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IL “MODELLO INDIA” FINISCE CON I CADAVERI BRUCIATI?

Raman Kutty, epidemiologo e presidente onorario dell’organizzazione no-profit Health Action by People a Thrissur, Kerala:“Le statistiche ufficiali in India sono spesso modificate per adattarsi ai capi politici”

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A dispetto di previsioni catastrofiche secondo le quali saremmo stati travolti da uno tsunami di infezioni, abbiamo salvato molte vite: l’India è il Paese col più basso tasso di mortalità del mondo. Ci siamo salvati e contribuiremo a salvare l’intera umanità da una immane tragedia”. È il 28 gennaio quando il premier Narendra Modi porta in scena l’orgoglio indiano al summit del World Economic Forum di Davos Leggi qui 

“Il governo stava allentando le restrizioni con quella che sembrava essere la fine della prima ondata”, ha detto V Raman Kutty, epidemiologo e presidente onorario dell’organizzazione no-profit Health Action by People a Thrissur, Kerala. “Centri commerciali e teatri aperti; c’erano eventi sportivi, elezioni ed eventi religiosi. I politici hanno persino fatto l’affermazione non supportata che l’India aveva sconfitto la pandemia.

Perché le infezioni da covid-19 in India sono diminuite all’inizio del 2021?

Questo rimane sconosciuto, ma Kutty dice che probabilmente è stato il vero decremento della prima ondata. Ha osservato che “il tasso di positività del test era in calo da gennaio a febbraio, quindi possiamo tranquillamente presumere che ci sia stato un calo delle infezioni”. Ma i numeri dei test stessi potrebbero non raccontare l’intera storia. “Le statistiche ufficiali in India sono spesso modificate per adattarsi ai capi politici, e c’è stata un’enorme pressione per riferire di meno”, ha detto Kutty a The BMJ , aggiungendo che c’è una mancanza di trasparenza anche nelle cifre per le infezioni e la mortalità.  Vedi qui

Adesso invece raccontano la verità?

Decessi e mortalità: i dati dell’India “migliori” di quelli italiani

Da Wuhan all’India, da una megalopoli cinese di 11 milioni di abitanti a uno Stato di circa 1.4 miliardi di persone. L’”Apocalisse” causata dal Sars-CoV-2 si è spostata di oltre 3.500 chilometri a ovest. Se un anno fa il primo epicentro globale noto era situato in Cina, nella provincia dello Hubei, adesso i riflettori sono puntati sull’immensa nazione indiana, alle prese con una seconda ondata di Covid particolarmente violenta.

E così l’Apocalisse India è finita in prima pagina su tutti i giornali del mondo, accompagnata da foto e notizie raccapriccianti. Obitori stracolmi di cadaveri, ospedali a secco di ossigeno, posti in terapia intensiva saturi, pazienti stesi sui marciapiedi: il sistema sanitario dell’India, vessato da decenni di malagestione, ha mostrato la sua inadeguatezza al cospetto di un’emergenza troppo grande da affrontare in condizioni del genere.

È il paradosso dell’India, di quell’Elefante indiano che, agli albori del XXI secolo, avrebbe dovuto guidare il mondo a braccetto con la Cina (anzi: l’India avrebbe fatto addirittura meglio di Pechino grazie al suo sistema democratico). Nuova Delhi può contare su un programma spaziale fin dal 1969, ha organizzato missioni per esplorare la superficie lunare, possiede armi nucleari dal 1974 e vanta il secondo esercito più grande del pianeta. Eppure, deve fare i conti con un sistema sanitario che sta letteralmente implodendo su se stesso.

Le radici del disastro

Il Covid-19 ha messo in evidenza gli enormi limiti dell’India, la cui spesa sanitaria si avvicina all’1% del prodotto interno lordo. A livello pro capite, e considerando la priorità delle cure mediche in relazione al bilancio del governo, siamo allo stesso livello della Sierra Leone. È impossibile avere la certezza assoluta, ma la sensazione è che se la stessa ondata indiana avesse travolto la Cina – che pure, in assenza di varianti, ha dimostrato di saper assorbire l’urto della pandemia – o un altro Paese occidentale, probabilmente saremmo qui a parlare di “gravissima emergenza” e non di “Apocalisse”.

