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Le donne di Fellini

Ospite dell’ultimo numero di “Harper’s Magazine”, Martin Scorsese ha scritto un saggio folgorante su Federico Fellini. Un pezzo torrenziale, un flusso anche molto struggente di memorie, ricordi, immagini di tutta una stagione del cinema d’autore, di ciò che è stato per la sua generazione e di ciò che non riesce più a essere oggi. Dobbiamo “ripensare da capo la nostra idea di cinema”, dice alla fine Scorsese, “e Federico Fellini può essere un ottimo punto di partenza”. Nel frattempo, il centenario si è appena concluso e non ce ne siamo neanche accorti. Covid, lockdown, sale chiuse, convegni rinviati a tempi migliori. Ma la verità è che Fellini sembra uscito dall’orbita dei nostri interessi. Troppo faticoso. Troppo raffinato. Probabilmente troppo “maschilista” per un’epoca in grande affanno con l’ironia e ogni livello di lettura dei testi che non sia immediato e “ottuso”, come diceva Roland Barthes parlando d’altro. Ci sono vie, piazze, pezzi di Lungotevere, scuole, aeroporti e puntate di “Porta a Porta” dedicate a Fellini. Ma i suoi film non si vedono quasi mai in giro. Osannato, ma allo stesso tempo rimosso. Nell’epoca delle serie televisive, delle piattaforme e del “contenuto sovrano” i film di Fellini sembrano davvero anacronistici, inclassificabili, abbastanza improponibili per lo spettatore di Netflix. E poi chi lo conosce oggi sotto i trent’anni?

 

“Su Fellini è tutto da rifare”, mi dice infatti Anselma Dell’Olio, regista, giornalista, fogliante, autrice di “Fellini degli Spiriti”, documentario che non celebra, non monumentalizza, casomai invita a fare i conti, a rivedere appunto “da capo” la magia dei film di Fellini, a cominciare dalla loro cifra esoterica e misteriosa, dallo smontaggio dell’immagine divistica di Fellini e di cliché e mitologie all’apparenza così consolidati e familiari. “Con Fellini non c’è solo il problema dei giovani che probabilmente non hanno mai visto un suo film. Il problema è che, a parte sbrodolarsi per ‘Otto e mezzo’, Fellini è ancora largamente incompreso da tutti, inchiodato dentro stereotipi che non danno conto di cosa sia stato davvero il suo cinema. Anche Gianluigi Farinelli (Direttore della Cineteca di Bologna) mi diceva che dopo la pandemia bisognerà ripartire da Fellini. Farlo conoscere. Ripresentarlo. Guardarlo con un’ottica nuova”.  “Otto e mezzo” per artisti e intellettuali in cerca d’autore, Mastroianni e Anita Ekberg ammollo nella Fontana di Trevi per qualche tirata sul Made in Italy, e poi la nebbia, la scuola, il fascismo di “Amarcord”, una parata di culi e tette mostruosi, il circo, i clown, una tromba malinconica che intona il motivo de “La strada” e poco altro. Fuori dal circuito di critici e studiosi dell’opera felliniana (peraltro non così tanti come si potrebbe pensare), il campionario finisce qui. Su Fellini si pensa di sapere tutto, “poi però se metti su un suo film rimani spiazzato. Non c’è niente di rassicurante, di sicuro, di conosciuto, Fellini ti porta su un pianeta misterioso, ha poco a che fare con lo storytelling e la possibilità di trovare un messaggio chiaro, un contenuto edificante”.

 

Questa mancanza di punti di riferimento (storia, personaggi, trama, colpi di scena) può oggi intimorire. Solo che con Fellini non è come con Dante o Manzoni. Non c’è il timore reverenziale che ci portiamo dietro dalla scuola. Dunque, che fare? “Fellini va presentato come uno sballo”, dice giustamente Dell’Olio e siamo davvero molto d’accordo con lei. “Fellini è sempre sorprendente. Prendi il ‘Satyricon’, per esempio. A prima vista può sembrare un film per quelli che hanno fatto il liceo classico, in realtà è un viaggio psichedelico incredibile, un’opera bellissima e complessa sul mondo prima del cristianesimo, un film di fantascienza, non un quadro storico. Con il Satyricon è chiaro che se lo spettatore pensa di dover seguire una trama, un plot, resta ampiamente deluso, non capisce, diventa matto. Se invece si lascia andare alla contemplazione di scene che di fatto sono dei quadri in movimento ecco che allora si apre un’altra visione”. Nella sua biografia felliniana, Tullio Kezich ricordava una proiezione del “Satyricon” nel 1969, al Madison Square Garden di New York, dopo un concerto rock, con diecimila hippy seduti per terra, avvolti in una gigantesca nube di hashish, come fossero “a bordo di un’astronave diretta verso ignote mete stellari”. Emblema di una creatività pirotecnica, strabordante, Fellini evoca un periodo irripetibile del nostro cinema, ma la sua immaginazione scaturisce da un sortilegio più antico, da un’Italia arcaica, ancestrale, fuori dal tempo e dalla storia (“minestroso e budelloso come nell’avanguardia millenaria più viscerale e umida”, diceva Arbasino).

