?

La Geodiversità è l’insieme degli elementi geologici, geomorfologici che caratterizzano un determinato luogo. Il paesaggio, nella concezione moderna, è il risultato dell’interazione tra uomo e natura, tra patrimonio naturale e valori storici, spirituali e culturali ma alla base di tutto è determinante soprattutto la componente geologica. La varietà ed unicità degli scenari italiani è infatti legata alla sua Geodiversità, cioè alla molteplicità di formazioni rocciose, terreni, minerali e fossili, e dai fenomeni che nel corso del tempo hanno “modellato” la nostra penisola. La natura degli affioramenti che costituiscono la struttura geologica del territorio italiano è il fattore principale che determina l’assetto morfologico, i suoi caratteri idrogeologici e la natura dei suoli. Dunque, conoscere la distribuzione e le caratteristiche di terre e rocce è di fondamentale importanza per la protezione dell’ambiente, per l’ingegneria civile, la gestione dei rischi naturali e per lo sfruttamento delle risorse idriche e minerali. Le informazioni sulla tipologia delle rocce e dei sedimenti e la loro distribuzione sul territorio, riprodotte sotto forma di cartografia geologica tematica, rappresentano il livello conoscitivo di base di tutte le elaborazioni di dati ambientali che interessano la geosfera, quindi di grande importanza anche per la messa in sicurezza dei territori e per una corretta pianificazione urbanistica.

Negli ultimi tempi, alcuni gruppi di attivisti per l’ambiente stanno attirando critiche per portare avanti una giusta battaglia attraverso forme discutibili di protesta. In conclusione, mi piacerebbe sapere lei – personalmente – che idea si è fatta?

Non sta a me dire se sia giusto o no imbracciare i metodi della “disobbedienza civile” come modo per svegliare le coscienze sulla questione del cambiamento del climatico, sebbene non mi sentirei di mettere sullo stesso piano chi ha imbrattato i quadri di Van Gogh rispetto a chi ha creato un disagio agli automobilisti con i blocchi stradali a Roma e Milano. Ci si può certamente interrogare se sia sbagliato o meno attirare l’attenzione dell’opinione pubblica e dei media rischiando di compromettere opere d’arte, ma ancora più sensato sarebbe interrogarsi sull’efficacia o meno da un punto di vista comunicativo. Perché, se sono comprensibili e condivisibili le motivazioni di fondo da cui muovono questi attivisti di ‘Ultima generazione’, posso immaginare che le persone abbiano visto solo un’azione violenta verso qualcosa che rappresenta un bene comune dell’umanità. Capisco la frustrazione, soprattutto delle nuove generazioni nell’assistere ai tempi lunghi della politica, ai tanti vertici e alle promesse, cui è seguita un’azione non ancora adeguata a fronteggiare urgenza e severità del cambiamento climatico. Tuttavia, anche per gli elementi rappresentati al principio di questa intervista – e mi riferisco al potenziale trasformativo che si trascinerà la straordinaria evoluzione normativa sulla finanza sostenibile – io resto ottimista e sono convinta che questo nuovo orizzonte di risorse private da mobilitare sarà uno degli elementi determinanti per il perseguimento degli obiettivi zero Emissioni nette al 2050.

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