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Io, Parolin: il Vaticano secondo il numero due di papa Francesco

Don Pietro Parolin era un viceparroco di Schio quando venne giù a Roma a studiare con addosso un marcato accento veneto. Orfano di padre, a dieci anni, per un incidente stradale. Entrò in seminario da ragazzino. La madre insegnante allevò il fratello e la sorella di otto mesi. Così era la provincia nel vicentino.«In valigia riposi aspettative più modeste. Oggi il mio è un servizio al Papa e alla Chiesa». Il suo destino è affidato a Jorge Mario Bergoglio. Se gli dice resta, resta. Se gli dice lascia, lascia.

Il cardinale Pietro Parolin, il segretario di Stato, il primo ministro di Francesco, è la massima autorità diplomatica del Vaticano. Quasi da otto anni riceve i capi del mondo in una saletta alla Prima Loggia del palazzo apostolico. Quando il tempo sta per scadere osserva di sottecchi un orologio con pendolo da parete, di quegli esemplari antichi che vanno a molla e sferragliano in un modo che rende solenne le parole.

Parolin era in un ristorante di Caracas con dei prelati venezuelani la sera del 13 marzo 2013 quando il cardinale Bergoglio si affacciò dal balcone di piazza San Pietro per presentarsi col nome di Francesco. Parolin era nunzio in Venezuela e pensò d’istinto, guardando il televisore nel trambusto di stoviglie, che Jorge l’avrebbe richiamato a Roma per un ufficio in Curia, poi rimase altri mesi in un Venezuela inquieto dopo la morte di Hugo Chavez e alla vigilia di una guerra civile. La seconda domenica di giugno, al solito, la nunziatura di Caracas aprì la chiesa per la messa. Cinque ragazzi con un sacco a pelo la occuparono. Erano contestatori di Nicolas Maduro, volevano discutere con Francesco. Il Papa aveva convocato a Roma tutti i diplomatici vaticani e Parolin fu costretto a posticipare il viaggio per trattare con i ragazzi. Ci fu uno scambio: io consegno una lettera a Francesco, voi lasciate la chiesa appena rientro. Parolin partì con un giorno di ritardo, sbarcato a Fiumicino si precipitò alla sala Clementina e si posizionò in fondo. Fu l’ultimo a salutare papa Bergoglio: e tu, chi sei? Non si ricorda: io sono Parolin. Mi avevano riferito che non saresti venuto. Meglio, dovrei parlarti. Ci vediamo nel pomeriggio nella mia stanza a Santa Marta. «La mia vita si è svolta all’insegna delle sorprese di Dio. Come per la richiesta del Santo Padre di essere il suo segretario di Stato».


Con un motu proprio, lo scorso dicembre, Francesco ha sottratto alla segreteria di Stato la gestione dei fondi papali, inclusi gli immobili, e l’ha trasferita all’Apsa, la struttura che amministra il patrimonio vaticano. Altra conseguenza dello spericolato acquisto di un palazzo di Londra e di una caterva di milioni sperperati, scandali che hanno provocato indagini, rogatorie, perquisizioni, dimissioni più o meno spontanee. Come quelle di Angelo Becciu, già Sostituto agli Affari Generali, che ha perduto i galloni di prefetto, le prerogative cardinalizie e si prepara al processo: «Spero che il tribunale stabilisca la verità», ha ripetuto Parolin. Però la segreteria di Stato ne esce già monca. L’ordine di Francesco ha inciso senza lacerare. Lo si reputa coerente con le richieste dei cardinali nelle congregazioni tenutesi prima del conclave e con il disegno di Bergoglio per la segreteria di Stato dopo la stagione di Tarcisio Bertone. «Abbiamo vissuto la decisione del Papa con serenità e obbedienza, dispiaciuti soltanto che qualcuno – ha raccontato Parolin – ci abbia descritto come sconfitti. Non è vero. Siamo i primi a desiderare che tutto proceda con trasparenza e correttezza. La segreteria di Stato continuerà a essere il punto di riferimento delle nunziature apostoliche anche nella nuova situazione, per l’importante funzione che svolgono a beneficio delle Chiese locali, per la tutela della libertà religiosa e per la pace. Una funzione che il Papa sostiene e promuove». I finanziamenti per le nunziature, come garantito da Bergoglio, saranno predisposti dall’Apsa consultata la segreteria di Stato. La visione di Francesco non è mutata: la Chiesa è oltre la Curia.


«Auri sacra fames», esecranda fame di oro. Anche Gesù aveva bisogno del denaro per i suoi discorsi itineranti, si fa notare in Vaticano, il problema della Chiesa è che sono mancati i controlli. Al clero vanno impedite le decisioni discrezionali. Perciò il Papa ha delegato la vigilanza proprio all’Istituto per le opere religiose, più noto con l’acronimo di Ior, l’organismo che ha innescato l’inchiesta sul palazzo di Londra.


Quasi otto anni, quasi perché, dopo quel pomeriggio di giugno a Santa Marta, Parolin fu nominato il 31 agosto 2013 e si insediò, dopo un intervento chirurgico a Padova e con una messa concelebrata col Papa nella cappella di Santa Marta, il 18 novembre a 58 anni e 10 mesi, il più giovane dai tempi di Eugenio Pacelli, che fu papa Pio XII. Cosa si rimprovera dei quasi otto anni in segretaria di Stato? Nella stanza c’è un vivace e infingardo sole ancora invernale che abbaglia in combutta con la tappezzeria acquamarina. L’orologio con pendolo da parete fa più rumore di un attimo prima. «Mi interrogo spesso sul Venezuela e mi domando se si poteva fare di più». Il Venezuela non ha pace, la gente ha fame. Lì Parolin ha trascorso gli anni migliori, i più spensierati. Maduro arroccato, l’opposizione divisa. Il Vaticano ha mediato, invano. Non c’era una scelta precisa, e non ha scelto. La Cina l’ha scelta.


Mike Pompeo, il segretario di Stato, l’emissario di Donald Trump, in campagna elettorale irruppe nel palazzo apostolico dopo che in una intervista intimò alla Santa Sede di non rinnovare l’accordo provvisorio con la Cina di Xi Jiping. Il Vaticano comprese che l’aggressione era un tentativo, bizzarro e disperato, di mobilitare il voto degli evangelici e dei conservatori cattolici contro Joe Biden. Pompeo ascoltò Parolin descrivere il posto del Vaticano nel pianeta: noi abbiamo altri mezzi e altri fini. Voi volete essere la prima potenza economica, noi dobbiamo essere la prima potenza morale. Il 22 ottobre 2020, con un comunicato disgiunto, l’ambasciata cinese a Roma e il Vaticano di papa Francesco hanno confermato la proroga biennale dell’accordo provvisorio. Il patto non riattiva le relazioni diplomatiche, interrotte col maoismo, tant’è che il Vaticano riconosce Taiwan, ma è di valore pastorale per superare, per esempio, la dicotomia fra la Chiesa cattolica o sotterranea perché clandestina e la Chiesa statale, detta patriottica. In passato i vescovi cinesi erano ordinati senza il consenso papale. Un atto da scomunica. Con il documento, sottoscritto per la prima volta tre anni fa, si è attribuita al Papa una sorta di accettazione finale. Non una cessione di sovranità di Pechino, ma una timida condivisione sulle questioni di fede. Seppur il testo sia segreto, pare che in ottobre il regime comunista abbia promesso il rispetto dei luoghi di culto dei cattolici, spesso devastati nelle zone più rurali. In Cina sono stimati 12 milioni di cattolici e una mole, inestimabile, di proprietà che furono requisite con Mao. Ogni spiraglio con la Cina è una vittoria per il gesuita Bergoglio, da sempre disponibile a incontrare Xi Jiping, e Parolin lo sa bene. I progressi cinesi, però, a volte sono lenti, altre si azzerano.

Nella cattedrale di San Michele a Tsingtao, nella provincia di Shandong, il 23 novembre monsignor Thomas Chen Tianhao è stato consacrato vescovo davanti ai vertici dell’Associazione patriottica con la vecchia formula: il mandato conferito dal Consiglio nazionale senza menzionare né il Papa di Roma né la Santa Sede. Più di una provocazione: una sottile ritorsione dopo la condanna papale della persecuzione cinese del popolo musulmano degli uiguri. Però il Vaticano ha vidimato, anche come segno di distensione, l’investitura di Chen Tianhao e l’ha considerata in comunione con Francesco, ma il 22 dicembre si è celebrata un’identica cerimonia per Liu Genzhu nella piazza della contea di Hongdong. E la Santa Sede fin qui ha taciuto. Il peggio sta per arrivare. Un regolamento amministrativo, che sarà in vigore dal primo maggio, ridefinisce le nomine in Cina per le confessioni di qualsiasi religione e per i cattolici non si fa alcun cenno al ruolo del pontefice. La fronda contro papa Francesco si ciba anche dei complessi risvolti della vicenda cinese, dunque si evitano polemiche mediatiche, ma diverse clausole dell’accordo non sono applicate da Pechino. La Conferenza episcopale americana, fra le più agguerrite con Francesco, rimpiange Donald Trump e l’ha dimostrato nel giorno dell’insediamento alla Casa Bianca di Joe Biden, il secondo presidente cattolico dopo John Fitzgerald Kennedy. Mentre il Papa spediva il suo messaggio di congratulazioni, monsignor José Horacio Gomez, il capo dei vescovi americani, denunciava le pericolose ambiguità di Biden sui temi etici. In Vaticano, invece, hanno già avviato un dialogo informale con la Casa Bianca e il presidente ha assicurato che alla prima occasione in Europa farà tappa da Francesco (in giugno ci sarà il G7 in Cornovaglia). La Cina è sempre una rivale degli Stati Uniti, ma il Vaticano potrà agire con minori pressioni. «Con Pechino sono stati compiuti piccoli passi in avanti, anche se la pandemia – ha ammesso Parolin – ha rallentato un po’ i contatti. Era giusto iniziare e proseguire questo cammino». 

