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La trappola dell'Infermiere: salari da fame e contrattazione obbligatoria fatta passare per straordinaria.

Per troppo tempo i sindacati hanno stretto gli infermieri nella morsa del rinnovo contrattuale invocando la valorizzazione del personale infermieristico come se la sottoscrizione dei contratti collettivi nazionali fosse una costante conquista.

Per molti contratti pubblici infatti il Governo rimane il referente di ultima istanza delle richieste partite dai sindacati relative ai salari perché tradizionalmente sono considerati come associazioni finalizzate a controbilanciare il potere contrattuale delle imprese nella negoziazione dei salari e delle condizioni lavorative.

Il potere contrattuale dei sindacati dei lavoratori è in declino tendenziale e altrettanto accade per i differenziali salariali a favore dei lavoratori. Un settore come la sanità tendenzialmente in sofferenza un aumento salariale comprometterebbe la possibilità di reggersi.

Le risorse destinate continuano ad essere poche e con l’ultimo rinnovo contrattuale si intravede la possibilità di non poter più garantire a tutti i lavoratori merito per l’anzianità lavorativa acquisita. Di norma quando i lavoratori (sindacati) e le imprese si aspettano un aumento dell’inflazione concordano un aumento dei salari nominali.

Il rinnovo contrattuale diventa allora una necessità per un adeguamento dei salari al rincaro dei prezzi di beni e servizi al consumo e al costo della vita (inflazione).

All’aumentare dei prezzi di questi ultimi i salari reali si riducono. Gli aumenti salariali rappresentano un automatismo per bilanciare l’economia nazionale specie in una prospettiva di lungo periodo. Il meccanismo di mercato che viene messo in moto può essere reso semplice in linea generale: più salari e più consumo, più consumo e più lavoro, più lavoro e meno disoccupazione.

Generalmente l’inflazione ha poi un tasso che ci si aspetta, ciò significa che i salari reali non cambiano e l’aumento del tasso di crescita dei salari nominali è giustificato, per questo che gli aumenti salariali specie per i lavoratori pubblici avviene con periodi di tempo stabiliti (cadenza triennale) anche per ridurre i costi di negoziazione. Il ritardo nel rinnovo rende ancor meno possibile un aggiustamento adeguato. Esso rappresenta quindi un diritto di tutti i lavoratori rinnovabile e innegabile e costituisce un impegno inderogabile del governo e non una conquista costante dei sindacati.

Non si può fare a meno di un adeguamento dei salari perché si rischia di compromettere le condizioni lavorative dei lavoratori. Per gli infermieri le già disagiate condizioni lavorative, che vedono aumentare le discriminazioni in alcuni contesti di lavoro e il deprezzamento del capitale umano a cui l’ultimo contratto ha cercato di dare dubbie risposte, mettono a repentaglio il benessere lavorativo che si raggiunge attraverso l’efficienza dell’allocazione delle risorse a partire dalle preferenze collettive e non individuali. Chi opera nel migliorare le condizioni individuali di alcuni è certo che starà già peggiorando le condizioni individuali di altri.

Gli atteggiamenti ad esempio che caratterizzano alcuni superiori che gestiscono il loro personale non possono venir meno alla regola di Pareto che ci dice che non si può migliorare l’utilità di un individuo se non peggiorando quella di un altro. Quindi se non si può migliorare la situazione di uno senza peggiorare quella dell’altro si rimane nella situazione iniziale.

I primi anni in cui imparavo questo mestiere venivo avvicinato da alcuni colleghi per ricevere il solito consiglio: “fatti furbo”. Quelle parole “fatti furbo” erano intese a raggiungere la caparbietà a sopravvivere nella giungla del lavoro. Il perché fosse una giungla non ci è voluto tanto a capirlo. L’Infermiere come tanti lavoratori lavora alacremente per ricevere uno stipendio non commisurato al lavoro effettivo svolto. Il suo stipendio medio è più basso rispetto ai paesi della comunità europea. Allora perché essere furbi se poi si è scelto di compiere un lavoro che non viene giustamente retribuito? Perché soddisfare i bisogni degli altri per poi non poter realizzare i propri?

Certo, c’è una netta differenza tra bisogno di salute e bisogno materiale o soggettivo. Ma l’infermiere o l’operatore sanitario per soddisfare il primo ha bisogno di soddisfare il secondo e viceversa per soddisfare il secondo ha bisogno di rimanere in salute.

Il primo può rappresentare un evento mentre il secondo tende a riproporsi spesso. Di solito i bisogni più si soddisfano e più si ripresentano.

I bisogni possono essere indotti socialmente o dall’ambiente circostante dove i bisogni possono essere avvertiti in maniera incessante.

Ad esempio: in ambiente ospedaliero il bisogno di vedere l’infermiere interessato al proprio stato di salute, alle sue esigenze e suoi bisogni materiali come per esempio la serranda della finestra e la regolazione della luce, il telecomando della tv che non funziona oppure l’antenna, la mancanza di una poltrona in camera, l’impossibilità di bere un caffè, il telefono sotto carica, il cuscino troppo basso, ecc.; questi bisogni si sovrappongono ai bisogni oggettivi e cioè il reale stato di salute.

