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L’impeachement di Trump. Usa in stile Unione Sovietica

La richiesta di iniziare un procedimento di impeachement contro Trump è stata consegnata al Senato americano. Una forzatura, dato che si tratta di un procedimento specifico per far decadere un capo di Stato.

Norme simili sono inserite in tutti gli Stati democratici (e anche in altri non considerati tali), consegnando all’assemblea rappresentativa dei cittadini la possibilità di rimuovere, o peggio, un Capo di Stato che si muova in contrasto con i principi fondanti la nazione.

Il processo politico

Una procedura, appunto, di rimozione, che nel caso americano si applica ex-post, nonostante non ci sia più nessuno da rimuovere.

In realtà, si vuole usare di simile strumento per avviare un’inchiesta politica contro un avversario politico. Un processo che evoca quelli in voga in Unione Sovietica. Con un verdetto già scritto in partenza, che già si sa che Trump è “colpevole”.

E se Chuck Schumer, capogruppo dei democratici al Senato, promette un processo “veloce ed equo”, va preso alla lettera solo nella prima parte della dichiarazione, ché difficilmente può essere equo un processo che inizia con una condanna inappellabile. Anche qui il riecheggiare dei processi farsa sovietici è quasi inevitabile.

Nel Paese che ha inventato il fast food anche lo spettacolo di Trump alla sbarra e condannato deve essere consumato in fretta, per chiudere velocemente e per sempre la parentesi del tycoon prestato alla politica, il cui sogno di sopravvivere alla fine della presidenza deve essere stroncato sul nascere.

Incenerire Trump

Gli antagonisti di Trump hanno paura dell’enorme consenso popolare che si è conquistato. Enorme e inspiegabile, dato che essi avevano in mano tutte le leve del potere, dall’informazione mainstream alla Finanza, dalle Big tech all’intelligence.

Eppure, nonostante quattro anni di campagna avversa, il suo consenso non solo non è stato eroso, ma si è allargato, tanto da portargli settanta milioni di elettori, tra cui una percentuale di afroamericani mai conosciuta prima – almeno di recente – dai candidati repubblicani (BBC). E ciò nonostante l’esplosione del movimento Black Lives Matter e le accuse di razzismo.

Ma in questa forzatura c’è anche altro, la necessità di riuscire ex-post in quanto fallito in precedenza, cioè l’impeachement nato sull’Ucrainagate.

Il potere non può accettare che una sua determinazione categorica – quella di stroncare Trump tramite impeachement – sia caduta nel vuoto. Esso percepisce il fallimento, anche di una sola delle sue determinazioni, come un vulnus inaccettabile e a rischio emulazione.

Da qui l’impeachement postumo, del tutto illegittimo nonostante la pretesa legittimità asserita da qualche leguleio compiacente.

Così un procedimento di rimozione a salvaguardia delle democrazia è stato trasformato nel suo opposto: un processo penale dove accusatori e giudici non sono magistrati terzi, ma politici e per lo più appartenenti alla fazione avversa a Trump.

I militari al Palazzo e le leggi speciali

Non è un caso che a questa iniziativa forzosa si accompagnino due eventi di egual segno. La Guardia nazionale, chiamata a vigilare sull’insediamento di Biden, con inopportuno acquartieramento interno al Campidoglio, resterà a Washington fino al prossimo marzo. Democrazia vigilata, per usare un eufemismo.

Allo stesso tempo è stato proposto un disegno di legge contro il terrorismo interno alquanto inquietante, criticato anche da Tulsi Gabbard, ex candidato alla Casa Bianca per il partito democratico.

Esistono già delle leggi anti-terrorismo e puniscono chi progetta e compie simili azioni. Leggi più che sufficienti a permettere alla Sicurezza di impedire l’assalto al Campidoglio, che invece nell’occasione ha brillato per la sua assenza.

Ampliare il senso della legge esistente rende labile il confine tra un pensiero libero e la follia omicida e creare un reato di opinione. Tulsi Gabbard ha paventato che possa essere brandito contro i cristiani, con la scusa di prosciugare il cosiddetto fondamentalismo evangelical, e chiunque ami la libertà (di oggi una nota dello stesso tenore del New York Times).

Aria da regime

Derive inquietanti, da regime. D’altronde è ricorrente, nella storia, che un impero in decadenza abbia simili sbandamenti. Il problema è che mai un impero in decadenza ha avuto arsenali capaci di incenerire il mondo…

Una deriva non nuova per l’America, che dopo il colpo di Stato post 11 settembre ha conosciuto l’introduzione del Patriot act, che ha trasformato tutti i cittadini Usa in sorvegliati speciali. Ironia delle narrazioni, tale inquietante involuzione viene giustificata come necessaria a contrastare il fascismo di ritorno.

Nel frattempo registriamo la strana dichiarazione di Biden, il quale, al momento di avviare l’impeachement, ha detto che tanto non passerà, dato che per essere approvato serve il voto di almeno 17 senatori repubblicani, che non arriverà (Cnn).

Dichiarazione forse veritiera o forse no, quel che colpisce è la sua inutilità, dato che non c’era alcun bisogno di aggiungere previsioni. Sembra una sorta di messaggio in codice, come a manifestare il suo disaccordo, reiterando così una ritrosia già manifestata al tempo del primo impeachement.

Ma anche l’imperatore deve obbedire. E però quella previsione favorevole a Trump interpella. Nonostante la pretesa onnipotenza, a volte anche il Potere va a vuoto. Vedremo.

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