Parolin a colloquio con Sergio Mattarella in occasione dell’anniversario della firma dei Patti Lateranensi

 


La ricorrenza dei Patti lateranensi con l’Italia cade l’11 febbraio. Quest’anno a Roma c’erano due governi quel giorno. Il premier Giuseppe Conte era in carica per il disbrigo degli affari correnti. Il premier Mario Draghi stava compilando la lista dei ministri. Il Vaticano ha atteso il nuovo esecutivo per cortesia e curiosità. Anche se Draghi ha rapporti diretti con papa Francesco e una rodata consuetudine con diversi porporati, Parolin l’ha conosciuto soltanto nella cerimonia posticipata del due marzo a palazzo Borromeo, l’ambasciata italiana presso la Santa Sede. Il protocollo imponeva la presenza del ministro degli Esteri e dunque il premier era accompagnato da Luigi Di Maio. Come forma di riguardo per i vescovi, però, Draghi ha portato con sé altri ministri – Roberto Speranza (Salute), Elena Bonetti (Famiglia) e Patrizio Bianchi (Istruzione) – per riprendere l’incendiario argomento delle scuole cattoliche impoverite dalla pandemia. La Conferenza episcopale italiana aveva protestato con inedita veemenza contro il governo Conte per ottenere più risorse degli oltre 300 milioni di euro stanziati per i 12.457 istituti paritari, di cui il 64 per cento sono cattolici con 570.000 alunni, in gran parte bambini. I genitori hanno smesso di pagare le rette poiché non esiste la didattica a distanza per la materna e i vescovi temono il collasso del sistema cattolico. In un decennio, e la pandemia non ha prodotto ancora i suoi danni, 1.416 scuole hanno chiuso. Draghi ha frequentato il liceo dei gesuiti di Roma. Non è un neofita. Il governo è disposto a reperire più denaro per gli istituti cattolici. Vale la libertà delle iniziative private, prescrive l’articolo 33 della Costituzione, ma «senza oneri per lo Stato». Il Vaticano suggerisce la distinzione fra le scuole paritarie che offrono un servizio pubblico (non profit) come le cattoliche e quelle che mirano pure al fatturato come le straniere. La ministra Bonetti, da sempre attenta alle esigenze della Chiesa, ha convinto l’uditorio vaticano. Il ministro Bianchi, da buon prodiano, l’ha stupito, si è mostrato generoso sottolineando che non c’è «differenza fra istituti statali e cattolici nel concetto di servizio pubblico». Parolin ha apprezzato il bilaterale con Draghi e i suoi ministri: «Mi ha colpito la sensibilità nei confronti della famiglia e dell’educazione, compresa la scuola cattolica».


Palazzo Chigi ha fretta anche di organizzare il Giubileo del 2025, sono pronti già con comitati, progetti e tavoli. Gli appuntamenti storici a Bergoglio non piacciono molto, preferisce i momenti storici come quelli con l’Ayatollah Al Sistani in Iraq. Monsignor Rino Fisichella, esperto di eventi, ha confessato che l’obiettivo del 2025 sarà completare le opere incompiute del 2000. Parolin ha rammentato che nel 2033 comincia il terzo millennio dalla resurrezione di Gesù. Allora don Pietro sarà segretario di Stato, parroco alla Santissima Trinità di Schio o un Papa italiano dopo mezzo secolo? Le lancette dell’orologio con pendolo a parete si sovrappongono. Un frastuono. È il segnale che congeda l’ospite.

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