Coniughiamo il tutto nella razionalità dell’operatore sanitario a prendere le limitate scelte giuste sull’analisi dei rischi-benefici. La razionalità sta nell’ottenere l’obiettivo variando l’atteggiamento. L’individuo è più contento se riceve più attenzioni così da poter minimizzare i rischi. E’ proprio per il benessere di entrambi che le dinamiche tipiche di un ambiente così complesso come quello di un reparto ospedaliero non possono assomigliare a quello di una giungla. La giungla è impegnativa e può succedere che ci si perda e non si trovi la strada per progettare bene il proprio futuro.

Turni massacranti, carenza di personale, ambienti di lavoro in condizioni improponibili, disorganizzazione sono temi che ritroviamo nelle cronache di ogni giorno. Quando la forma e la struttura di un azienda sovrasta l’individuo essa fallisce. Ma rimanendo nella giungla un famoso esempio che quasi tutti conosciamo è quello della “vecchia trappola indiana per le scimmie”.

La trappola consiste in una noce di cocco svuotata e che contiene del riso che si può prendere infilando la mano in un buco. L’apertura è grande quanto basta perché entri la mano della scimmia, ma è troppo piccola perché ne esca il suo pugno pieno di riso.

La scimmia infila la mano e si ritrova intrappolata, non da qualcosa di fisico, ma da un’idea: “quando vedi il riso, stringi forte”. Questa è una grande metafora della nostra immobilità di fronte al cambiamento: siamo così attaccati a una certa idea di professione infermieristica che non riusciamo a liberarcene neanche quando essa si ritorce contro di noi. La difficoltà, come disse John Maynard Keynes, non sta nel credere nelle nuove idee, ma nel liberarsi di quelle vecchie. Un esempio che rafforza l’affermazione di Keynes è quello che gli psicologi chiamano effetto Einstellung (*), che spiega come i preconcetti possano impedirci di vedere un modo migliore di fare le cose.

Il Cervello umano tende a considerarci migliori degli altri per questo sono state inventate teorie sul confronto sociale che ci aiutano a definire i perimetri di pensiero e quindi chi siamo.

Quando gli infermieri rimangono a giocare chi è il migliore esprimono il bisogno della tutela dell’identitarietà che si scosta dalla presunzione. Questo è alla base dell’economia del cervello che tende ad ottenere tanto col minimo sforzo.

L’individuo è un complesso sistema motivazionale, emotivo, razionale. Il prodotto umano è il risultato di millenni di evoluzione neuronale, un contesto lavorativo dove vige la regola devo sopravvivere stimola emozioni e comportamenti che risvegliano il sistema profondo, sviluppato e impulsivo, arcaico privilegiando le emozioni di fuga dallo stress ed emozioni sadici.

L’uomo è un sistema complesso che oscilla a momenti di individuazione e momenti di omologazione e di appartenenza a gruppi.

La vita frenetica poi, accelerata da una serie di influenze (tecnologia) pone il cervello sotto sforzo rispetto alla sua struttura biologica. Troppi dati e informazioni alterano le nostre percezioni.

Di conseguenza noi vogliamo vedere ciò che ci interessa vedere per comprendere meglio la nostra autostima e livello di comprensione, bisogno di conferme. Un paradosso può essere l’overdose da informazioni scientifiche: dimentichiamo anche ciò che sappiamo. E i libri sulla nuova ignoranza diventano un caso editoriale.

Parafrasando Confucio: Esistono cose ben note, che sappiamo di sapere, e va bene. Esistono cose ignote, che sappiamo di non sapere. Ed esistono cose che non sappiamo neppure di non sapere. In questo caso ignoriamo la nostra stessa ignoranza, siamo agli antipodi di quella che per Socrate era la vera cultura, cioè il «sapere di non sapere». Le conoscenze senza correlata razionalità sono uguale a zero. Non possiamo controllare gli essere umani con la scienza e il sapere perdendo il senso della vita, altrimenti non si raggiunge mai il benessere ideale.

Cannia Rosario, infermiere, Catania


(*) Cos’è l’effetto Einstellung?

L’effetto Einstellung è una trappola cognitiva, una tendenza a pensare in un modo che porta inavvertitamente a soluzioni o giudizi non ottimali.

Dalla misura effettuata con le brocche d’acqua, ai maestri di scacchi, ai medici, dai professionisti ai principianti, l’effetto Einstellung è molto spesso la causa della mancata individuazione di soluzioni ottimali e/o più semplici ai problemi.

Quando vediamo caratteristiche in un problema che ci ricordano problemi simili che abbiamo risolto in passato, le prime soluzioni che vengono in mente tendono ad essere simili a quelle del passato.

Queste prime idee ostacolano la ricerca di soluzioni migliori perché ci inducono a pensare e procedere in una certa direzione.

Le nostre menti sono affette da “avarizia cognitiva”, usano scorciatoie e percorsi già conosciuti per risparmiare energia cognitiva nel caso in cui ve fosse bisogno per qualcos’altro.

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