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I frutti delle prime decisioni di Biden: gli Houthi riprendono l’offensiva interna e contro Riad

Non sono passate neanche due settimane dall’annuncio degli Stati Uniti di un cambio di rotta sul conflitto in Yemen e già se ne vedono i drammatici frutti. Come ricorderete, a fine gennaio l’Italia aveva annunciato il blocco della vendita di armi all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti collegata alla guerra in Yemen.

Qualche giorno dopo, il presidente Biden, nel suo primo discorso sulla politica estera, aveva confermato che la decisione di Trump di mettere gli Houthi nella lista delle organizzazioni terroristiche sarebbe stata cancellata e annunciato, anche da parte americana, la fine del sostegno armato alla coalizione saudita contro la milizia filo-iraniana. A onore di cronaca, Biden ha anche detto nello stesso discorso che Washington si sarebbe impegnata a proteggere il territorio saudita da attacchi missilistici, ma il cambio di rotta della politica statunitense verso la questione yemenita è parso a tutti gli osservatori come un dato acquisito e netto.

Pochi giorni dopo il blocco dell’export italiano di armi verso i sauditi, su Atlantico Quotidiano avevamo segnalato l’ipocrisia di questa decisione, dal momento che senza mettere in campo una chiara politica anti-iraniana volta a fermare l’espansione degli Houthi, non avrebbe certo risolto né mitigato il conflitto nello Yemen. Soprattutto considerando che l’ambasciatore iraniano in quel Paese è un membro della Forza Qods e che si tratta di un’area strategica non solo per la presenza di riserve petrolifere, ma soprattutto per il controllo dello Stretto di Bab el Mandeb, porta verso l’Africa e il Mar Rosso.

E purtroppo i fatti ci stanno dando ragione. Bloccare la vendita di armi verso i sauditi, come ha fatto l’Italia, o sospenderla e cancellare gli Houthi dalla lista delle organizzazioni terroristiche, come ha fatto l’amministrazione Biden, non ha favorito l’inizio di un dialogo di pace, ma ha solo incoraggiato le nuove offensive militari delle milizie filo-iraniane.

In pochi giorni, infatti, gli Houthi hanno ripreso ad attaccare i civili sia all’interno, che all’esterno. All’interno, dando il via ad una offensiva contro la città di Marib, a maggioranza sunnita, strategica per le sue riserve petrolifere e di gas e sotto controllo del governo del presidente Mansour Hadi, deposto in modo illegittimo con un colpo di Stato degli Houthi nel 2015 (ma riconosciuto ancora come presidente legittimo non solo dalle monarchie sunnite, ma anche da Stati Uniti e Ue).

All’esterno, gli Houthi hanno lanciato un attacco con missili contro l’aeroporto internazionale saudita di Abha, colpendo un aereo civile (fortunatamente senza causare vittime). L’attacco è stato condannato dai Paesi Arabi e anche dagli stessi Stati Uniti, per bocca di Jen Psaki, nuova portavoce della Casa Bianca.

Nonostante le condanne ufficiali, resta il fatto che l’aver immediatamente cambiato la politica di Trump sullo Yemen e sul sostegno ai sauditi, ha di fatto dato l’impressione agli Houthi – ovvero all’Iran – di avere campo libero per attaccare il governo legittimo e per colpire il nemico saudita. Una impressione davvero pericolosa, perché non potrà che rafforzare la percezione di solitudine di Riad – e delle forze sunnite che sostengono Mohammad Bin Salman. Una politica, a cui forse si aggiungerà presto il ritorno degli Stati Uniti nell’accorso sul nucleare iraniano (Jcpoa), che come osservato non potrà che lanciare il messaggio sbagliato a Teheran, ovvero di avere campo libero nella regione mediorientale. Un errore già commesso nel 2015 dall’amministrazione Obama, e i cui effetti deleteri sono durati anni, fino alla politica della “massima pressione” verso la Repubblica Islamica adottata da Donald Trump. Un errore da non ripetere, che sarebbe nefasto non solo per il Medio Oriente, ma per tutto il Mediterraneo.

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