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L’Agenzia delle Entrate, il condono e le prediche pelose

Il commento di Gianfranco Polillo

La denuncia del “condonificio” da parte di Ferruccio de Bortoli, dalle pagine oggi de il Corriere della sera, è più che condivisibile. Le discriminazioni sociali non sono mai le benvenute. E quella che divide i cittadini che pagano le tasse dagli altri è ancora più esecrabile. Non c’è solo un problema di giustizia sociale e di rispetto delle regole democratiche. Ma la circostanza che se gli altri non pagano, quel deficit non sparisce. E sono gli onesti ad essere costretti a farsi carico del mancato introito da parte dell’Erario.

Detto questo, tuttavia, non si può fare a meno di notare la dimensione delle disfunzioni che lo stesso de Bortoli evidenzia. Quando si parla di 987 miliardi da riscuotere, da parte dello Stato, come indicato da Ernesto Maria Ruffini, il responsabile dell’Agenzia delle Entrate, nella sua audizione presso la Camera di qualche mese fa, non si ha, forse, la cognizione della dimensione del problema. Si parla di una cifra che supera del 25 per cento il complesso delle entrate per il 2020. È come se per un anno e un trimestre le casse dello Stato fossero rimaste vuota.

Un problema, che ha questa dimensione, non fa altro che evidenziare lo stato di crisi profonda in cui versa il sistema fiscale italiano. Non solo tra i più esosi in Europa. Anzi il più esoso se si considera la scarsa qualità dei servizi pubblici – sia quelli vendibili che quelli indivisibili – che dovrebbero essere il compendio di una delle pressioni fiscali più alte tra i Paesi dell’OCSE. Ma anche il più sperequato e non solo a causa di un’evasione fiscale che, bene che vada, è pari al doppio della media dell’Eurozona. Ma per la scarsa considerazione che, nel sistema, ha la dimensione del reddito familiare.

Ci spieghiamo meglio. La Francia ha una pressione fiscale più alta dell’Italia. Ma in quel caso funziona lo splitting. Il carico fiscale è ripartito tra i componenti della famiglia. Più questa è numerosa e meno colpisce. Naturalmente si può dissentire. Per un Paese come l’Italia, soggetto al crollo della natalità, come dimostrato dallo stesso Corriere della sera, sarebbe poco coerente. Ma non insistiamo. Quel che invece risulta evidente è che altrove il sistema fiscale non è quel colabrodo che abbiamo nel nostro Paese.

Negli anni ‘70, con la riforma studiata da Cosciani e portata avanti da Visentini, si ottenne un risultato straordinario, sebbene non a tutti quei suggerimenti fosse stato dato un seguito. C’era, tuttavia, una coerenza di fondo, tra il sistema impositivo, che aveva come base il “sostituto d’imposta” e l’Irpef, come benchmark in grado di indicare l’effettivo capacità fiscale del contribuente. Qualcosa anche allora sfuggiva, ma si riteneva che il progredire del fordismo, come cardine dell’organizzazione produttiva, rendesse sempre più marginali le attività non legate alla dimensione aziendale. Che rappresentava l’avamposto dello Stato nei confronti del contribuente – dipendente dall’impresa.

Il nuovo sviluppo tecnologico, soprattutto dall’inizio del Terzo millennio ha trasformato questo scenario. Siamo di fronte ad una società sempre più liquida e cangiante, che riduce progressivamente il peso relativo della struttura aziendale. E con essa la certezza di un prelievo fiscale automatico, com’era in precedenza. Da questo progressivo disallineamento, in presenza di un carico fiscale sempre più consistente, i buchi non potevano che aumentare. Agli inizi degli anni ‘80 il carico fiscale era del 33,6 per cento del Pil. (livello attuale degli Stati Uniti). Contro il 43,05 per cento italiano del 2020. Da qui la necessità di un ripensamento complessivo, come suggerito da Mario Draghi, sempre più criticato da esponenti della sinistra.

Perché finora questo non è avvento? Ma per il semplice fatto che esiste un sistema legale ed uno materiale. Quello legale è disegnato dalle norme giuridiche. Quello materiale dagli sconti delle varie esenzioni fiscali. Nel 2019 (redditi 2018) sono state pari ad oltre il 30 per cento del gettito complessivo dell’Irpef. Tutte a favore dei redditi inferiori ai 75 mila euro, salvo una percentuale di circa il 5 per cento. Il che spiega perché l’87 per cento dei contribuenti sostiene solo il 50 per cento del peso complessivo dell’erario, mentre l’altra metà è a carico dei più abbienti, che sono, tuttavia, pari al solo 13 per cento dell’intera platea.

È un sistema equilibrato? Ai posteri – verrebbe da dire – l’ardua sentenza. Per quanto ci riguarda un’unica preghiera. Siamo, ovviamente disponibili, per un confronto sereno, che porti ad una riforma di sistema. Che mantenga la necessaria progressività – quella vera tuttavia – ma per il resto, per favore, risparmiateci le prediche. Specie se sono pelose, rivolte soprattutto a garantire sentimenti identitari di una sinistra che, come spesso è capitato, predica bene, ma razzola male.

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