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LIGABUE, LA FIGURA RITROVATA

Per la prima volta nella sua storia, la Fondazione Museo Antonio Ligabue di Gualtieri (RE) si apre agli artisti del presente, presentando un inedito confronto tra Antonio Ligabue ed undici artisti contemporanei come Evita Andùjar, Mirko Baricchi, Elisa Bertaglia, Marco Grassi, Fabio Lombardi, Juan Eugenio Ochoa, Michele Parisi, Ettore Pinelli, Maurizio Pometti, Giorgio Tentolini e Marika Vicari, capaci di connettere, attraverso la potenza dell’immaginazione, la realtà che conosciamo con un altrove denso di mistero e di speranza.

Antonio Ligabue, Autoritratto, s.d. (1940-1942). Olio su tavola di faesite, cm 25,5×20,5

Curata da Nadia Stefanel e Matteo Galbiati, la mostra Ligabue, la figura ritrovata. 11 artisti contemporanei a confronto, in programma dal 15 maggio al 14 novembre 2021 nel Salone dei Giganti di Palazzo Bentivoglio a Gualtieri (RE), nasce da un nuovo corpus di opere di Antonio Ligabue, raccolte e selezionate da Francesco Negri.

Antonio Ligabue, Leonessa con zebra, s.d. (1958-1959). Olio su tavola di faesite, cm 60,3×78,6

Grazie al rapporto costruito negli anni, insieme al padre Sergio, con i numerosi collezionisti di Ligabue, Francesco Negri ha avuto la possibilità di proporre per la mostra sedici opere di grande valore, tra le quali La leonessa con zebra del 1958-59, che costituisce una prima assoluta per Gualtieri, non essendo stata presente nemmeno nell’antologica del 1975. Il percorso espositivo comprende, inoltre, il piccolo Autoritratto del 1940-42, tra i primissimi realizzati dall’artista all’inizio del suo secondo periodo artistico, ed alcuni dipinti provenienti da precedenti importanti collezioni, come La lotta di galli del 1958-59 e l’Aratura del 1944-45, appartenuti rispettivamente a Walter Chiari e Romolo Valli. Come sottolinea lo stesso Negri, in vista della mostra “alcune tele sono state sottoposte ad un restauro conservativo per togliere quella vernicetta che Ligabue amava distribuire abbondantemente sui suoi quadri per farne risplendere i colori, ma che il tempo e la non qualità della vernice stessa rendeva velati e scuri. Un grazie, pertanto, a loro, ai collezionisti per la disponibilità nel prestare le opere per l’esposizione e per aver operato in sinergia con me in una rinnovata fiducia e reciproca stima”.

Antonio Ligabue, Figura di donna, s.d. (1953). Olio su tavola di faesite, cm 200×100

L’immagine guida della mostra è una Figura di donna del 1953, abbondante nelle forme, tipica dell’Emilia del benessere post-bellico, ma anche vicina alle Veneri paleolitiche (come la Venere di Chiozza, ritrovata nelle zone di Scandiano nel 1940). Un’opera di grandi dimensioni che costituisce, come spiega Nadia Stefanel, consulente artistico della Fondazione Museo Antonio Ligabue e co-curatrice dell’esposizione, “una sorta di pubblicità ante litteram”, in quanto realizzata per una ditta del territorio che produceva impianti di irrigazione, ma anche la sintesi della “potenza attrattiva di ciò che è sempre mancato a Ligabue, una donna, per essere contraccambiato in quell’amore mai corrisposto di una vita. Attraverso l’esposizione si è voluto proporre un altro modo per leggere la figura, portando il nostro sguardo a riconciliarsi con la semplicità, la poesia o la violenza pittorica di Antonio insieme a nuove sollecitazioni, nuove visioni, nuove interpretazioni».

Agli artisti invitati, i curatori hanno chiesto di porsi in dialogo con le opere di Ligabue, testimonianza di un percorso in cui la figura, in una prima fase caratterizzata da una precisa connotazione, viene successivamente sottoposta ad una estrema sintesi, fino a dissolversi nel colore.

