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In mostra a Milano 80 scatti di Robert Capa: la guerra e l'uomo

Una folla di bambini avvolti da pesanti cappotti scuri gioca a palle di neve fra risate e schiamazzi che quasi si possono sentire: è una fotografia dolce e poetica. Di fianco c’è il quadro con l’immagine di un bambino soldato ritratto con una posa rigida e severa, un elmetto sul capo. Avrà la stessa età dei compagni nella fotografia accanto, entrambe scattate da Robert Capa nel 1938 durante il suo viaggio in Cina per documentare l’invasione giapponese. Il contrasto fra le due immagini è molto forte e rappresenta due mondi dell’infanzia: quella felice e quella negata.

Spostando lo sguardo sugli scatti del reportage in Unione Sovietica nel 1947, le fotografie di Capa riportano ai nostri giorni e alla guerra fra Russia e Ucraina, con una Kiev allora occupata dai tedeschi, straziata dalle bombe, e un popolo stanco. Il reportage di Capa non aveva scopo politico, ma soltanto quello di fotografare come vivevano le persone in Unione Sovietica: la vita quotidiana all’interno dei kolchoz, le fattorie collettive dove le famiglie ucraine sedevano attorno a un tavolo per un pasto misero e le contadine ballavano a piedi nudi, mentre i loro uomini erano impegnati al fronte. I circa 4mila scatti, che furono sottoposti a una severa censura prima di essere approvati, portano fino a noi la testimonianza di un paese in ginocchio per la guerra, non diversa dall’Ucraina oggi. Fra le immagini c’è anche quella del Monastero delle Grotte di Kiev distrutto durante la guerra, per cui Steinbeck scrisse: «Non sarà ricostruito perché non è possibile». Oggi invece è uno dei luoghi di culto più importanti e ospita la residenza del Metropolita di Kiev, guida spirituale della Chiesa ortodossa ucraina.


Robert Capa perse la vita rimanendo fedele a uno dei suoi celebri aforismi: «Se le tue foto non sono abbastanza buone, vuol dire che non eri abbastanza vicino». Durante una missione sul delta del Fiume Rosso in Indocina, morì calpestando una mina antiuomo per seguire un gruppo di soldati (ritratti nell’ultima foto che chiude la mostra). Capa doveva essere accanto alla gente, sentire in prima persona cosa provavano i soldati per dare un’anima alle sue fotografie, per dare un senso, un lampo di vita che anche noi, a distanza di anni, riusciamo ancora a cogliere e ci emoziona. La potenza della fotografia che sopravvive nel tempo. Robert Capa ha lasciato un’eredità leggendaria del reportage di guerra, diventando uno dei fotoreporter più stimati e amati dal pubblico. Un successo non cercato: «Come fotografo di guerra, spero di restare disoccupato sino alla fine della mia vita», disse.

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