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Mosse e prospettive della Germania sulla crisi energetica

La risposta della Germania alla crisi energetica è consentita dalla Kfw (la Cdp tedesca) e dal Fondo di stabilizzazione economica. L’approfondimento di Gianni Bessi, autore di “Post-Merkel. Un vuoto che solo l’Europa può riempire”

La decisione di stanziare 200 miliardi di euro per contrastare la crisi energetica ha messo in chiaro che la Germania è pronta a ogni azione per uscire dall’impasse degli approvvigionamenti delle fonti fossili, anche trascurando l’esigenza dell’Ue di muoversi compatta su questo fronte.

Dovendo descrivere l’impegno tedesco di fronte al cambio di scenario provocato dalla guerra russo-ucraina e dallo tsunami energetico del 2022 che ha sconvolto ogni programmazione teutonica mi vengono in mente le parole di sir Winston Churchill: «nessun popolo è più preciso dei tedeschi nella preparazione e nella pianificazione, ma ugualmente nessun popolo può risultare maggiormente sconvolto quando i suoi piani falliscono. Essi non sono in grado di improvvisare».

Prima di oggi la pianificazione tedesca è stata impeccabile: uscita dalla dipendenza storica dal carbone, chiusura delle centrali nucleari, scelta di puntare su un mix energetico gas-rinnovabili, col gas che arrivava copioso e a buon mercato dalla Russia con cui, dai tempi dell’Ostpolitik di Willy Brandt, i rapporti si sono saldati anche grazie alla costruzione dei gasdotti, in piena guerra fredda, a cui tutti i cancellieri si sono poi uniformati. Anche dopo il crollo del muro di Berlino. Anzi…

Non ultima Angela Merkel ha rinsaldato la collaborazione con la Russia: durante i suoi 16 anni da cancelliera ha incontrato almeno due volte all’anno Vladimir Putin, vuoi nella dacia dello “Zar” a Sochi oppure al castello di Meseberg, l’accogliente guest house del governo federale tedesco situata appena fuori Berlino. Un flirt così palese almeno dal punto di vista commerciale, che è stato coniato il termine GeRussia. