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La Cappella Colleoni, un capolavoro funebre a cavallo fra il sacro e il pagano – BergamoNews

Bergamo. La Cappella Colleoni non è semplicemente un capolavoro di arte funeraria, ma un vero e proprio crogiolo di simboli e misteri.

Incastonata fra la Basilica di Santa Maria Maggiore e gli spazi della Curia Vescovile, la struttura attira l’attenzione di chiunque acceda a Piazza Duomo grazie al proprio fascino che spesso lascia a bocca aperta chi visita per la prima volta Bergamo.

Per comprendere appieno il valore di questo edificio è tuttavia necessario andar ad analizzare le sue origini che pongono le proprie radici alla fine del Quattrocento quando Bartolomeo Colleoni, ormai noto per le sue imprese a servizio della Repubblica di Venezia, decise di costruire un proprio mausoleo.

Dedicato ai santi Bartolomeo, Marco e Giovanni Battista, lo stabile avrebbe dovuto erigersi nell’area occupata dal cosiddetto “cimerchium”, una piccola fetta del tempio romanico chiuso da una cancellata e utilizzato per riporre gli arredi liturgici di valore che erano in uso soltanto nelle festività più importanti.

Un luogo tendenzialmente inviolabile, ma che, complice i progetti di ristrutturazione che interessavano l’intera area e i rapporti con la Congregazione della Misericordia Maggiore tessuti ad hoc dall’amico Alessio Agliardi, venne distrutto per far spazio alla nuova opera dedicata al condottiero orobico.

Convincere i membri dell’ente caritatevole non fu comunque impresa semplice nemmeno per Colleoni che, dopo aver fatto porgere le prime pietre il 1 giugno 1470, dovette attendere altri due anni prima che partissero effettivamente i lavori di demolizione e costruzione della cappella.

Un intervento che fu concordato con gli stessi “rettori e amministratori della chiesa” come ricordato in un testo di Vanoto Colombi risalente al 1483, ma sul quale nel corso degli anni si è creata la leggenda di un’ingerenza militare dovuta alla poca pazienza mostrata dal Colleoni.

L’equivoco nascerebbe da quanto riportato nel libro mastro di contabilità della nuova sacrestia dove risulta che la precedente sarebbe stata “ruinata ac accepta per Illustrem condam Bertolomeum colionum”.

A differenza di quanto spesso si è considerato, con il termine “ruinata” non si sarebbe fatto riferimento a una distruzione armata ordinata dal capitano di ventura, ma semplicemente all’atto di demolizione.

Ciò che non venne mantenuto fu la promessa compiuta dal Colleoni di ricostruire a spese proprie lo spazio sacro, come confermato anche dalla richiesta da parte della Congregazione della Misericordia Maggiore alla Repubblica di Venezia inoltrata nel 1483, anno della morte del soldato nativo di Solza.

Una parola che non fu mai mantenuta, ma che a partire dal 1476 ci ha regalato un’opera tanto affascinante quanto complessa capace di unire la tradizione medievale alle innovazioni del Rinascimento lombardo a cui vanno aggiunti alcuni ritocchi legati al manierismo barocco.

L’inserimento da parte di Giovanni Antonio Amadeo, chiamato dal Colleoni a completare la sua opera, di un tamburo ottagonale e della cuspide della lanterna ha consentito di trovare una continuità con lo skyline offerto da Santa Maria Maggiore così come la policromia dei marmi scelti per completare la facciata fanno riferimento al protiro realizzato qualche secolo prima da Giovanni da Campione.

Ciò che colpisce maggiormente prima di accedere alla chiesa è senza dubbio la cancellata in ferro battuto e bronzo, realizzata nel 1912 da Virginio Muzio su disegno di Gaetano Moretti, dove viene riportato più volte il simbolo della famiglia Colleoni composto da tre testicoli umani.

Il richiamo è ovviamente al cognome, chiamato a richiamare senza dubbio la virilità maschile del celebre condottiero, secondo la leggenda particolarmente dotato.