Accanto alla figura di Ligabue” dichiara Matteo Galbiati, storico dell’arte, docente e co-curatore “abbiamo voluto riunire alcuni giovani artisti che riflettessero, approfondendoli, anche a distanza, le sue stesse suggestioni; che avessero espressività fondate sugli stessi gangli sensibili. La scelta di questi artisti ha guardato, allora, con precipua attenzione alla specificità delle loro ricerche che, senza condizionamenti o scelte d’occasione, hanno sempre posto l’essenza della loro visione proprio sull’animo come centro di valore per le loro esperienze estetiche. Il tema e il concetto di figura rappresentata è il mezzo per oltrepassare l’immediatezza del resoconto visibile e lasciar affiorare la tensione e la passionalità di immagini che trasfigurano esperienze comuni e condivise”.

Il percorso espositivo si articola in due sezioni: la prima si sviluppa intorno all’energia epidermica, carnale e fisica del colore e del suo realizzarsi attraverso il farsi concreto nella pittura (Andùjar, Baricchi, Grassi, Pinelli, Pometti); la seconda pone l’accento sul potere trasfigurante dell’arte, che coglie l’immagine nell’istante in cui diventa memoria, sogno, miracolo, apparizione, fissandola prima di una sua inesorabile sparizione (Bertaglia, Lombardi, Ochoa, Parisi, Tentolini, Vicari).

Evita Andújar, Stolen seflie 10 o L’attesa (2018). Acrilico su tela, 80×90 cm. Courtesy Collezione Venerucci

Le rappresentazioni pittoriche, attraverso cui Evita Andújar (Écija, Spagna, 1974) esprime la sua poetica, riflettono le molteplici sfaccettature della nostra ordinaria quotidianità. Le protagoniste, dai lineamenti sfumati e dispersi e dai volti disgregati, si sciolgono senza lasciare traccia della propria identità, dando vita ad immagini sfocate fatte di imprecisioni volute, che amplificano una percezione evanescente e a tratti alterata della realtà, di cui rimane solo un lontano ricordo, una memoria appena accennata che ci appartiene, ma che è destinata a dissolversi. La pennellata, materica, dinamica e, allo stesso tempo, delicata, con le aggiunte personali dell’artista all’interno della vernice acrilica, evidenziano il senso di sospensione che emerge osservando i luoghi domestici dipinti.

Mirko Baricchi, Selva #65 (2020). Acrilico su tela, 150×120 cm. Courtesy Cardelli & Fontana, Sarzana

Con Mirko Baricchi (La Spezia, 1970) ci ritroviamo proiettati in un’atmosfera onirica, tra colori con richiami boschivi e intrecci vegetali, dove possiamo quasi sentire l’odore del muschio, della corteccia e dell’acqua fresca che scorre. La dimensione lirica è data dal fascino, dall’incanto e dal mistero delle sue opere, in gradazioni che sfumano dai toni della terra alle tonalità del rosso rugginoso e spento, dai verdi malati ai bruni calmi e pacati, tra luci e ombre, in ambientazioni che restituiscono cicatrici dei nostri ricordi più profondi. Le opere di Baricchi paiono diventare aniconiche, e la modalità rappresentativa e caratterizzata da un particolare metodo produttivo: l’artista, infatti, sfrutta la veloce successione delle pennellate con una conseguente parziale rimozione del colore, prima che si fissi alla superficie. Il risultato e, quindi, una tela saturata dai gesti pittorici.

