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«L’economia riparte, ma a noi avvocati tocca rialzarci dalle macerie»

Sì, c’è il ritorno della produzione al 2019: e la Giustizia? I vertici di Ordini e Unioni forensi: «La pandemia ha acuito la crisi della giurisdizione, che noi paghiamo più di altri»

Guardare al futuro con ottimismo si può. Lo afferma l’Istat, secondo il quale per il quinto mese consecutivo assistiamo a una crescita congiunturale con «il livello dell’indice destagionalizzato della produzione industriale che supera i livelli prepandemici di febbraio 2020». I dati di aprile 2021 segnalano un rialzo dell’1,8% della produzione industriale sul mese e «tutti i principali settori di attività registrano incrementi su base mensile». Segnali incoraggianti che vengono osservati con attenzione dall’avvocatura. Gli ultimi quindici mesi sono stati pesantissimi e hanno rivoluzionato – per non dire stravolto – la professione legale.

Durante la pandemia, il Dubbio ha raccontato giorno dopo giorno le esperienze degli avvocati, da Nord a Sud, costretti a fare i conti con le situazioni più disparate. A partire dalla nuova organizzazione del lavoro con le udienze nel civile a trattazione scritta, le aule dei tribunali chiuse e i rinvii lunghissimi. I penalisti hanno fatto i conti con le nuove modalità di deposito telematico degli atti, che, nei primi tempi sono state costellate da intoppi informatici. Alcuni avvocati, dopo aver ricevuto il vaccino, non potendo presenziare alle udienze per motivi di salute, si sono dovuti confrontare con atteggiamenti non sempre comprensivi e collaborativi di chi è, dall’altro lato, protagonista della giurisdizione. Ora, tenendo conto delle rilevazioni Istat, una luce pare vedersi all’orizzonte. Predicare cautela, dicono gli avvocati, rimane comunque una regola aurea. «Nella situazione di generale sofferenza – osserva Giovanni Stefanì, presidente dell’Ordine degli avvocati di Bari e componente dell’ufficio di coordinamento dell’Ocf – non è stata risparmiata l’avvocatura, che, anzi, ha registrato un improvviso acuirsi della crisi già in atto prima della pandemia e per fattori ben noti.

A fronte di prime voci che inneggiano a una ripresa emergono, al contrario, i segnali evidenti che siamo al cospetto del momento più critico. Si avvertono infatti le inevitabili ricadute dell’emergenza sanitaria sulla tenuta della professione forense». La pandemia ha rappresentato uno stress test per l’avvocatura. «La giurisdizione – evidenzia Stefanì – ha mostrato tutti i propri limiti e le antiche criticità, facendosi trovare impreparata a fronteggiare l’emergenza e così contravvenendo alla sua naturale funzione di tutela dei diritti. Tale situazione ha riverberato i suoi disastrosi effetti sull’avvocatura, con particolare gravità sulle donne, sui giovani e nel Sud del Paese. È tempo di riforme e le aspettative degli avvocati non possono restare prive di riscontro. Non basta intervenire sulle norme processuali, ma è urgente una riforma di sistema della giustizia». Il presidente degli avvocati baresi ritiene opportuno che vengano fatti investimenti riguardanti le risorse finanziarie e umane: «La funzione primaria dello Stato deve essere dotata delle risorse adeguate. Luoghi dignitosi dove svolgere le attività giudiziarie e strutture informatiche che garantiscano un efficiente funzionamento delle modalità telematiche. Serve una nuova e più efficace organizzazione dell’ordinamento giudiziario che veda una partecipazione a pieno titolo dell’avvocatura nella gestione della giurisdizione, attraverso la valorizzazione del suo ruolo di compartecipe protagonista».

Non si sbilancia nel fare previsioni Simona Grabbi, presidente del Coa di Torino, secondo la quale la crisi pandemica ha minato la fiducia dei cittadini nella giustizia. «Nei rapporti Censis degli ultimi due anni, commissionati da Cassa Forense – commenta Grabbi –, alla domanda su quale sia l’aspetto più critico della giustizia, il 60% dei cittadini intervistati ha risposto individuandolo nella cronica, irreversibile e drammatica lentezza dei procedimenti, civili o penali. È come non avere una risposta di giustizia. Tangibile il sentimento di sfiducia, e ancora troppo poco sviluppato, laddove possibile, il ricorso agli strumenti deflattivi delle Adr, pari a solo il 6% del fatturato dei colleghi italiani». Codogno, cittadina nel cuore della Bassa Padana, è stata poco più di un anno fa al centro della più grave pandemia che ha colpito l’umanità. «Il nostro circondario – afferma Angela Maria Odescalchi, presidente Coa di Lodi – si è trovato per primo a gestire un’emergenza di proporzioni drammatiche. Oggi quei giorni sembrano così lontani, perché purtroppo sacrifici, rinunce e nuove modalità di socializzazione sono quasi diventate la normalità. È in questa nuova dimensione che gli avvocati di Lodi si sono dovuti organizzare per la ripartenza».

E come si immaginano il futuro gli avvocati del Foro lodigiano? «Le aspettative di un rapido ritorno alla “vita professionale” precedente», risponde Odescalchi, «si sono dissolte con la seconda ondata pandemica dell’autunno 2020». «Ciò – prosegue –, da un lato, ci ha costretti a nuovi sacrifici, dall’altro ci ha insegnato a misurarci con la pandemia, imparando a conviverci anche professionalmente. Abbiamo capito che si poteva continuare l’attività di udienza, fugando o comunque limitando i pericoli del tema delle udienze penali da remoto. Si è trattato di una vera rivoluzione. Le statistiche dicono infatti che l’uso della strumentazione tecnologica nel nostro settore è aumentato nel giro di un anno e il bilancio non può dirsi negativo».

Mauro Cellarosi, presidente dell’Unione regionale dei Consigli degli Ordini forensi dell’Emilia Romagna, ritiene che la ripartenza dell’avvocatura dovrà basarsi sul «doveroso riconoscimento in Costituzione della funzione dell’avvocatura e dell’essenzialità della difesa tecnica». Non si tratta di un sogno o un’utopia. È un’esigenza reale. «Gli avvocati – aggiunge Cellerosi – stanno vivendo un periodo di grandi difficoltà conseguente al rallentamento di molte attività produttive e alle incerte prospettive di ripresa. La carenza di liquidità mette a repentaglio per molti la possibilità di proseguire nella professione. Per questo si impongono urgenti interventi di riequilibrio. Mi riferisco all’effettività dei compensi per il patrocinio a spese dello Stato e al rafforzamento dell’equo compenso a garanzia della qualità della prestazione professionale».

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