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La Sacra Spina, un simbolo della Passione custodito sulle sponde del Brembo – BergamoNews

San Giovanni Bianco. La Sacra Spina non è semplicemente una reliquia, piuttosto un simbolo della grande devozione del popolo bergamasco.

Conservata all’interno della chiesa parrocchiale di San Giovanni Bianco, il cimelio richiama dal 1495 migliaia di pellegrini che giungono sulle sponde del Brembo per venerare un frammento della corona indossata da Gesù durante la Passione.

Per comprendere appieno la storia del sacro frammento è necessario risalire attorno al V secolo d.C. quando a Gerusalemme si attestava la presenza della corona di spine, traslata nel 1063 a Costantinopoli sotto il controllo degli imperatori bizantini.

Nonostante sia difficile affermare che si trattasse dell’originale che ha accompagnato il Cristo sul Calvario, la reliquia è passata nelle mani del re di Francia Luigi IX nel 1238 in seguito a una rocambolesca vicenda che vide protagonista l’imperatore latino di Costantinopoli Baldovino II.

Costretto a chiedere aiuto per difendere il proprio regno, il sovrano fiammingo promise di cedere il conteso oggetto al collega dovendo però fare i conti con i Veneziani che l’avevano presa in pegno in seguito a un oneroso prestito con diritto di riscatto.

Luigi IX fu quindi costretto a pagare gli esponenti della Serenissima per avere nelle proprie mani la corona e deporla all’interno della Sainte-Chapelle costruita ad hoc per l’occasione.

Come da tradizione dell’epoca, le spine vennero gradualmente donate a personaggi eminenti e a località meritevoli spargendo così numerosi esemplari in giro per il mondo a cui si aggiunsero le cosiddette “reliquie da contatto”, frammenti che si sarebbero avvicinati con l’originale.

Uno dei pezzi “parigini” avrebbe scortato Carlo VIII nella sua discesa in Italia compiuta a cavallo fra il 1494 e il 1495 con l’intenzione di far valere i propri diritti dinastici sul Regno di Napoli e ampliare il proprio controllo sull’intera penisola.

Costretto a rientrare in Francia in seguito alla Lega promossa dalla Repubblica di Venezia e da papa Alessandro VI, il monarca transalpino si trovò a far i conti con l’esercito di quest’ultima che provò a sbarrargli la strada nei pressi del fiume Taro.

In grado di superare la battaglia di Fornovo nonostante un numero inferiore di uomini, Carlo VIII fu costretto a lasciare in terra italica il proprio reliquiario in possesso di un proprio valletto, tale Gabriele d’Angers.

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Quest’ultimo venne infatti fermato da Vistallo Zingoni, balestriere originario di San Giovanni Bianco al servizio del marchese di Mantova Francesco Gonzaga impossibilitato a prestare servizio per la Serenissima in seguito a un omicidio compiuto in gioventù.

Nel corso delle operazioni il soldato orobico riuscì a impadronirsi di un ricco bottino all’interno del quale faceva parte anche il prezioso cofanetto di Carlo VIII chiamato a custodire le reliquie della Passione di Cristo, utili per aver una sorta di “protezione divina” in battaglia.

Consapevole dell’elevato valore che il compenso poteva avere, Zingoni decise di introdursi di nascosto nel territorio della Repubblica di Venezia e di presentare il contenuto del malloppo a un nobile bergamasco, Ursino de Rotta, che prontamente decise di accompagnarlo a Venezia e presentarlo alle autorità competenti al fine di farsi levare il bando per il crimine commesso in precedenza.

Il militare brembano ebbe così modo di incontrare il doge Agostino Barbarigo e i membri del Senato che, visto il frutto dell’operazione, non solo decisero di ricompensarlo con un salvacondotto dalla durata di cent’anni, ma addirittura decisero di assegnargli un premio di cinquanta ducati e una pensione vitalizia di dieci fiorini per sé, per il padre e per entrambe i suoi fratelli.

A tutto ciò si aggiunse un dono ben più gradito come la Sacra Spina che, secondo la tradizione, Zingoni avrebbe offerto alla propria parrocchiale dotando così San Giovanni di una reliquia dal valore inestimabile.

Nonostante l’assenza di conferme da un punto di vista documentario, la tesi della traslazione da Venezia al paese natio appare plausibile considerando il fatto che nella città lagunare così come in altre località della Serenissima erano presenti frammenti provenienti dalla corona.

Secondo la tradizione, a partire dal 1495 la Sacra Spina sarebbe stata esposta ogni anno in occasione del Venerdì Santo compiendo puntualmente il miracolo della fioritura, il tutto sino al 1598 quando l’effige fu protagonista di un furto compiuto da Bernardo Archaini.

Già noto alle autorità venete che lo avevano condannato alle galere in seguito al suo trasferimento a Vicenza, il ladro orobico fu al centro di una vita particolarmente tormentata che lo vide prima arruolarsi nell’esercito in Francia, successivamente raggiungere Roma dove concepì il progetto di rubare i vasi sacri della chiesa parrocchiale del proprio paese d’origine.

