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Morti in corsia, l’appello conferma: 30 anni di carcere per l’infermiera di Saronno Laura Taroni

Laura Taroni è stata condannata a trent’anni di carcere. La sentenza di primo grado è stata confermata oggi, per la seconda volta, dalla Corte d’Assise d’Appello di Milano, davanti a cui si è svolto il processo ‘bis’ all’infermiera di Saronno, ritenuta responsabile dell’omicidio del marito Massimo Guerra e di quello di sua madre, Maria Rita Clerici. Il primo, 46enne agricoltore, lentamente avvelenato con dei farmaci dal novembre 2011 fino alla morte avvenuta nel giugno 2013. L’anziana morta nel gennaio 2014, per via dell’iniezione di un farmaco ‘fibrinolitico’, utilizzato in ospedale per sciogliere i coaguli di sangue nei pazienti colpiti da ictus. Omicidi che sarebbero avvenuti con la complicità dell’ex primario del pronto soccorso Leonardo Cazzaniga, tuttora imputato in appello per 12 morti in corsia e già condannato all’ergastolo in primo grado. 

La Corte d’Assise d’Appello di Milano, si è pronunciata oggi per la seconda volta sul caso dell’infermiera, e questa volta ha escluso l’aggravante della premeditazione. Mancavano infatti 13 pagine alla sentenza di secondo grado depositata a novembre di due anni fa, così la Cassazione ha dovuto annullarla con rinvio. La pg Nunzia Ciaravolo, nel chiedere la conferma a 30 anni per la donna, si è detta convinta che c’era in Laura Taroni “una lucida volontà di uccidere” il marito Massimo Guerra che è stata “portata avanti con tenacia, e nonostante le difficoltà incontrate nel momento. E infatti si è deciso infine di farlo morire in casa”, perché “portarlo al pronto soccorso”, li avrebbe portati all’attenzione di una commissione ospedaliera che era stata istituita un paio di mesi prima. Sempre l’accusa aveva parlato di “uso disinvolto e sprezzante di farmaci per mettere a posto le persone”. 

Nel nuovo processo è stata disposta una perizia psichiatrica per la donna, che è stata giudicata capace di intendere e di volere al momento dei fatti. Il professore Franco Freilone, spiegando in aula le conclusioni della sua relazione, aveva ipotizzato “una fascinazione per un controllo sulla morte” da parte dell’infermiera aveva parlato di “componenti di una personalità isterica di tipo nevrotico”. La difesa, invece, che ha prodotto una propria consulenza, aveva chiesto l’assoluzione e dopo la lettura del dispositivo ha espresso la propria delusione per la sentenza e ha annunciato ricorso in Cassazione. Oggi gli avvocati hanno letto in aula una missiva scritta dalla stessa Taroni. In un passaggio la donna spiegava: “In carcere ho ritrovato serenità, penso ai miei figli e alla possibilità di riabbracciarli”. I figli della donna e di Guerra, sotto la tutela di un curatore, sono parte civile nel processo così come i familiari del 46enne, assistiti dal legale Luisa Scarrone. A questi ultimi è stato negato il risarcimento in questo processo in quanto, a differenza del processo Cazzaniga che entrerà nel vivo il prossimo 23 febbraio, l’ospedale non è responsabile civile. Scarrone ha poi espresso soddisfazione “per la conferma della condanna, è stato un percorso delicato e complesso, la vicenda umana ovviamente non finisce e la ferita non si rimarginerà”. 

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