 

In “Fellini degli spiriti” rivediamo una scena della “Dolce vita”. E’ uno scambio di poche battute, un momento di passaggio, di quelli che a prima vista neanche si notano. Eppure, c’è tutto Fellini. E’ l’inizio della sequenza del “finto miracolo” coi giornalisti a caccia dei bambini che dicono di aver visto la Madonna. Il prete intervistato si mostra scettico, invita alla calma, ma una donna coi capelli bianchi sorride, scuote la testa gentilmente: “Ma non importa se è proprio la Madonna…la nostra Italia è una terra di culti antichi, ricca di forza naturali e sovrannaturali, e quindi ognuno ne sente l’influenza, del resto chi cerca Dio lo trova dove vuole”.

 

Il documentario di Anselma Dell’Olio esplora proprio questo oscuro, misterioso e potentissimo legame tra le forze sovrannaturali della “nostra Italia” e il cinema di Fellini. A partire da “La dolce vita”, e grazie soprattutto all’incontro con Ernst Bernhard, lo psicanalista allievo di Jung, frequentato fino al 1965, quando Bernhard muore, i film di Fellini si frantumano in mille pezzi. “Dopo aver fatto dei film meravigliosi, costruiti ancora sulle storie”, prosegue Dell’Olio, “negli anni Sessanta Fellini butta via i tre atti, il racconto ordinato, si libera, inizia a fare dei film picassiani, e in questo passaggio Bernhard è fondamentale” (nel suo studio, in via Gregoriana, dietro Trinità dei Monti, sono passati in tanti: Adriano Olivetti, Bobi Blezen, Giacomo Debenedetti. “Mi piaceva tutto di Bernhard”, diceva Fellini, “la strada dove abitava, l’ascensore che sembrava una stanza e saliva lento come una mongolfiera, e lo studio vasto, pieno di libri, con le finestre spalancate sui tetti di piazza di Spagna”: ogni volta che in un’intervista Fellini descriveva qualcosa, fosse anche un ascensore, ci porta già al cinema; tutto il repertorio d’archivio sfoderato in “Fellini degli Spiriti” è lì a ricordarcelo). La dimensione spirituale e il legame con Bernhard sono stati variamente ripresi dalla critica felliniana. Ma la cifra esoterica, paranormale, sovrannaturale è sempre stata vista con diffidenza e malcelato imbarazzo, anzitutto nel mondo accademico. Bernhard si poteva comunque ricondurre a Jung, gli archetipi, la psicanalisi. E per quanto disinvolta, eterodossa, la spiritualità felliniana si lasciava addomesticare nel quadro della cultura cattolica, di una predilezione per il “mistero” certo molto libera e sciolta, ma pur sempre gestita dalla Chiesa (decisiva qui la figura di Padre Angelo Arpa, gesuita, grande amico di Fellini e raffinato interprete della sua opera). In “Fellini degli spiriti”, invece, il paranormale viene rimesso in gioco e trattato come un’opzione interpretativa decisiva per la comprensione di Fellini. “Mai nessuno chiedeva conto a Fellini della sua fascinazione per il paranormale, ma sempre e solo di Jung o Freud”, spiega Dell’Olio. “Nelle interviste facevano sempre le stesse domande. Le sue esperienze con il mondo del paranormale erano d’altronde poco presentabili nel mondo intellettuale. Fellini doveva già scontare – e scontò a lungo – il fatto di non essere schierato o impegnato in un paese dominato dall’ideologia, di fare film non spendibili sul piano dello scontro politico. Accettare di prendere sul serio anche il paranormale era impensabile”. Fellini era incuriosito da sensitivi e santoni sparsi per l’Italia, cialtroni inclusi. Ma l’unico che ammirava, l’unico a cui si accostava con grande riverenza e timore era Gustavo Rol.

