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Imprese post-Covid, la ripartenza è digitale

Mentre la pandemia non ne vuole sapere di piegare definitivamente la testa, si cerca di progettare la ripartenza che per molte imprese sarà ardua, costrette a fare i conti con le macerie lasciate in eredità dal Covid.

“La pandemia ha accresciuto i divari territoriali, di genere, di età e fra i settori produttivi, ma il digitale è la leva per ridurli. L’utilizzo delle nuove tecnologie limita le differenze tra piccole e medio-grandi aziende, contribuisce a sostenere la governance delle imprese manifatturiere a conduzione familiare, agevola il recupero delle aziende dei servizi, più tartassate dal Covid”. Queste le parole del presidente di Unioncamere, Carlo Sangalli, nel corso dell’Assemblea annuale che si è tenuta in streaming.

L’incontro è stato un’occasione per fare il punto sulle nuove sfide che attendono il Paese con il Piano nazionale di ripresa e resilienzae per delineare il contributo che potrà essere fornito dalle Camere di Commercio. Ai lavori sono intervenuti il ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, il presidente della Conferenza delle Regioni, Massimiliano Fedriga e il viceministro allo Sviluppo economico Gilberto Pichetto Fratin.

DIGITALIZZAZIONE E IMPATTO SUL PIL 

Nel suo intervento, il presidente Sangalli ha sottolineato che “la digitalizzazione vale fino a 7 punti di Pil, ma abbiamo ancora un ritardo enorme da colmare. Il Piano nazionale di ripresa e resilienza rappresenta una occasione unica, però occorre coinvolgere attivamente milioni di Pmi, di artigiani e di lavoratori autonomi”. “I Punti Impresa Digitali realizzati dalle Camere di commercio – ha detto Sangalli – hanno introdotto in questi anni oltre 350mila aziende alle tecnologie abilitanti attraverso migliaia di corsi di formazione, di assessment e di supporti operativi. E oggi questa speciale rete è una best practice a livello internazionale riconosciuta da OCSE e Commissione europea”. “Le Camere di Commercio ritengono fondamentale – ha spiegato  – che vengano forniti assistenza e supporto alle Pmi nei prossimi cruciali anni adottando il modello della statunitense SBA (Small Business Administration). Non serve creare uno strumento ex novo, ma bisogna affidare a livello territoriale questo incarico alle Camere di commercio, il referente più vicino alle micro, piccole e medie imprese sui temi cruciali per lo sviluppo del nostro Paese”.

Nel corso dell’Assemblea è stato presentato il dossier “25 istantanee sull’anno della crisi pandemica e sulle prospettive di ripresa”,  realizzato in collaborazione con l’Istituto Tagliacarne, che illustra, attraverso schede rapide, l’impatto della crisi secondo la visione delle imprese, sottolineando le differenze emergenti a livello settoriale, territoriale, dimensionale e secondo la tipologia di imprenditori, vis à vis con le tematiche di sviluppo individuate nel documento Strategia annuale per la crescita sostenibile 2021 della Commissione Europea (transizione verde, trasformazione digitale, crescita intelligente, sostenibile e inclusiva, coesione sociale e territoriale, salute e resilienza economica, sociale e istituzionale, politiche per la prossima generazione, l’infanzia e i giovani, come l’istruzione e le competenze).

Secondo i dati che emergono dal dossier, il 70% delle micro e piccole imprese che ha avviato la svolta digital ritiene di poter raggiungere i livelli di produttività pre-Covid già nel 2022 (contro il 61% di quelle che ancora non hanno messo in campo investimenti nelle nuove tecnologie), allineandosi così alla quota di medio-grandi imprese che hanno la medesima previsione. Le imprese familiari invece, hanno risentito particolarmente dei riflessi negativi della crisi pandemica e solo in 6 casi su 10 confidano in un recupero entro il 2022. Tra quelle che hanno investito nel digitale, però, la quota sale al 70%.

Analoghi effetti positivi si riscontrano tra le imprese dei servizi: il 61% di quelle digitalizzate, infatti, ritiene di poter azzerare gli effetti dell’emergenza sanitaria entro il 2022, a fronte del 53% di quelle non digitalizzate. Il Trentino-Alto Adige svetta in cima alla classifica nazionale per livelli di digitalizzazione delle Pmi, avendo un livello di digitalizzazione di 2,31 su un punteggio massimo di 4, contro una media nazionale di 2,03. Seguono la Lombardia con un punteggio di 2,16 e l’Emilia-Romagna con 2,14. Le regioni del Sud, in particolare Sicilia (con un livello di digitalizzazione di 1,84) e Calabria (con un livello di digitalizzazione di 1,92), sono fanalini di coda per maturità digitale delle PMI.

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