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Il giro dei vaccini a casa: “Vi aspettavo con ansia. Grazie per quello che fate”

Ore 9 di sabato, la pattuglia del Pio Albergo Trivulzio parte per un’altra giornata di vaccini a domicilio. Sulla lista, fornita da Ats, ci sono dieci over 80, allettati o comunque impossibilitati a raggiungere i centri vaccinali. Le somministrazioni a casa degli anziani sono tra le più difficoltose. In Lombardia sul totale di 52mila iscritti, ne mancano circa 15mila (dato comunicato dal dg della Sanità, Giovanni Pavesi, il 21 aprile). Dopo un inizio lento ora si procede con circa mille iniezioni al giorno. Il Pat è uno degli hub che se ne occupano. Sei giorni su sette escono due macchine, che quotidianamente raggiungono fra i 30 e i 60 anziani. La dottoressa Pina Valentini, geriatra al Trivulzio da 21 anni, conduce uno dei due gruppi di sabato. Con lei Valeria, fresca di laurea in Infermieristica. L’auto è della Protezione civile e la guida Salvatore, giovane alpino volontario dell’Ana che tiene il cappello con la penna sul cruscotto. Nella borsa frigo ci sono dieci siringhe già riempite di vaccino Moderna. Dopo la diluizione il farmaco dura solo sei ore e mezza, ecco perché certi giorni il giro delle case diventa una corsa contro il tempo.

Il percorso da seguire, un po’ in ordine sparso: via Pascarella, Civitali, Pepere, Pinerolo, Ferrucci, Barnaba Oriani, Jacopino da Tradate, Masaccio. Passando per Quarto Oggiaro, San Siro, Lotto, Barona, Certosa. Case signorili e case modeste. Anziani soli, 90enni al quinto piano senza ascensore, e anziani con intorno figli e nipoti. Il desiderio di avere uno scudo contro il Covid accomuna molte famiglie. I salotti sono pieni di argenteria e di attestati del Rotary oppure di foto dei figli a militare in cornici con lo scotch. La squadra gira nel labirinto dei palazzi e sale le scale carica di attrezzatura. Il medico porta il pesante zaino con i farmaci d’emergenza, all’infermiera toccano il defibrillatore e la borsa frigo. Prima c’è la telefonata per avvisare dell’imminente arrivo. «Io e Valeria usciamo insieme dal primo aprile, siamo una coppia rodata – dice la dottoressa -. Una volta arrivate, ci dividiamo i compiti. Lei fa l’iniezione, mentre io parlo con il parente o la badante di eventuali controindicazioni e reazioni e rispondo ai loro dubbi».

Nel parcheggio o sul pianerottolo c’è la vestizione per poter entrare negli appartamenti in sicurezza. Dpi nuovi per ogni tappa: calzari, tuta con il cappuccio, guanti e visiera. «Non sento!», dice al citofono il signor Umberto. Un vicino su una panchina in cortile indica il piano giusto: «Ho fatto io la prenotazione per lui». Le domande mediche, importantissime, per stabilire se l’anziano può ricevere il vaccino vengono fatte a un parente oppure, con qualche difficoltà, al paziente stesso. «Non sempre tutto va liscio – spiega Pina Valentini -. A volte emergono controindicazioni, parliamo di persone con patologie diverse». Disturbi cognitivi, tumori, Parkinson, Alzheimer, demenza. L’assunzione dell’antibiotico, ad esempio, fa sfumare la possibilità della somministrazione. «Può capitare che qualcuno per paura rifiuti il vaccino all’ultimo minuto. In questi casi dobbiamo trovare, e al volo, un sostituto da raggiungere in giornata per non rischiare di buttare la dose».

Umberto aspetta sorridente sulla porta. «L’ho fabbricata io – dice fiero – è in acciaio. Anche quella scultura lassù l’ho fatta io. Una volta chiamavano anche me dottore. Cioè, il dottore delle macchine. Ora sto qui: ho 90 anni e sette mesi…». Valeria avverte: «La pungo, non si spaventi». Lui promuove le visitatrici: «Brave, 7 più. Vi ringrazio con il cuore». Con l’anziano rimarrà per un po’ un’operatrice del Servizi sociali del Comune. Riceve, come tutti, un numero di cellulare per problemi e incertezze nelle ore successive. E le informazioni per iscriversi alla lista dei caregiver che possono essere immunizzati. In cortile si sono radunati alcuni condomini che bloccano il medico per fare mille domande su Pfizer, Astrazeneca, trombosi e febbriciattole. Tra entrata e uscita è passata quasi mezz’ora. Valeria racconta: «I pazienti chiacchierano molto di solito, soprattutto se vivono soli. Ci offrono il caffè, ma dobbiamo rifiutare e ci rimangono un po’ male. A volte vorrei avere più tempo per restare. Però è bello tornare per la seconda dose, quasi tutti si ricordano di noi e sono felici di rivederci. Anche i parenti, l’altro giorno un figlio si è commosso dopo che abbiamo vaccinato il padre». È il turno di Aquilino, 90 anni, in carrozzina e con qualche problema che negli ultimi giorni si è aggiunto alla sua demenza. La figlia, premurosa e preoccupata, chiede consigli a 360 gradi alla geriatra, approfittando della visita. «Sa – dice – devo rendere conto a fratelli e nipoti, qualcuno sostiene che sono folle a farlo vaccinare…». Il medico rassicura: «Il vaccino è indicato soprattutto per i pazienti fragili. In particolare se i parenti vengono a trovarlo». La 88enne che viene dopo protesta: «No, no, io non lo faccio». La figlia la tranquillizza e dopo l’iniezione arriva il sorriso per Valeria: «Che brava, non ho sentito niente». Rossana, occhi azzurri e vispi, parla dei mille viaggi nel mondo e mostra gli oggetti che in giro per la casa glieli ricordano. Sul tavolino di cristallo tiene due cuori con i nomi «Rossana» e «Carlo», l’amore della sua vita, lì accanto ma distante. «Abbiamo fatto cose meravigliose insieme – dice lei – e aiutato i bambini in difficoltà. In India sì che ho pianto tanto… E quella volta sulla tomba di madre Teresa… uno dei giorni più belli della mia vita». Alla fine: «saluta con la mano dal vetro dell’ascensore.

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