La tradizione vuole che, toccando il blasone, si possa trarre fortuna un po’ come accade a Milano con il celebre Toro presente nella Galleria Vittorio Emanuele II.

La questione degli attributi si ripete tuttavia anche all’interno dove gli oltre settanta putti presenti lungo il bassorilievo si presentano in questo caso evirati.

Una scelta legata con ogni probabilità al vescovo di Bergamo Pietro Luigi Speranza che, volendo restituire al luogo una certa pudicizia, decise di compiere una vera e propria modifica alle forme degli angioletti.

La facciata rimane tuttavia l’aspetto più affascinante della struttura a pianta quadrata complice l’utilizzo di tarsie e decorazioni in marmi policromi a losanghe bianche, rosse e nere chiamati a contornare il portale e l’ampio rosone sulla cui sommità spicca una statua.

Seguendo la volontà di celebrare l’apoteosi della forza e del trionfo di un “imperator”, la scultura riprende l’immagine del condottiero raffigurato come un esempio ideale di capitano, simile da una parte ai sovrani romani, dall’altro al patrono di Bergamo Sant’Alessandro.

Una scelta sicuramente curiosa che mischia il sacro con il pagano e che consente al “discendente di Ercole” (come amava definirsi il Colleoni) di paragonarsi ai più grandi della storia come Cesare e Traiano le cui effigi sono presenti nei medaglioni laterali.

Sviluppandosi in senso laterale, il fronte principale presenta tre fasce parallele racchiuse da due lesene culminanti in due pinnacoli uniti da una elegante loggia alleggerita da dieci bifore.

Come indicato in precedenza è impossibile non notare il rosone, altra parte fondamentale dell’iconografia simbolica voluta dal condottiero orobico in quanto chiamato a contenere una ruota, comunemente rappresentazione di rinascita, ma in questo caso allegoria del sole, stella che diede la vittoria a Giosuè di cui Bartolomeo si sentiva erede.

Le trabeazioni delle finestre laterali si inseriscono nell’apertura circolare quasi a fermare il movimento della ruota interpretata in questo caso come quella della Fortuna, a voler sottolineare l’istante in cui Colleoni raggiunse l’apice della virtus e della potenza.

A confermare questa tesi vi è senza dubbio la scelta della statua posta sopra il rosone così come i busti protesi verso il centro di Cesare e Traiano, tuttavia la scultura fu posta in quel punto anche per rimediare a un errore nella connessione delle formelle di marmo.

In un tentativo di unire il sacro con il pagano e di celebrare al tempo stesso il Dio cristiano con il “Divo” romano, non potevano mancare le colonne inserite nelle finestre laterali destinate a richiamare i fusti di quei cannoni spesso utilizzati dal “miles” orobico.

Salendo lungo la facciata è possibile notare la copertura composta dalla cupola a spicchi sovrastata da una lanterna che ospita la Madonna con il Bambino, ma che poggi al tempo stesso su di un tamburo ottagonale dove compare un altro piccolo rosone.

In asse con quello inferiore, esso contiene il serpente di bronzo di Mosè quasi a sottolineare un’ulteriore linea di continuità fra Colleoni e il mondo biblico, in questo caso rappresentato dal noto profeta che condusse il popolo ebraico nella Terra Promessa.

Il libro sacro ricompare nuovamente nella parte alta del basamento della facciata che contiene nove formelle a bassorilievo, cinque delle quali raffiguranti dieci storie accoppiate: la Creazione di Adamo e la Creazione di Eva, la Tentazione e la Cacciata dall’Eden, il Lavoro di Adamo ed Eva e il Sacrificio di Isacco; le Offerte a Dio di Caino e Abele e l’Uccisione di Abele; il Cacciatore Lamech e la Morte di Caino.

Ad esse se ne aggiungono altre quattro nelle quali spiccano scene estrapolate dalla mitologia e in particolare dalla vita di Ercole: Ercole ed Anteo, Ercole e l’Idra di Lerna, Ercole e il Toro di Creta, Ercole contro il Leone Nemeo.

