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“Mi avvisò il prefetto: e mi venne freddo…”

La telefonata di Cardona annunciò il primo caso. Poi arrivarono i militari

La «prima immagine» è lo schermo del cellulare. Così ricorda all’Agi Francesco Passerini 35 anni , sindaco di Codogno e anche presidente della Provincia di Lodi. È mezzanotte e venti minuti del 21 febbraio 2020. mangia un panino e beve una birra in un bar assieme a un consigliere comunale dopo una lunga seduta in Municipio. Sul display il nome del prefetto, Marcello Cardona. «Ho pensato che fosse successo qualcosa sul sito del Frecciarossa deragliato a Lodi pochi giorni prima, che era sorvegliato dopo l’incidente: Francesco, ti chiamo per dirti che il primo caso di coronavirus in Italia è a Codogno».

Respiro interrotto, poi la risposta con una domanda: »Ma davvero?». «No, uno scherzo non poteva essere – ricorda Passerini – chi mi parlava era il prefetto. Però mi ripetevo che non era possibile: le zone a rischio erano i porti, gli aeroporti, i confini. Non certo un paese nel cuore della pianura Padana». «Ti arriveranno delle chiamate, poi ci aggiorniamo» taglia corto Cardona che di lì a pochi giorni finirà ricoverato per Covid. «Ho salutato il consigliere, dicendogli che c’era un problema, sono andato a casa e mi sono attaccato al telefono. Alle 5 mi ha richiamato un sindaco di un paese vicino per chiedermi se gli avevo fatto uno scherzo annunciandogli la notizia. Da quel momento, per tre giorni non ho dormito». La consapevolezza arriva da un’informazione che quella notte gli dà il presidente del Croce Rossa Locale: «Abbiamo cento interventi in coda a Codogno: è impensabile, qualcosa non va». Il giorno dopo, il giovane sindaco firma l’ordinanza con cui chiude tutto, poi arrivano la prima zona rossa, i militari che sigillano Codogno e i paesi vicini. Il momento più duro arriva a marzo. «È stato quando assieme a cinque volontari della Protezione civile abbiamo svuotato la Chiesa per metterci le bare che non ci stavano più altrove. Volevamo evitare che i nostri morti finissero fuori, le scene che purtroppo poi abbiamo visto coi camion di Bergamo. Abbiamo tolto le panche, fatto spazio per loro. Non ci siamo detti nulla. Solo alla fine, abbiamo guardato tutti con gli occhi vitrei l’altare, tutti avevamo in ballo un discorso, un’interlocuzione tra noi e Dio o con noi stessi. Ho provato un freddo mai avuto. La percezione era quella di essere lo stremo e la parola che si ripeteva dentro era ancora, ancora… Sembrava non dovesse finire mai». A marzo a Codogno sono morte 154 persone, l’anno prima 46 nello stesso periodo. Ogni giorno nella Chiesa c’era una media di 18 bare che i familiari potevano vedere per pochi minuti, il tempo della benedizione. «Dovevamo controllare ogni giorno che non fossero troppe, per motivi sanitari. Allora si pensava che i morti potessero essere contagiosi». Tra il 21 febbraio e l’8 maggio i decessi saranno 224. «Impossibile dire se avessero tutti il Covid, quello che è certo è che sono nostri cari che non hanno potuto avere un funerale». Per loro, Codogno adesso ha un giardino della memoria sul modello di quello di Berlino per le vittime dell’Olocausto progettato con un concorso d’idee. «È per noi e per le future generazioni. Un luogo verde, di vita, di futuro».

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