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La crociata persa in partenza di Sangiuliano contro le parole straniere

E ora tocca alle parole straniere, parola di Gennaro Sangiuliano, Ministro della Cultura del Governo del signor Giorgia Meloni. Quando i risultati non arrivano e la gente comincia a mormorare, la strategia vincente è spostare l’attenzione proponendo ai fanclub nuovi nemici e nuovi imperdibili challenge; epiche battaglie ovviamente irrilevanti nell’economia della vita delle persone, ma di grande impatto comunicativo.

Così, mentre il prezzo del carburante sale perché chi ha scritto la Legge di Bilancio ha trovato i soldi per i ricchi club della Serie A, ma non per rinnovare lo sconto su quelle accise che nei comodi anni dell’opposizione si era promesso di eliminare, mentre gli sbarchi dei migranti proseguono perché il “blocco navale” era una promessa irrealizzabile, oltre che disumana, mentre il nuovo Ministro della Salute manda circolari che sembrano scritte da quello precedente, contraddicendo l’anima “no vax” che alberga persino nelle stanze limitrofe al suo ufficio, ci si attacca alle parole. Parole come “madre” e “padre”, imposte sulle carte d’identità malgrado una recente sentenza del Tribunale di Roma che aveva concesso a due madri di poter figurare come “genitore”, senza nulla togliere alle mamme e ai papà che continuano e continueranno a figurare come tali, alla faccia delle pari opportunità.

Parole come quelle straniere, appunto, che il Ministro della Cultura ed ex direttore del Tg2, con fare da boomer, ha eletto a nuove nemiche del popolo. “Credo che un certo abuso dei termini anglofoni appartenga a un certo snobismo, molto radical chic, che spesso nasce dalla scarsa consapevolezza del valore globale della cultura italiana”, ha detto in una recente intervista utilizzando parole straniere per rendere più chiaro il concetto. Sangiuliano in realtà non si è inventato nulla, ha semplicemente ribadito quello che è un antico punto fermo della propaganda della destra, che in questa legislatura, con un disegno di legge, punta ad inserire la lingua italiana in Costituzione: deve essere un’altra “priorità” del Paese, anzi, della Nazione, come viene imposto agli addetti stampa del Governo e del partito della Presidente del Consiglio. Difficile non trovare un collegamento con le origini, con quel ventennio in cui le parole straniere erano addirittura vietate per legge e sul Testo Unico di Stato su cui studiavano gli studenti persino i nomi venivano tradotti in italiano: tra i tanti, vale la pena ricordare Carl Marx, che divenne Carlo Marx e il povero Louis Armstrong, storpiato in Luigi Braccioforte.

Quando i playboy erano ‘vitaoioli’

Erano giorni bui, giorni in cui le minoranze linguistiche erano ridotte in clandestinità, costrette a parlare la loro lingua d’origine in casa e di nascosto. La celebrazione della lingua diventava celebrazione del regime, assumendo forme decisamente goffe: erano gli anni in cui un pullman era un torpedone, lo champagne era lo sciampagna, un bel panorama era tuttochesivede (e non esistevano gli hashtag…), un bar era un quisibeve, un picnic era un pranzoalsole, chi giocava a tennis giocava a pallacorda, un playboy doveva definirsi vitaiolo, rinunciando a parte dei suo fascino esotico. Una visione della lingua e della sua evoluzione che era miope già un secolo fa, perché non teneva conto delle contaminazioni dovute alla storia straordinaria di questa striscia di terra; una visione che non teneva conto allora e non tiene conto oggi di quanto la contaminazione sia una ricchezza non solo linguistica, ma anche culturale; una visione che ignora il banale collegamento tra la besciamella, ingrediente di tante ricette di cui l’italico chef va fiero, e il dessert che propone sul suo menù. Non è un caso che durante il fascismo fossero censurati anche i dialetti, che più risentivano delle contaminazioni straniere. A rendere ancor più esilaranti le parole di Sangiuliano, la carica assegnata al collega Adolfo Urso, ministro delle Imprese e del Made in Italy.

‘Bros’ e ‘sis’

E così, mentre su TikTok i ragazzini si chiamano tra loro utilizzando “bro” e “sis” (abbreviativi di brother e sister, entrati da tempo nel linguaggio comune delle nuove generazioni), il Ministro della Cultura fomenta i loro nonni raccontando che chi utilizza termini stranieri lo fa perché in realtà è un “comunista col Rolex” che non vuole farsi capire dal popolo, palesando un’idea di popolo molto distorta e lontana dalla realtà: in verità sono proprio molti cosiddetti “snob radical chic” ad utilizzare parole italiane sconosciute ai più per ribadire la loro alta scolarizzazione, l’esatto opposto di quello che sostiene il ministro, insomma. “I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo” scriveva Ludwig Wittgenstein nel suo “Trattato logico e filosofico”: oggi chi avrebbe il compito di guidare il Paese in un momento delicato sta dimostrando tutti i suoi limiti e per nasconderli vorrebbe limitare il linguaggio. Mentre gli italiani aspettano fatti concreti e soluzioni ai veri problemi che affliggono le famiglie e le imprese, nelle stanze di Palazzo Chigi sembra di sentire il ritornello di un celebre brano interpretato da Mina nel 1972… parole, parole, parole.

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