Elisa Bertaglia, Hic sunt Dracones (2020). Olio, carboncino e grafite su tela e seta, 215×180 cm. Courtesy Sarahcrown, New York (Photo credits Cosimo Filippini)

La leggerezza e la trasparenza degli elementi creano un’atmosfera onirica potente, una testimonianza costruita da Elisa Bertaglia (Rovigo, 1983) su metafore e simboli della natura che risuonano come un canto ancestrale rimbombante nella più profonda interiorità umana. Bertaglia costruisce un percorso di ricerca e sviluppo di una identità e consapevolezza libera e personale, in cui si esplorano gli aspetti più reconditi dell’immaginazione. La pittura si tramuta in elemento altro che ribolle vitale e si espande sulla superficie, ponendosi in contrapposizione con la tenue traccia di polvere della matita che, fragile, sembra sull’orlo della sparizione, ma se analizzata risulta, invece, estremamente fitta e precisa: una vegetazione rigogliosa dove l’intreccio di arbusti rappresenta il districato inconscio di ogni essere vivente, all’apparenza semplice, ma in verità complesso. Cancellazione e rivelazione diventano le fondamenta del tempo e del dato mnemonico: circostanze passate, come il moto di un’onda, si inabissano e affiorano riecheggiando nelle ossa di pesce e manifestando un sentimento impalpabile di bellezza.

Marco Grassi, The Di-Silver Experience n.524 (2021). Olio su alluminio Dibond, foglia argento e resina, 150×153 cm. Courtesy Liquid Art System

Attraverso l’inaspettata combinazione armonica di decorazione e iperrealismo, due dimensioni che sembrano incontrarsi incidentalmente, Marco Grassi (Milano, 1966) ci permette di assistere al superamento dell’arcaica concezione di ritratto, regalando all’osservatore la possibilità di dare vita a un dialogo silenzioso con le tacite, ma vibranti, figure protagoniste dei suoi dipinti. Sono volti silenziosi, enigmatici quelli che l’artista raffigura all’interno della sua produzione artistica che celebra la figura della donna, presentando la sua sensualità ferina e la sua fragilità umana. È proprio qui che la bellezza delle protagoniste, effimera e delicata, viene cristallizzata in un attimo senza fine.

Fabio Lombardi, Ivy (2020). Disegno a grafite rielaborato digitalmente, fotografia e pittura digitale, stampato su seta, 140×100 cm

Fabio Lombardi (Gavardo, Brescia, 1993) si focalizza sulla decadenza in tutte le sue forme per renderla consapevole testimonianza della natura umana. Alcune figure si costruiscono o si decompongono, tra ombre e luci, talora annullate, talora affermate in un equilibrio instabile tra presenza e assenza. Riordina il turbamento della carne, le nervature e i muscoli, le vene sottopelle, il sangue vivo e dona un nuovo soffio vitale a tutti questi elementi, creando opere di una violenta e profonda eleganza. Si pone, così, attenzione sullo stretto rapporto, fondamentale per l’artista, tra erotismo e morte: le figure non sono solo percosse dalla deturpazione, ma la deturpazione è frutto dell’estasi fisica legata al piacere sessuale.

Juan Eugenio Ochoa, Claroscuro (serie – 2016). Olio su tela, 120×80 cm. Collezione privata Albertini

La pittura di Juan Eugenio Ochoa (Medellin, Colombia, 1983) si prefigura come atto di memoria. I volti rappresentati attraverso la stratificazione, le trasparenze, il mistero ed il vuoto sono caratteristiche essenziali per richiamare l’uomo al sogno. I soggetti dei suoi lavori, dalla fisicità indefinita, per mezzo di una stratificazione pittorica di velature, appaiono fantasmi incorporei enfatizzando il senso, a tratti mistico, che aleggia intorno alle immagini e le colloca in uno spazio etereo, esprimendo la condizione umana mutevole e fragile.