Nella notte del 12 novembre 1598 Archaini fece quindi irruzione nell’edificio sacro profanando il tabernacolo e portando con sé diversi arredi sacri contenenti fra le altre anche la Sacra Spina prima di scappare verso Milano.

Intento a vendere la refurtiva, il furfante venne prontamente colto in flagranza di reato e arrestato prima di esser sottoposto a tortura e ammettere così quanto compiuto.

Trasferito a Bergamo, venne condannato a morte lasciando però un grande vuoto nella comunità di San Giovanni Bianco che da quel momento non ebbe modo per oltre tre secoli di veder compiuto il miracolo della fioritura della spina.

La devozione tuttavia non si spense nei secoli successivi istituendo all’inizio del Seicento con la Domenica della Passione, solennità in programma la penultima domenica di Quaresima durante la quale sono previsti una serie di cerimonie religiose accompagnate dall’esposizione della Sacra Spina.

Venendo esposta soltanto durante le festività dedicate e in alcune particolari occasioni durante l’anno, fu particolarmente difficile notare cambiamenti nella natura del legno andando addirittura incontro a una frattura dell’oggetto avvenuta il 18 marzo 1861 in seguito alla caduta accidentale del reliquiario in cui era contenuta.

Per rivedere il miracolo fu necessario attendere il 22 marzo 1885 quando una piccola sporgenza comparve a due centimetri dalla punta come attestato nei giorni successivi anche dallo stesso vescovo di Bergamo, monsignor Gaetano Camillo Guindani.

Una maggior attenzione a fenomeni di questo genere venne riposta a partire dal 1910 quando il padre gesuita Augusto Ferretto avvertì il parroco don Giovanni Maria Brigenti dei diversi fatti miracolosi avvenuti in altre città d’Italia negli anni in cui il Venerdì Santo corrisponde con il 25 marzo, giorno dell’Annunciazione.

Questa notizia portò ad individuare una prima fioritura nel 1921 con l’aggiunta di una modifica cromatica della reliquia, divenuta color vermiglio, ma non attesta ufficialmente in atti notarili; e una seconda tre anni dopo, in questo caso contestata dalla commissione diocesana presieduta da don Enrico Caffi.

L’attesa si spostò quindi tutta sul 1932 quando i fedeli brembani prepararono l’atteso giorno con lunghe veglie, digiuni e atti di penitenza.

A dar loro maggior fiducia furono sicuramente le notizie provenienti da Andria e Napoli dove le manifestazioni prodigiose si erano compiute, un effetto che inizialmente non venne riscontrato in quel di San Giovanni come confermato dall’analisi svolta alle 16 di venerdì 25 marzo dalla commissione vescovile presieduta dal vescovo monsignor Luigi Maria Marelli e dal medico municipale di Bergamo Luciano Pizzini.

La devozione degli abitanti della zona non spense e, in seguito a un incessante fiume di preghiere e adorazioni diurne e notturne, il miracolo si compì nella serata di domenica 27 marzo, giorno di Pasqua.

Attorno alle 23 il parroco don Davide Brigenti notò qualcosa di strano tuttavia, spossato dalle fatiche delle celebrazioni, decise di ritirarsi e lasciare il compito di verificare al medico comunale, il dottor Paolo Bianchi, che prontamente denotò “una macchia rossa sanguigna, viva ed umida che tendeva a dilatarsi visibilmente in alto, visibile ad occhio nudo ad un metro di distanza”.

Una striscia a forma di fiamma rovesciata lunga circa dieci millimetri e larga due che fece subito notizia richiamando verso la chiesa parrocchiale una folla acclamante di fedeli pronta a cantare il Te Deum, l’ inno della Sacra Spina, “Exite Filiae Sion” e “Noi Vogliam Dio”.

In piena notte una serie di staffette andarono quindi ad avvertire a Bergamo monsignor Marelli e gli altri membri della commissione, mentre attorno alle 2 si iniziarono a celebrare una serie di messe in attesa dell’arrivo degli esperti che ebbero modo di constatare il miracolo attorno alle ore 10 di lunedì 28 marzo.

A differenza di quanto avvenuto in precedenza, gli effetti furono visibili nelle due settimane successive richiamando sulle sponde del Brembo più di 200.000 pellegrini per una media di 15.000 al giorno provenienti da tutta Italia e disposti a fare la fila per ore, anche nelle fasi notturne.

Per rivivere un evento simile fu necessario attendere i giorni nostri, per la precisione nella tarda serata di domenica 27 marzo quando la spina si colorò nuovamente di rosso accompagnata dalla comparsa di due piccole gemme come sottolineato in un messaggio dall’attuale vescovo, monsignor Francesco Beschi.

Un segno di speranza e di gioia che potrebbe compiersi nuovamente in futuro, anche se per rivedere una sovrapposizione fra la solennità del Venerdì Santo e quella dell’Annunciazione sarà necessario attendere il 2157.

Fonti

AA.VV., La Valle Brembana. Una terra da scoprire. Storia, arte e ambiente di una valle singolare, Zogno, Centro storico culturale Valle Brembana, Bergamo, Corponove. 2021

Goffredo Zanchi, La Sacra Spina di San Giovanni Bianco, Bergamo, Corponove, 2014

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