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Il Pd non ha un’identità: e per trovarla non c’è la formula magica

Siamo alla svolta decisiva? O forse no. Quante volte, negli ultimi anni, ci siamo chiesti se il nuovo cambio di segretario del Pd fosse quello destinato a rilanciare il partito? Quante volte abbiamo sperato di essere giunti finalmente alla fase finale di una transizione che nessuno sa dire quando sia iniziata (dopo Veltroni? dopo Bersani?), ma che tutti sono concordi nel ritenere sia durata troppo a lungo.

In una forza politica le cui diverse anime sono divise quasi su tutto, la sola cosa su cui forse c’è consenso è questa: «Il nodo va sciolto. Bisogna chiarire l’identità del Partito democratico». Certo, ma come? Tanto per cominciare le questioni identitarie non si risolvono con una formula, specie quando si tratta di etichette consunte dall’uso, che hanno perso la capacità di denotare. Dire che il partito dovrebbe «tornare a essere riformista», o che dovrebbe «ripartire dal lavoro», oppure che dovrebbe «spostarsi a sinistra», dice ben poco alla maggior parte degli elettori, che sono a loro volta in crisi di identità da tempo.

Senza un insieme minimamente coerente di ideali normativi, e un’agenda di politiche possibili per attuarli, qualunque discussione sull’identità è destinata ad alimentare il sentimento di irrilevanza del dibattito politico che da decenni sta soffocando la nostra democrazia. L’identità è indispensabile, ma trovarne una che faccia da fulcro di un rilancio del partito è cosa impegnativa, che richiede risorse che vanno ben oltre un social media manager e i suoi aiutanti smanettoni.


Un paio di anni fa Alyssa Battistoni ha scritto (per N + 1 una delle più belle riviste della sinistra Usa) un saggio, di cui si è discusso molto, sull’importanza dell’organizzazione in politica. L’attivista statunitense scrive della soddisfazione che ha provato quando si è resa conto, dopo una vita spesa a inseguire l’affermazione individuale, come sia bello battersi per un obiettivo raggiungibile solo se ci sono altri che si impegnano insieme a te. Ideali e politiche vanno messi a terra e accompagnati, in un percorso che non può essere breve, e che non ammette scorciatoie. Se il Pd deve guardare a sinistra, come sarebbe a mio avviso auspicabile, c’è bisogno di una massiccia operazione di pedagogia politica: spiegare, esemplificare e convincere.

Cosa vuol dire oggi difendere l’eguaglianza? Attraverso quali politiche? Con quali risorse? Si può dare impulso alla crescita necessaria per uscire dalla crisi senza sacrificare libertà e diritti sociali? Si dovrebbe restituire vigore al meglio delle tradizioni politiche che hanno contribuito alla nascita del Pd.

Le famiglie della sinistra riformista, riunite dopo un secolo di duello, e il liberalismo sociale, nelle sue diverse declinazioni. Ma esse andrebbero integrate, non giustapposte come è stato finora. Lavorando come si fa per mettere insieme una coalizione. Per trovare, oltre le formule, il consenso su ciò che si può ragionevolmente mettere in comune. Un’operazione che potrebbe riuscire soltanto se c’è fiducia tra le diverse anime del partito. Ciascuna delle quali dovrebbe essere disposta a perdersi, per dare vita a qualcosa di nuovo. Un ricambio generazionale dovrebbe essere l’obiettivo di lungo periodo, con l’idea che nessuno è indispensabile, e che un partito sano e vitale ha una leadership plurale, ma non può tollerare un capo. Qualcuno potrebbe tirarsi indietro. Ma è anche sulla capacità di mettersi a servizio del futuro che si dovrebbe provare la vocazione dei politici.


Mario Ricciardi è il direttore della rivista Il Mulino

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