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Iraq: in attesa del Papa, piovono missili

Nuovi attacchi missilistici a una base Usa di stanza in Iraq. Non aiutano a stemperare il clima nervoso che si respira in Medio oriente né a portare avanti il dialogo sul nucleare di Teheran, che dopo le aperture iniziali sta rallentando pericolosamente.

Il precedente attacco aveva innescato raid americani contro le installazioni di Kata’ib Hezbollah, la sezione irachena di hezbollah, al confine siro-iracheno, che però erano stati misurati.

Raid mirati contro le installazioni della milizia, che ha lasciato sul campo una sola vittima, peraltro forse casuale.

Anche se un morto resta sempre un morto, il bilancio riferito dalle milizie è stato molto meno pesante di quello pubblicizzato dai media occidentali, che hanno come fonte privilegiata l’Osservatorio siriano per diritti umani, ed è stato confermato poi dal Dipartimento di Stato Usa.

Sul punto riportiamo quanto scrive The Hill: “L’obiettivo sembrava calibrato per dire all’Iran di smetterla senza che la situazione sfuggisse al controllo, mentre l’amministrazione cerca di risparmiare spazio per la diplomazia con Teheran al fine di rilanciare l’accordo nucleare del 2015.

Ma era ovvio che questo gioco al massacro non sarebbe finito, e i missili di oggi lo confermano. Prima che piovessero i muovi missili, il ministro degli Esteri iracheno, Fuad Hussein, si era recato in Iran per un incontro con il suo omologo iraniano Javad Zarif.

In quell”occasione Zarif aveva dichiarato che gli attacchi missilistici contro le postazioni degli Stati Uniti in Iraq erano “sospetti” e che era necessario identificarne gli autori (al Jazeera).

Tanti remano contro la distensione mediorientale. E non aiuta il caos nel quale è sprofondato l’Iraq dopo l’intervento americano, e dove si muovono armati di ogni genere, che chiunque può assoldare per i propri scopi.

Ed è probabile che anche tra i miliziani sciiti vi siano infiltrati ed esaltati che è difficile tenere a freno. E che i leader delle milizie non possono sconfessare apertamente, dato che porre fine alla presenza americana nel Paese resta obiettivo legittimo, coma da voto del Parlamento iracheno, ignorato dagli Stati Uniti (e dire che gli Usa hanno giustificato la loro presenza nel Paese come necessaria alla democrazia…).

Clima che non aiuta il dialogo sul nucleare iraniano, abbiamo accennato, complicato anche dalle pretese Usa riguardo al ripristino dell’intesa dalla quale essi hanno receduto.

Secondo Washington, l’Iran dovrebbe cessare immediatamente la sua produzione di uranio arricchito per poi iniziare il dialogo. L’Iran invece pretende che gli Usa tornino nell’alveo dell’accordo sic et simpliciter, annullando le pesantissime sanzioni inflitte all’Iran dopo la dichiarazione di nullità dell’intesa.

La richiesta iraniana è chiara: le sanzioni stanno soffocando il Paese. Si sa perfettamente che o gli Usa le revocano subito oppure le manterranno fino alla stipula di un nuovo accordo, dato che non intendono tornare all’intesa precedente.

Le sanzioni, cioè, benché illegittime, perché emanate da Washington a seguito di un suo passo unilaterale, resteranno ancora a lungo e verranno usate contro Teheran come arma di ricatto perché accetti un’intesa più restrittiva, che contempli anche il suo programma missilistico.

Restrizioni che le autorità iraniane non intendono accettare e con ottime ragioni, dato che ciò che si vuole da loro è lo smantellamento del loro sistema di deterrenza (si ricordi la fine di Gheddafi, che concluse un accordo similare con gli Usa).

Acque agitate, dunque, nel Paese, che dal 5 all’8 marzo sarà meta di una visita papale ad alto rischio. Vedremo.

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