Accedendo dal portone principale compare invece un ambiente a pianta quadrata diviso in due parti: la sezione laterale più piccola destinata a presbiterio e l’aula principale dove è ospitato il monumento funebre di Bartolomeo Colleoni, posto davanti agli occhi dei visitatori.

I pilastri, decorati alla base da teste di leoni, sorreggono un primo sarcofago contornato da bassorilievi raffiguranti scene della Crocifissione, il secondo è invece a sua volta sostenuto da tre statue e anch’esso guarnito da immagini che richiamano l’Annunciazione, la Natività e l’Adorazione dei Magi.

A spiccare in questo contesto rimane sicuramente la statua equestre del Colleoni, realizzata da Sisto e Siry da Norimberga nel 1501 in legno dorato e chiamata a sostituire una precedente opera in pietra, causa di problemi di stabilità della sottostante tomba.

A fianco dell’effige del capitano di ventura appaiono altre due sculture figuranti Dalila e Giuditta, racchiuse da un arco sorretto da due coppie di leggere colonne portate da basi di marmo rosso scolpito, il tutto posto su uno sfondo turchino.

Il cenotafio di Bartolomeo Colleoni non è l’unico presente nella cappella in quanto va sottolineata anche la presenza di quello della figlia Medea le cui spoglie furono collocate lì soltanto nel 1842 dopo esser stato trasferito dal Santuario della Madonna della Basella di Urgnano.

Sul sarcofago compare una raffigurazione della giovane donna, supina con un’espressione serena quasi dormiente, protetta da una delicata Maternità inserita fra le sante Chiara e Caterina in un complesso visivo di grande dolcezza.

Sul fronte ritornano, quasi a contrasto con la leggiadria della scena, le armi del Colleoni: i testicoli colleoneschi e i gigli di Andegavia che con le fasce borgognone racchiudono una Pietà, a memoria costante della forza e del potere raggiunti.

Sotto il monumento compare un bancale in noce con tarsie bibliche composte da Giacomo Caniana nel 1785 destinato a completare un complesso artistico di grande valore.

Legata a Medea vi è un ulteriore oggetto che desta molta curiosità: la salma di un cardellino imbalsamato e rinvenuto durante la traslazione del corpo della nobile da Urgnano a Bergamo.

Secondo la leggenda, si sarebbe trattato di un animale da compagnia della figlia del Colleoni che, alla morte di Medea, sarebbe improvvisamente spirato tanto da spingere il capitano al servizio della Serenissima a imbalsamarlo e riporlo nella tomba per accompagnare la ragazza nel suo ultimo viaggio.

Gli interni sono completati dal presbiterio a cui è annessa una piccola sacrestia e dove compare un altare scolpito da Bartolomeo Manni nel 1676 su cui posizionate le statue dei santi Giovanni Battista, Bartolomeo apostolo e Marco Evangelista.

I vicini banchi intagliati sono opera di Giovanni Antonio Sanz e le tarsie bibliche sono sempre del Caniana, mentre alla parete è riposta una tela dedicata a “La Sacra Famiglia con San Giovanni Battista” dipinto da Angelika Maria Kauffmann nel 1789.

Alzando lo sguardo verso l’alto è infine possibile notare gli affreschi dei pennacchi, delle lunette e della cupola riproducenti “Episodi della vita di San Giovanni Battista, di San Marco e di San Bartolomeo”, opera di Gianbattista Tiepolo che pose il proprio tocco con l’aiuto di Francesco Capella a cavallo fra il 1732 e il 1733 regalando un’ultima decorazione a una struttura piena di intrighi e simboli.

Fonti

Mario Arduino (a cura di), Bartolomeo Colleoni. I luoghi del condottiero, Bergamo, Flash, 2000

Eugenio Baldi, Sulle orme del Condottiero. I “luoghi” di Bartolomeo Colleoni nella terra di Bergamo, Bergamo, Grafica & Arte, 2017

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