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L’assalto al Campidoglio e le falle della Sicurezza Usa

L’assalto al Campidoglio non fu un’azione spontanea, ma pianificata e coordinata. A rivelare l’ovvio, ma non tanto, è stato l’ex capo della polizia del Campidoglio Steven Sund, interpellato dalla Commissione per la Sicurezza interna del Senato che sta indagando sugli avvenimenti di quel fatidico 6 gennaio (The Hill).

Di rampini ed esplosivi

Sund ha spiegato ai suoi interlocutori che alcuni dei convenuti alla manifestazione pro-Trump che si stava svolgendo quel giorno davanti al Congresso, erano arrivati con “attrezzatura da arrampicata”, “esplosivi” e “spray chimico”.

Un intervento confermato da quello di Robert Contee III, Capo del Dipartimento di Polizia dell’Area metropolitana, il quale ha riferito che tra le persone passate all’azione si scambiavano “segnali con le mani”, mentre altri si coordinavano tramite “segnali radio”.

Insomma, un attacco in piena regola, preceduto da un allarme bomba: l’organizzazione che ha pianificato l’assalto aveva infatti piazzato delle bombe presso le sedi dei due partiti, quello democratico e quello repubblicano (già, quello repubblicano…).

Secondo i due funzionari della Sicurezza, quest’ultimo allarme bomba sarebbe servito per distogliere l’attenzione delle forze di polizia dal focus dell’azione, cioè il Campidoglio.

Dunque, tutto pianificato da tempo, con una certa sofisticazione. Va a cadere così la narrazione che voleva che la folla, infiammata dal discorso di Trump, sia passata all’azione. No, l’azione prescindeva da quanto avrebbe detto l’allora presidente Usa: tutto già pronto, nei minimi dettagli.

La folla presente alla manifestazione si è fatta trascinare da questa organizzazione segreta, ma anche questo, ovviamente, doveva esser stato pianificato in precedenza.

Insomma, un gruppo di assaltatori ben addestrato – come si evince anche dai video che mostra persone che si arrampicano sulle mura del palazzo e tanto altro – ha messo in scacco la Sicurezza Usa.

Abbiamo citato in altre note come tale pianificazione fosse stata pubblicizzata ampiamente tramite post su Facebook, piattaforma sulla quale, nei giorni precedenti, erano circolati avvisi sull’”Operation Occupy Capitol Hill”, con tanto di mappe del Palazzo da assaltare.

Tutto pianificato, allora. Gli inquirenti puntano il dito su alcune organizzazioni di destra, quali i Proud Boys e gli Oath Keepers. Probabile che siano stati loro a fornire la manovalanza, almeno in parte, e però restano dubbi sull’agire della Sicurezza.

La fallace, sofisticata, Sicurezza Usa 

La narrazione ufficiale vorrebbe che quattro sfigati, ché di questo si tratta, abbiano messo a punto una delle operazioni militari, ché di questo si tratta, più sofisticate della storia degli Stati Uniti d’America.

Piazzare bombe alle sedi dei due principali partiti d’America, ad esempio, e a Washington, cioè nella Capitale degli Stati Uniti, in un clima di vigilanza strettissima, dato che si stava decidendo l’esito delle elezioni, e in occasione dell’evento clou di queste ultime, cioè l’ufficializzazione del Presidente, non è cosa che si improvvisa in una cena tra quattro matti.

Possibile che nessuno della Sicurezza Usa, quella che ora sta conducendo le indagini, si sia accorta di nulla? Possibile che gli agenti in borghese sicuramente mischiati alla folla, come accade in tutte le manifestazioni, non abbiano percepito la minaccia imminente?

Siamo di fronte al più grande fallimento della storia della Sicurezza americana, secondo solo a quello dell’11 settembre 2001. Con una differenza abissale: allora nessuno poteva immaginare quanto si sarebbe consumato.

A parte i tanti allarmi ignorati, infatti, un attacco terroristico alle Torri gemelle non era nel novero delle cose ipotizzabili. Altro, invece, è quanto si è consumato il 6 gennaio, per il fatto che l’allarme sui gruppi di estrema destra era altissimo e sicuramente erano attenzionati in maniera più che capillare.

Eppure, tali gruppi riescono a pianificare un’azione tanto eclatante senza che né l’Fbi né le altre sofisticate Agenzie di Sicurezza degli Stati Uniti si accorgano di qualcosa. Nonostante a mettere a segno l’azione siano gruppi da loro infiltrati (vedi Piccolenote) e sorvegliati al parossismo… Svista macroscopica, che non può non interpellare.

Lo spray di Sicknik

Una nota a margine per tornare sul giallo dell’agente di polizia morto durante  dell’assalto, al quale si sono aggiunti in seguito due agenti suicidatisi nei giorni successivi, catena di morti misteriosa cui abbiamo dedicato una nota.

Riguardo a Brian D. Sicknick abbiamo già accennato a come la narrativa sulla sua morte sia stata del tutto inventata: era stato detto che era morto a causa di contusioni, con specifica successiva che sarebbe stato colpito in testa con un estintore.

Narrativa smentita dalle notizie pervenute solo settimane dopo: l’autopsia ha appurato che non c’era alcuna lesione sul corpo dell’agente. La causa del decesso è così rimasta ignota, anche se, si è specificato, è presumibile che sia da attribuire a una reazione allergica causata da uno spray (usato dai manifestanti e dalla polizia).

Ebbene, il Washington Examiner di alcuni giorni fa riferiva che durante gli scontri Sicknick aveva contattato la famiglia. Nella conversazione telefonica aveva detto loro di esser stato spruzzato da spray, ma che stava “bene”… Il mistero, quindi, resta tale, come resta misterioso il fatto che le spiegazioni ufficiali siano tanto palesemente fallaci.

 

 

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