Michele Parisi, Delle aurore che ridendo salutammo (2021). Gelatina fotosensibile, grafite, olio su tela, 78×113 cm

La genesi dei lavori di Michele Parisi (Riva del Garda, Trento, 1983) prende vita da un misto di interessi che, portandolo a muoversi tra fotografia e pittura, dà così vita ad un linguaggio personale e intimo. Il dato vero fotografico e il dato fittizio immaginifico istituiscono tra loro un misterioso ed evocativo legame che, come il ricordo, apre a rappresentazioni lontane che si associano, stratificandosi e generando attimi eterni: la traccia di luce viene percorsa dalla pennellata, creando sovrapposizioni, celando o facendo affiorare i dettagli. Le forme si dissolvono e si amalgamano in una dimensione surreale, condensata con l’impressione di una parziale concretezza dai bordi sempre più sfumati, come nel momento in cui il sole tramonta all’orizzonte, non accarezzando più con i suoi vivaci raggi l’ambiente circostante, facendolo precipitare nell’ombra e ricadere nell’oblio.

Ettore Pinelli, Rumore grigio (2017). Olio su tela, 150×200 cm. Courtesy l’artista (Photo credits Daniele Cascone)

Nel secolo delle immagini, la televisione, il web e i giornali sono fonti inesauribili di rappresentazioni di conflitti, scontri e momenti di guerriglia, che divengono i temi principali tramite i quali Ettore Pinelli (Modica, Ragusa, 1984) conduce un’analisi antropologica finalizzata ad indagare gli aspetti più istintivi dell’uomo. L’artista attinge da fotografie e fatti di cronaca, che divengono strumento di ricerca oltre che fonte di spunti visivi ed emblema della realtà nella sua autentica e spiazzante verità. Gli scatti, poco definiti a causa della bassa risoluzione, gli suggeriscono l’utilizzo della sfocatura nelle sue opere, che costituisce una scelta consapevole, rispondendo all’intento di rimanere aderente alla resa iconografica delle fotografie di partenza. L’utilizzo della monocromia aiuta lo spettatore a focalizzarsi sulla scena, sull’urgenza dell’atto in divenire, che spesso viene negato dalla stesura del colore sopra l’azione dei soggetti, limitandone il vagare dello sguardo e creando un connubio tra astrazione e figurazione.

Maurizio Pometti, MadameX (2020). Olio su tela, 100×120 cm. Courtesy LeoGalleries, Monza

Una pittura che diventa lo specchio di memorie lontane, il mormorio e l’ombra di un ricordo labile e incerto attraverso cui l’artista ripercorre il suo vissuto personale, compiendo un cammino all’interno della sua più intima coscienza, affrontando le più recondite paure. La produzione artistica di Maurizio Pometti (Catania, 1987) risulta delicata e ricercata, ma allo stesso tempo notevolmente tormentata, ripercorrendo scene familiari e della sua infanzia che hanno luogo in ambientazioni cristallizzate in un istante infinito, il quale porta con sé sentimenti, sensazioni e reminiscenze passate che affiorano nel presente. Queste atmosfere sono rese attraverso una materia corposa, nervosa, dura e segnica; un tratto denso, applicato con un tocco veloce e sintetico che definisce, ma allo stesso tempo dissolve, generando universi onirici in cui il dato reale viene rielaborato attraverso le sue esperienze. Guardandole si viene attratti da una narrazione che diventa universale e che, come un emozionale richiamo, sollecita le corde che risuonano nella più celata interiorità umana. Una storia che viene fatta propria da ogni uomo che, commosso, ritrova se stesso a confrontarsi con un attonito presente.

Giorgio Tentolini, Sarah (Fade – 2020). Rete metallica intagliata a mano e sovrapposta a fondale bianco, 100×100 cm. Courtesy Colossi Arte Contemporanea

Giorgio Tentolini (Casalmaggiore, Cremona, 1978) sembra faccia dello sfocato, della dissimulazione e del gioco chiaroscurale i capisaldi della sua poetica. Partendo da uno studio prettamente fotografico trasforma gli attimi catturati dallo scatto in opere che, a prima percezione, risultano bidimensionali. In realtà, i suoi lavori nascono dalla stratificazione di livelli di materiale, approdando in una tridimensionalità creando un vero e proprio bassorilievo in negativo. La scelta di sovrapporre le velature di gradazioni chiaroscurali diviene espressione metaforica del substrato emozionale umano. Si riesce, dunque, a vedere l’opera finita tramite quello che non c’è e attraverso il vuoto che ha lasciato l’artista, sottraendo volutamente elementi all’immagine stessa. Si giunge in una nuova e altra dimensione colma di mistero e riflessione.

