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L’exit strategy sulla prescrizione nascosta nell’emendamento Pd

Nella proposta dem, la norma cara al M5S resta in vigore, ma il giudizio d’appello “muore” se dura troppo: un’opzione più accettabile per i grillini, fa notare il Nazareno alla ministra

Ci sono gli incontri allargati a tutta la maggioranza, passati al setaccio dalla stampa. Ci sono poi le interlocuzioni informali, meno visibili ma comunque utili. Il discorso vale per tutti, anche per una ministra attenta al rigore delle forme (sia politiche che giuridiche) come Marta Cartabia. E nelle scorse settimane, in un’occasione d’incontro appunto “non collegiale”, alcuni rappresentanti del Pd hanno sottoposto alla guardasigilli una riflessione, più o meno così sintetizzabile: “Lei dovrà avanzare a breve una proposta di emendamento governativo sulla prescrizione.

La commissione Lattanzi ha prospettato due soluzioni: un ripristino delle norme approvate nel 2017, con un lieve allungamento del tempo in cui la prescrizione è sospesa dopo la condanna in primo grado, e una soluzione cosiddetta processuale. Ecco, quest’ultima”, è stato il ragionamento sottoposto dai dem a Cartabia, “è abbastanza assimilabile a un nostro emendamento depositato alla Camera a fine aprile. E la nostra soluzione, in particolare, potrebbe essere politicamente più accettabile per lo stesso Movimento 5 Stelle”. Da qui a dire che la ministra seguirà il suggerimento del Pd ce ne passa. Ma di sicuro intende trovarla a breve, una soluzione. Anche considerato l’approssimarsi di alcune scadenze, ricordato ieri in un articolo del Fatto quotidiano: la riforma penale, con dentro la “nuova” prescrizione, sarebbe in teoria attesa per il 28 giugno nell’aula di Montecitorio, ma quel termine è a questo punto impossibile da rispettare. Non vuol dire, però, che un dossier importante come il restyling del ddl Bonafede sul penale sia destinato ad andare in coda. E infatti non è cosi. Da quanto si apprende, la guardasigilli è tuttora al lavoro per completare la propria azione di sintesi politica, in modo da depositare poi in commissione Giustizia alla Camera le proposte di emendamento. Ed è possibile che quelle soluzioni, innanzitutto sulla prescrizione, «siamo anche diverse, su alcuni aspetti, dalle opzioni suggerite dalla commissione Lattanzi», si fa notare da via Arenula. Insomma, sul penale si lavora. Ma in quale direzione?

E qui vale la pena di tornare alla proposta del Pd, per capre se potrebbe essere presa in considerazione, almeno in parte, da Cartabia. L’emendamento dem sulla prescrizione introduce la «improcedibilità» per i giudizi troppo lunghi, prevista anche dalla “Ipotesi B” della commissione Lattanzi. Tra la proposta del Nazareno e quella degli esperti ci sono alcune differenze. Innanzitutto, secondo i tecnici guidati dall’ex presidente della Consulta (e predecessore, in quella carica, della stessa Cartabia), la prescrizione del reato cesserebbe di avere efficacia, una volta che il pm ha esercitato l’azione penale, dunque dalla richiesta di rinvio a giudizio. A quel punto, la ragionevole durata del processo (che in alcuni casi rischierebbe di essere comunque compromessa) sarebbe sanzionata da una sopravvenuta improcedibilità. In particolare, la cosiddetta “prescrizione processuale” arriverebbe col superamento di limiti anche più dilatati di quelli per i quali scattano i risarcimenti ex legge Pinto. Più precisamente, ipotizza la commissione Lattanzi, il processo “morirebbe” dopo 4 anni in primo grado, 3 anni in appello e 2 in Cassazione. Il Pd dice una cosa leggermente diversa: la prescrizione del reato resterebbe disciplinata esattamente come previsto dalla legge Bonafede, verrebbe cioè di fatto abolita con la pronuncia di primo grado. E come recita la norma approvata all’interno della “spazzacorrotti”, lo stop varrebbe per tutti, condannati e assolti. Ecco il primo pregio, dal punto di vista politico, della proposta dem: non elimina la norma cara ai 5 Stelle. Poi però rimedia alla più insopportabile stortura causata da quella disciplina: prevede che per chi è stato assolto in primo grado, si dichiari l’improcedibilità, in appello, se viene superato il limite di fase previsto nel ddl penale firmato sempre da Bonafede (al massimo due anni). E chi in primo grado era stato condannato?

L’emendamento del Pd suggerisce di “prevedere un termine più lungo oltre il quale l’improcedibilità operi” pure per chi ha subito una condanna in primo grado. E attenzione: visto che si tratta di legge delega, vuol dire che a “prevedere” il termine superato il quale il processo “muore” anche per i condannati dovrà essere la parte attuativa della riforma. Cioè, il decreto legislativo da emanarsi, dopo l’approvazione del ddl delega in Parlamento, ad opera di Cartabia. E chiaro a tutti l’ulteriore vantaggio della soluzione dem, dal punto di vista del M5S: il limite massimo alla durata dei processi verrebbe in ultima istanza fissato non da un voto a maggioranza in commissione Giustizia, ma dalla ministra e, soprattutto, non subito. Il che darebbe a Giuseppe Conte il tempo di prendere meglio possesso del dossier. Allo stesso modo, un muro invalicabile verrebbe comunque ripristinato per qualsiasi processo. Non se ne può certo dedurre, è il caso di ripeterlo, che Cartabia seguirà una ipotesi del genere. Ed è anche vero che la ministra potrà proporre emendamenti, ma che poi saranno pur sempre i deputati della commissione a dover scegliere, sia fra le proposte governative sia fra quelle dei partiti. Di sicuro, un’exit strategy dalla prescrizione arriverà. «Le riforme non possono morire per eccesso di discussione», fa notare Francesco Paolo Sisto, sottosegretario alla Giustizia che ha partecipato in prima persona anche ai lavori della commissione Lattanzi. E in effetti, in tempi di urgenze legate al Recovery, far morire le riforme sarebbe in realtà un suicidio.

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