 

Noto grazie ai “Misteri d’Italia” di Buzzati e a un libro di Pitigrilli che lo aveva conosciuto alla fine degli anni Trenta, Rol fu un personaggio davvero incredibile. Non aveva nulla dello stregone, del mago, dello sciamano. Era invece un gran borghese torinese, molto cattolico, sobrio, sempre elegante e altero, laureato in giurisprudenza, cresciuto in ambienti raffinati, in case piene di libri, “uno che andava a messa alla Consolata”, come ricorda Dell’Olio. “Eppure è straordinaria la qualità e la quantità di cose attribuite a Rol di cui parlano i testimoni che ho utilizzato nel film, tutti testimoni oculari delle sue imprese, che sembrano quelle dei santi, a cominciare dai fenomeni di bilocazione”. Da buon borghese, Rol però non andava in estasi quando operava, non era mai fuori di sé.  “Fellini attribuiva questa singolarità alla sua fede cattolica, come se questa fosse in grado di dargli una solida struttura per non perdersi sotto l’influenza di forze sconosciute”. Rol ha incrociato personalità come Fellini, Zeffirelli, Vittorio Messori, ma anche Cesare Romiti e gli Agnelli, ha conosciuto De Gaulle, Kennedy, pare fosse in grado di materializzare le lettere di Valletta.  In una “storia paranormale dell’Italia repubblicana, occuperebbe il capitolo più importante, ma rimase in gran parte appartato per tutta la vita (“non si trova quasi niente negli archivi televisivi, non rilasciava interviste”). “Fellini degli spiriti” mette però soprattutto in gioco la sua dimensione di “spirituale”, la teologia personale di Rol che “non usava la parola medium, si definiva una ‘grondaia’, si limitava a fare da tramite, a far passare l’acqua”. Sono termini che ritroviamo spesso anche in Fellini (“la creazione rimane un mistero insondabile, l’artista non è che un medium, una camera d’eco, qualcuno che ritrascrive delle immagini”). In questa cifra esoterico-spirituale, riconosciuta come parte integrante della sua creatività, si specchia anche la parabola “irregolare” di Fellini, la capacità di attraversare tutti gli schieramenti della cultura italiana passandoci sopra come un alieno, ma restituendoci alla fine una perfetta “mitobiografia” del paese. Non un genio isolato, chiuso nei suoi sogni, nelle proprie fantasticherie, quasi un “documentarista”, dice Dell’Olio. “Credo, per esempio, che ‘La città delle donne’ vada visto come un documentario sul femminismo italiano di quegli anni. Ero a Piazza Navona nel 1977, e mi ricordo un gruppo di adolescenti, saranno state una quarantina di ragazze, ululavano tutte insieme, passando come uno sciame, con quel suono stridulo, la zaghroutah, il canto delle donne arabe…e mentre passavano sbattevano i maschi al muro tutti i maschi che incontravano. Ecco, ‘La città delle donne’ era un film su quell’esaltazione. Quelle riunioni femministe erano davvero così, riconosci i moduli, il modo di esprimersi, l’isteria che circolava in quegli anni”. E’ dunque questo il Fellini “maschilista”? “Al contrario, Fellini è l’unico regista ad aver capito il femminismo di quegli anni, il rapporto tra il maschio e la femmina. ‘La città della donne’ è un concentrato di femminismo, che all’epoca non capì nessuno. E anche ‘Prova d’orchestra’ dimostra che Fellini capì il nostro Sessantotto prima e meglio di tutti. Resta però ancora da fare un film su Fellini e le donne, un film libero da pregiudizi, cliché, malintesi, e penso che purtroppo non si farà mai”.  Non sembra in effetti il momento migliore. “Se guardi il sito di ‘Women and Hollywood’ e i diversi account Twitter dedicati a film diretti da femmine, vedi che sono quasi esclusivamente film che parlano di donne. Io invece ho avuto l’opportunità di fare due film su due registi, Ferreri e Fellini, con i quali ho anche lavorato, e che per me sono quelli che hanno indagato più direttamente e profondamente i rapporti maschio-femmina. Ecco perché un film su Fellini e le donne resta un po’ un’occasione mancata per una piena comprensione dell’artista e dell’uomo. Fellini non capiva Sergio Leone o Francesco Rosi che facevano sempre film incentrati sui maschi. Diceva: ‘Ma che senso ha fare cinema se non approfitti dell’occasione per lavorare con delle donne magnifiche?’”. E anche qui c’è tutto Fellini. “Nessuno è più italiano di lui, e allo stesso tempo nessuno è più internazionale di lui, perché Fellini lo capivano pure in Patagonia. Non dovrebbe essere studiato nelle scuole di cinema, dovrebbe essere parte integrante della nostra cultura”.

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