Marika Vicari, Alberi, segni sulla neve (2017). Grafite su legno,, 120×180 cm. Courtesy Punto sull’Arte, Varese

Lo stile di Marika Vicari (Vicenza, 1979), semplice ed essenziale, è caratterizzato da un forte rigore compositivo e tecnico, che conferisce equilibrio e pacatezza alle opere, le quali sembrano restituire una visione analitica dei paesaggi rappresentati. La delicatezza dell’acquerello sembra fondersi con la rigidità della grafite nera, dando vita a un forte contrasto inaspettatamente armonioso e lirico. Riconosciamo, infatti, nella disposizione degli elementi naturali il risultato ultimo di un processo di costruzione formale estremamente razionale e cosciente, in cui ogni dettaglio non è mai casuale. Il bosco sembra uscire da una dimensione favolistica privata dei suoi personaggi, immobile e sospesa in un tempo parallelo. È proprio l’assenza di figure in queste poetiche rappresentazioni che acuisce quel senso di malinconica solitudine che si prova guardandole, pur restandone incantati.

Attraverso gli undici artisti presenti si propone un altro modo per leggere la “figura” – dell’uomo e del suo ambiente – che, accompagnandosi alla semplicità vera di Ligabue, sa riconciliare il nostro sguardo con presenze che sanno ritrovare se stesse e il proprio essere al di là del tempo.

Ligabue, la figura ritrovata. 11 artisti contemporanei a confronto” concludono Mattea Gialdini e Renzo Bergamini, rispettivamente Assessora alla Cultura e Sindaco del Comune di Gualtieri – è “un’esposizione museale che si anima e si veste dell’oggi”, una nuova proposta di lettura ma anche una sfida accettata da parte dell’Amministrazione comunale, supportata dalla competenza e dalla professionalità di tutte le persone coinvolte.

Promossa dal Comune di Gualtieri e dalla Fondazione Museo Antonio Ligabue, la mostra è realizzata in collaborazione con Regione Emilia-Romagna e Fondazione Cassa di Risparmio di Reggio Emilia Pietro Manodori, con il contributo dei Soci della Fondazione Museo Antonio Ligabue – EmilBanca (main sponsor), Boorea, Coopservice, Landi Renzo –, di Apart Art Advisory e Padana Tubi.

L’esposizione è accompagnata da un catalogo Vanillaedizioni con i testi istituzionali, i testi dei curatori ed un ricco apparato iconografico. I pannelli di sala che introducono il visitatore alla ricerca degli artisti contemporanei, così come le schede presenti nel catalogo, sono realizzati dalle studentesse del corso di “Didattica dei Linguaggi Artistici” (prof. Matteo Galbiati) dell’Accademia di Belle Arti di Brescia SantaGiulia.

 

 

Ligabue, la figura ritrovata

11 artisti contemporanei a confronto

 

opere di

Evita Andùjar  –  Mirko Baricchi  –  Elisa Bertaglia  –  Marco Grassi  –  Fabio Lombardi

Juan Eugenio Ochoa  –  Michele Parisi  –  Ettore Pinelli  –  Maurizio Pometti

Giorgio Tentolini  –  Marika Vicari

 

15 maggio/14 novembre 2021

 

a cura di Nadia Stefanel e Matteo Galbiati

con la consulenza scientifica di Francesco Negri

 

 

Palazzo Bentivoglio

Piazza Bentivoglio 36

Gualtieri (RE)

 

museo-ligabue.it

 

Cover: Antonio Ligabue, Figura di donna, s.d. (1953). Olio su tavola di faesite, cm 200×100 (dettaglio)

L’articolo LIGABUE, LA FIGURA RITROVATA proviene da James Magazine – High Things, tra Bellezza, Arte e Champagne. Autore: Redazione James

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