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Il popolare poliglottismo musicale del cosmopolita Stravinskij

A volerlo descrivere come un racconto, il programma disegnato da Riccardo Chailly per l’omaggio a Stravinskij della Filarmonica della Scala – su Rai5 per RaiCultura, da oggi a disposizione su RaiPlay nella ripresa curata da Musicom – era una sorta di variazioni sul tema del ‘popolare’. Oppure un ben calcolato “crescendo”: dai toni sofisticati ma quasi salottieri dei Four Norwegian Moods all’esplosione barbarica del Sacre du printemps, il più dinamitardo attacco sferrato alla tradizione musicale tardo-ottocentesca, e all’educazione all’ascolto del vecchio pubblico concertistico.

La lettura di Chailly, prima velenosamente elegante nei quattro episodi ‘norvegesi’ poi minuziosissima e magnetica nel dettagliare la rivoluzionaria tavolozza orchestrale del Sacre – dove “sacre” è “rito” non sagra nella gergale significazione paesana italiana – ne dava conto. Sfruttando al meglio la complicità di un’orchestra in stato di grazia, oramai vaccinata anche di fronte alla distribuzione di palcoscenico così poco adatta al suonare insieme, Chailly compilato una proposta eloquente che al centro poneva la suite dall’Histoire du soldat, capolavoro strumentalmente tascabile quanto il Sacre lo è in taglia gigantesca.

In tre partiture Stravinskij c’era tutto: l’artista russo emerso a Parigi e in Europa ma naturalizzato americano, ortodosso poi cristianizzato ma dal 1971 sepolto nel settore ortodosso del cimitero dell’Isola di San Michele a Venezia. Il compositore che in cinque anni (il Sacre è del 1913, l’Histoire du soldat del 1918) ha cambiato volto, suono e destino della storia della musica e che, tanto più ci stacchiamo dal ‘900, meglio si staglia come l’artista che in musica – al pari di Picasso nell’arte visiva – del “secolo breve” è stato il testimone e protagonista definitivo. Perché non ha sprecato nessuna espressione o idioma artistico volendo provare (e provarsi) con qualsiasi materiale, stile, forma e occasione ispirativa. Dietro i Norvegian Moods del 1942 c’è

infatti una colonna sonora – soggetto del film, la resistenza norvegese all’invasione nazista – revocata alla produzione hollywoodiana e quindi rielaborata in quattro momenti che non evocano fotogrammi ma tracciano un garbato omaggio al mondo sonoro norvegese. Di qui l’esecuzione sommessa e acquarellata di Chailly. L’idea del direttore ha anche il merito di orientare l’attenzione sull’altro elemento saliente del programma, i modi con cui il ‘popolare’ viene cannibalizzato dall’autore: diventa la sua firma.

Lo si capisce da come ‘sporca’ l’armonia delle melodie norvegesi. Nell’Histoire, suite di un’operina da camera nata nelle ristrettezze teatrali e logistiche della Guerra, il popolare è eterogeneo. Include citazioni colte (il Bach dei Corali) e diverse danze: mondane europee (quelle alla moda come il tango e il valzer), moderne extraeuropee (il ragtime) o di strada (le chiassose marce da circo, cui contribuiscono anche i quadri col diavolo-protagonista).

Nel Sacre du printemps non c’è momento, anche in quelli vulcanizzati dall’egemonia del ritmo e dalle ossessività metriche, in cui l’anima popolare della Russia antica (“pagana” sottotitola l’autore) non faccia sentire la sua voce. Anche nel finale terremotante, picconato con violenza dalle spigolosità ritmiche, le voci degli ottoni ‘cantano’ disperatamente una linea melodica orientaleggiante. È bravissimo Chailly a tenere in pugno la gigantesca macchina orchestrale della versione senza danza né palcoscenico del più ‘scandaloso’ balletto del Novecento: lasciando che i diversi strati musicali rimangano riconoscibili.

Il colore, l’articolazione degli episodi tra l’altro scanditi con tempi piuttosto agili, la spazialità dei timbri, sostentano la continua, vitalissima, frizione tra tensioni orizzontali e cantabili e affondi verticali fatti di accordi, groppi di note in cui l’armonia si inacidisce e sperde, disegni ritmici incalzanti e instancabilmente ripetuti ma che a loro modo ‘cantano’ come prima di Stravinskij nessuna aveva saputo fare. Nell’esecuzione della Filarmonica della Scala coesiste il senso della scoperta del 1913 e l’appagamento del classico della modernità.

Senza che le due anime si elidano. La voluttà, e partecipazione, narrativa degli esecutori non dissangua la precisione, le rifiniture, la trasparenza e l’oggettività. Così come, poco prima, ben corroborato dai solisti Francesco de Angelis, Fabrizio Meloni, Valentino Zucchiatti, Marco Toro, Daniele Morandini, Giuseppe Ettorre e Gianni Arfacchia, e adottando una gestualità meno generosa Chailly aveva spremuto umori poetici e suadenze cameristiche non scontate dalla trama ossuta dell’Histoire du soldat.

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