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L’editoriale del direttore: ci sono case

Ci sono case che raccolgono una vita intera, la somma di tante case precedenti, di mobili che ti accompagnano di trasloco in trasloco o che recuperi un giorno da un magazzino nel momento esatto in cui senti il bisogno di guardarti indietro. Il tempo, si sa, è difficile da maneggiare: in certe case felici, il passato non schiaccia e non scompare, si percepisce ma lascia soltanto segni leggeri.

Ci sono case che non sono più case: racconta chi le è andate a cercare che a volte ci entri e percepisci ciò che erano. Altre volte restano solo un cumulo di calce e mattoni e polvere: hanno perso l’anima, forse hanno persino smesso di essere un ricordo.

Ci sono case costruite attorno al pensiero di accogliere ciò che sta fuori: grandi scorci di cielo tropicale, vegetazione che invade ogni finestra, i colori del tramonto. Ci sono case invece che fuori si nascondono, o scompaiono sotto il livello del suolo, per non rovinare la sorpresa che portano dentro.

Sono, questo mese, perlopiù case che aspettano soltanto di poter aprire di nuovo le loro porte: ad amori, amici o passanti sconosciuti. Verranno, un giorno, senza mascherine, senza gel igienizzante. Sarà domenica pomeriggio, ci si siederà a chiacchierare attorno a un piatto di pasta e si berrà un bicchiere di vino.

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