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Milano, “Grazie, Mic”: torna in vita la fotocamera di un secolo fa

Armata di pennelli a setole morbide, gomme e microaspiratori, Serafina Pignotti si accinge a pulire il soffietto di una camera italiana ‘da campagna’ datata 1890, di quelle che venivano usate all’aperto per antichi scatti open air. Ventotto anni e una laurea alla Scuola di restauro di Brera, Serafina è una delle due new entry che dall’Accademia per questo mese di febbraio si sono unite allo staff della Cineteca, inaugurando una collaborazione che si prospetta come duratura. Con l’amica trentenne Elisa Albano sono incaricate di un compito delicato: restaurare ventuno macchine fotografiche a lastra della collezione della Cineteca, che dal 15 marzo, pandemia permettendo, verranno esposte nel nuovo allestimento del Mic, il Museo Interattivo del Cinema in viale Fulvio Testi 121, accanto ad altri tre gioielli d’antan che già facevano bella mostra nelle teche. Scatole magiche di legno e ottone che hanno viaggiato nel tempo fino a noi da fine Ottocento e inizi Novecento, forgiate in laboratori tecnici che, più che ai colossi tecnologici di oggi, assomigliavano a botteghe di orologiaio. Le targhette riportano nomi scomparsi da decenni. Ci sono camere degli anni ’10 dei milanesi Lamperti e Garbagnati, e una del 1880, elegantemente rivestita in pelle, firmata Oscar Pettazzi, con tanto di indirizzo: via Montenapoleone 16. E ancora marchingegni costruiti dagli Alinari di Firenze, da Pietro Bisà a Roma, una macchina a soffietto modello Knapp del 1920 della Goerz di Berlino e un’altra pieghevole, o ‘folding’, della mitica Kodak, la Brownie del 1900.

“Più che un restauro la nostra è una manutenzione – precisa Serafina – . Noi ripristiniamo l’aspetto estetico delle fotocamere, non il loro funzionamento. Lo chiamiamo ‘dry cleaning’, pulitura a secco. Per prima cosa facciamo un’attenta documentazione fotografica del pezzo, poi procediamo alla pulitura rimuovendo polveri, particolato e macchie, infine con miscele solventi togliamo eventuali vecchie patinature o vernici successive ossidate”. Camere “polimateriche” le chiama Serafina in gergo tecnico. La plastica ancora non esisteva, erano fatte di materiali naturali e nobili: legno, metallo, ottone, cuoio, carta, tela. “Le parti in cuoio vanno riconsolidate, reidratate e lucidate, e anche quelle in legno”.



Un lavoro da antiquario, che dà soddisfazione: le prime risplendono già sotto il vetro delle teche della nuova sala a pianterreno, creata apposta per loro. È la sala ” cinema e fotografia” dove scoprire i dagherrotipi, ossia le prime immagini fotografiche, soprattutto ritratti di buoni borghesi, impresse su lastre di rame già dal 1840. Oppure i primi rudimentali tentativi di dare movimento all’immagine fissa, come gli stereoscopi che con foto su lastre in vetro davano l’illusione della tridimensionalità: la Cineteca ne ha una serie sulla città di Milano e un’altra sulla Grande Guerra. Ma ci sarà anche un tocco di tecnologia contemporanea: una “sharing box”, ossia una macchina fotografica digitale, ma di foggia ottocentesca, con cui farsi un ritratto da stampare o pubblicare sui social scegliendo uno sfondo immersivo cinefilo, dal set dei Blues Brothers all’ingresso degli studi della Paramount a Hollywood.

La sala sarà il punto di partenza del nuovo allestimento del museo, ampliato a circa 1000 metri quadrati inglobando i quasi 400 metri degli uffici al primo piano. I lavori, costati attorno ai 300mila euro, sono iniziati a dicembre e finiranno per la riapertura che il direttore della Cineteca Matteo Pavesi si augura possa cadere, come quella dei cinema, attorno al 15 marzo: ” L’ampliamento ci ha consentito di organizzare la visita in modo diverso – spiega Pavesi – . La prima parte, a piano terra, sarà storica. Sopra, al primo piano, le nuove sale saranno interattive, più legate al gioco e a visioni che vanno oltre il cinema, con posizioni per i videogame e la Virtual Reality”.


 

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