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Il discorso di Draghi al Senato della Repubblica italiana

Il discorso di Draghi ha certo peso, anche perché tenuto al Senato, che nonostante tutto riecheggia i fasti del Senato romano. Memore delle critiche di cui è stato fatto segno il suo discorso della scorsa estate, ripreso integralmente – a mo’ di oracolo – da quasi tutti i media, nonostante non avesse detto nulla, al Senato ha consegnato un intervento denso di cose, con statistiche e quanto altro.

Insomma, l’ex presidente della Bce ha fatto i compiti a casa. Non entriamo nei particolari, ne parlano altri e non interessano. In questa sede sottolineiamo qualche cenno.

“Ringrazio altresì – ha detto – il mio predecessore Giuseppe Conte che ha affrontato una situazione di emergenza sanitaria ed economica come mai era accaduto dall’Unità d’Italia”.

Non un ringraziamento generico, ma un vero e proprio riconoscimento. Parole a sorpresa, che vanno in controtendenza rispetto alle iniziative dei suoi interessati sponsor, che in questi giorni hanno tentato di seppellire il predecessore.

Non solo, Draghi ha detto che il suo governo non nasce a causa del “fallimento della politica”, riconoscendone, dunque, il ruolo, contraddicendo i suoi sponsor, che la politica aborrono in nome del governo dei “migliori” (cioè loro, tale il suprematismo di certi ambiti). Certo, non vuol passare per becchino della politica, ma il cenno resta significativo.

Riguardo al punto più critico del suo piano di rilancio, sponsorizzato in questi giorni con la formula “saranno aiutate solo le aziende che hanno un futuro”, ha cambiato toni, ammorbidendo la nefasta ipotesi di aiuti selettivi.

Nefasta perché aprirebbe le porte ad arbitrii inimmaginabili sulla selezione, con ineludibile deriva clientelare (bizzarro che a proporre tale selezione dall’alto siano i fautori del cosiddetto “libero” mercato).

Nel suo discorso, invece, Draghi ha parlato di “riconversione” delle aziende giudicate senza futuro, aprendo altra prospettiva.

Si tratta di parole, ripetiamo, né dimentichiamo il passato dell’attuale presidente del Consiglio, dal Britannia alle politiche monetarie in favore della grande Finanza attuate alla Bce, né i suoi rapporti con essa, nondimeno va annotato un cambio di registro.

L’Uomo della Provvidenza, almeno ieri, ha indossato il vestito più prosaico da presidente del Consiglio della Repubblica italiana, come sottolineato peraltro nell’intervento.

Probabile che sia stato sensibilizzato a tale mutamento dalla realtà, che è altra dal limbo dei circoli iniziatici nei quali ha vissuto finora.

Anzitutto avrà a che fare con un’opinione pubblica e con le critiche conseguenti, cosa che pone rischi alla sua immagine, che deve restare intatta in vista dell’ascesa al Quirinale, sua vera priorità.

Sul punto si può a buon ragione presumere che non avesse messo in conto le critiche suscitate dalla formazione del suo governo.

Probabile che l’avessero convinto di avere doti da re Mida, con il conseguente tocco capace di mutare in oro le cose. Non è andata così, e la sua bizzarra squadra di governo ha suscitato varia riprovazione.

Inoltre, la decisione di chiudere le piste sciistiche, presa il giorno prima del suo intervento, e le proteste conseguenti, deve esser suonato d’allarme: la massima “piove, governo ladro”, è ineludibile e pericolosa.

Infine, avrà a che fare con le dinamiche politiche e le sue problematiche. In questi giorni i parlamentari del precedente governo hanno dato vita a un intergruppo per rendere più organica la collaborazione tra i loro partiti. Una novità nella politica italiana, dove in genere il fine vita dei governi lascia strascichi.

Un intergruppo col quale il premier dovrà necessariamente rapportarsi – sempre se sopravviva ai guastatori pro-Draghi (leggi renzisti & co) – in vista delle elezioni per il Quirinale, dato che è massa critica in grado di bloccare.

Da qui, forse, la sottolineatura dei benefici del governo precedente e l’elogio di Conte, al quale l’intrergruppo in questione sembra voler restare legato, consegnandogli una residua sopravvivenza politica.

Anche i rapporti con la Lega potrebbero essere meno facili del previsto: nonostante il buon rapporto con Giorgetti, l’ovvia remissività di Salvini e l’inatteso endorsement dell’imprevedibile Bossi, la sua base è esigente e rumorosa.

Insomma, l’Italia è commissariata, ma il Viceré sembra sia costretto a un minimo di dialogo, forse anche sui temi sensibili, quelli affidati ai suoi fedelissimi, posti a presidio dei ministeri chiave.

Nelle note precedenti avevamo dato un residuo di speranze alla politica italiana. Ci sembra che sia arrivato un primo, timido, segnale in tal senso.

Anche sulla politica estera, qualche cenno di continuità con la tradizionale linea aperturista dell’Italia. Sebbene abbia dichiarato alta e forte la sua fede Atlantista, ha aggiunto: “L’Italia si adopererà per alimentare meccanismi di dialogo con la Federazione Russa […]. Seguiamo anche con preoccupazione l’aumento delle tensioni in Asia intorno alla Cina”.

Discorso gesuitico il suo, ordine religioso dei quali è stato allievo al Massimo di Roma – passato che forse gli ha suggerito la citazione di papa Francesco -, con certe ambiguità del caso. Ma, nella vigilanza, va tenuto conto del registro meno trionfalistico con cui inizia il suo percorso da Viceré.

Incassa la fiducia con 262 voti. Nel riferirlo, Dagospia annota che è tra i più votati della storia repubblicana, ricordando che, tra gli altri, “ottenne più voti, 267 sì, anche l’esecutivo guidato da Giulio Andreotti, il suo quarto, nel 1978”. Richiamo a un altro anno terribile, funestato dall’omicidio Moro e dal succedersi drammatico di tre papi. La storia ha il vizio di ripetersi sotto altre forme, ma anche di aprirsi a varianti imprevedibili. Vedremo.

 

L’articolo Il discorso di Draghi al Senato della Repubblica italiana sembra essere il primo su piccole note.

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