Se Nuova Delhi (ndr circa 20 milioni di abitanti), è con l’acqua alla gola, la colpa non può essere data soltanto alla variante indiana, pur più temibile (pare) della versione tradizionale del Sars-CoV-2. Semmai bisogna puntare il dito contro chi ha consentito lo svolgimento dei riti di massa che hanno portato in strada centinaia di migliaia di cittadini, senza mascherina e a contatto gli uni con gli altri, e contro le autorità che, pensando di essere a un passo dall’immunità di gregge, hanno preso decisioni a dir poco azzardate.

I numeri parlano

Lo scenario indiano è senza ombra di dubbio disastroso. Eppure, se analizziamo i numeri epidemiologici dell’India e li confrontiamo con quelli registrati in altri Paesi, otteniamo diverse sorprese. La Johns Hopkins University ha classificato i venti Paesi più colpiti dal Covid, classificandoli per numero di decessi per 100 casi confermati e per 100 mila abitanti. Data l’”Apocalisse indiana”, dovremmo aspettarci l’India ai primi posti della graduatoria. Non è così, visto che le prime cinque posizioni della classifica inerente al tasso di mortalità dei casi osservati (observed case-fatality ratio) sono occupate da Messico (9.2%), Ungheria (3.5%), Perù (3.4%), Italia (3.0%) e Iran (2.9%). L’India si trova al 19esimo posto con l1.1%.

Discorso simile se guardiamo la graduatoria del numero di morti ogni 100 mila abitanti: Ungheria (272.52), Italia (197.75), Brasile (185.17), Perù (183.71) e Stati Uniti (174.32) guidano la classifica. L’India, ancora una volta, è 19esima con appena 14.28 morti ogni 100 mila abitanti. Le considerazioni da fare sono almeno due. Intanto, al netto di numeri clamorosi riportati nei bollettini (figli di uno Stato dalle dimensioni ingenti), e in proporzione a tantissimi altri Paesi, l’India ha subito “meno perdite” di molti Stati insospettabili (è il caso dell’Italia). Poi, e questo è il secondo appunto, bisogna certo tener presente della probabile – e inevitabile – sottostima dei casi rilevati e registrati dalle autorità indiane. In ogni caso, al di là di un’ondata terribile, gli enormi numeri indiani devono essere pesati con la giusta bilancia. FONTE

Piuttosto singolare: Bill Gates crede che la tecnologia del vaccino Covid 19 non dovrebbe essere data all’India, cosa ha detto e perché l’ha detto   Vedi qui 

Ma ha senso, è utile confrontare le prestazioni di Paesi diversi? L’India ha subìto un lockdown molto duro e senza preavviso, nell’ultima settimana di marzo, che ha portato a costi economici altissimi e alla totale perdita dei mezzi di sussistenza per una grandissima parte della popolazione, soprattutto delle fasce più povere.  Un funzionario ufficiale dell’UNICEF, Arjan De Wagt, in unintervista rilasciata a Delhi l’8 agosto ha dichiarato che l’insicurezza alimentare conseguente alle misure anti-COVID porterà a un significativo aumento dei casi di malnutrizione in India, peggiorando una situazione che era già drammatica…

I migranti tornano nelle grandi città…ma non c’è lavoro – vedi qui 

Sono indiani il 60% dei nuovi poveri causati dalle misure della  pandemia

India: milioni di bambini in più rischiano la povertà e la fame a causa della drammatica crisi causata dal Covid

Secondo Fauci: «L’India dovrebbe rimanere in lockdown per settimane»

Da mesi non si sono più fermate le proteste

Differenza tra tasso di mortalità e letalità

Prima di confrontare il tasso di mortalità tra i vari Paesi è necessario chiarire la differenza tra questo e la letalità della malattia.  Il tasso di letalità è un indicatore che tiene in considerazione quante sono le persone morte tra tutte quelle che presentavano una determinata malattia. Nel caso dell’attuale pandemia appunto quante sono le persone morte fra quelle positive al Covid-19. Il tasso di mortalità invece calcola quante sono le persone morte ma sul totale della popolazione. 

Su una popolazione di 1,5 miliardi di indiani: In media, 9.402.614 persone sono morte annualmente in India negli ultimi 10 anni. Fonte 

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