il-pataffio,-critica-al-potere-in-un-medioevo-fantastico-e-grottesco

Il Pataffio, critica al potere in un medioevo fantastico e grottesco

Valentina Di Nino 07 agosto 2022 23:17

Una storia ambientata in un medioevo fantastico che non racconta di dame e cavalieri, ma di ottusi signorotti, soldataglia scalcagnata, castelli ridotti a ruderi, preti truffatori, potenti prepotenti e affamati quanto i loro sudditi e miseria endemica. E’ il “Pataffio” di Francesco Lagi che riunisce un brillante e composito cast guidato da Lino Musella nei panni del Marconte Berlocchio. Giorgio Tirabassi è il fido consigliere Belcapo, Viviana Cangiano la sposina del Marconte Bernarda, Alessandro Gassmann veste i panni di frate Cappuccio e Valerio Mastandrea è Mingone, villano che proverà ad opporsi al nuovo signore di Tripalle.

Il Pataffio, la trama

In un remoto medioevo immaginato, un improbabile gruppo di soldati e cortigiani al seguito del Marconte Berlocchio e della sua fresca sposa Bernarda, dopo molte traversie, arriva finalmente al feudo che Berlocchio ha ricevuto in dote. Ma quel castello non è la terra di prosperità e ricchezza su cui il Marconte già immaginava di poter governare e accrescere la propria fortuna, ma un posto sperduto, un rudere decrepito abitato da villani ridotti alla fame, per niente disposti a farsi governare. Il Marconte però, bramoso di esercitare i suoi diritti di feudatari, prenderà comunque possesso del disgraziato feudo, emanando editti e provando a imporre nuove regole e tasse, ma si troverà davanti un muro e, per provare a superarlo, cercherà di portare dalla sua parte Mingone, il più rivoltoso dei suoi villani.

Il Pataffio, un film tragicomico che racconta di miserie reali e metaforiche

Metti un medioevo scalcagnato e immaginario, una banda eterogenea di soldataglia e cortigiani tutti male in arnese a seguito di un signorotto, una lingua che mischia comicamente gli accenti del centro Italia con il linguaggio aulico, e pensi subito, inevitabilmente, alla più grande opera cinematografica italiana che abbia mai messo insieme tutti questi elementi in un modo così scintillante da diventare una pietra miliare della nostra commedia, ovvero “L’armata Brancaleone”. Se poi nel cast c’è pure un Gassmann il paragone diventa ancora più inevitabile. Se il pubblico che andrà al cinema dal 18 agosto a vedere “Il Pataffio” si aspetterà un’opera che ricalchi molto da vicino il capolavoro monicelliano rimarrà però in parte sorpreso.

L’universo di un medioevo grottesco in cui si sviluppa il film ha di certo molti elementi in comune con il predecessore, ma quello del Pataffio è un universo creato dalla fantasia di Luigi Malerba, lo scrittore parmigiano che nel 1978 creò la base della storia che vediamo adattata sullo schermo con qualche differenza, e che vede protagonista la corte del Marconte Berlocchio de Calaganza e della sua neosposa Bernarda, che si incammina nella convinzione di prendere possesso di terre che regaleranno a tutti prosperità, e a cui invece tocca in sorte Tripalle, il feudo più affamato della terra, dove ad attenderli, dopo un viaggio pieno di errori di percorso, ostacoli e difficoltà varie, trovano un contado incarognito dalla miseria, e totalmente indifferente alle pretese del nuovo signore.

Sicuramente, il più grande punto di forza di questo film è il cast. Lagi mette insieme un gruppo di attori incredibilmente eterogeneo, ma ognuno perfetto a caratterizzare dei personaggi che sono tutti perdenti senza appello, e senza nessun tipo di interesse a cercare il proprio riscatto.

Lino Musella, nei panni dell’odioso Marconte Berlocchio è bravissimo nel raccontare un uomo meschino, nato umile e arrampicatosi verso l’alto grazie a un matrimonio d’interesse, divorato da un ambizione di cui non è assolutamente all’altezza, e che si incaponisce nel suo sogno di potere senza capire che sta andando dritto incontro alla meritata rovina. La giovane moglie Bernarda (Viviana Cangiano), sposata solo per ottenerne la dote, è forse l’unico personaggio che, nella sua sprovvedutezza, rimane innocente, al contrario di tutti gli altri, a iniziare dal frate Cappuccio interpretato da Alessandro Gassman che, tra prediche in cui invoca la giustizia divina e altisonanti motti in latino, non disdegna di rimpinguarsi le tasche con i poverissimi beni dei disperati fedeli. Valerio Mastandrea invece è Migone, una sorta di rappresentante dei villani di Tripalle a cui spetta il compito di introdurre nella storia gli elementi di critica sociale al potere, che si fanno via via più evidenti, fino all’epilogo finale.

Il Pataffio infatti, a differenza dell’Armata Brancaleone, non è un film totalmente comico: la storia vive nella seconda parte una svolta tutta incentrare sul rapporto potere/sudditanza tra la nuova corte e i disgraziati villani del feudo. Il personaggio di Migone diventa una sorta di capo della ‘resistenza’ alla prepotenza del Marconte.

L’unico a rendersi conto di quello che sta succedendo, pur essendo un cortigiani, è Belcapo, il consigliere di Berlocchio interpretato da Giorgio Tirabassi, che dà vita a Belcapo, forse la figura più complessa della storia e sua vera chiave: un burocrate colto, unico in mezzo a tanta cecità, ad avere tutti gli strumenti per guardare in faccia il malcontento del popolo e intuire quello che avverrà, ma anche un uomo ‘del sistema’, legato al suo ruolo fino all’estremo.

“Il pataffio” è un film molto divertente, che, soprattutto nella prima parte regala allo spettatore situazioni e battute esilaranti, ma il vero registro è il tragicomico. Risate e disgrazie si alternano in continuazione e il film risulta interessante per questa sua complessità, una commistione che propone risate, ma anche uno sguardo più ampio tema del potere e delle sue miserie.

Il Pataffio, il trailer

Voto: 6,5

locandina-il-pataffio-low-2

Related Posts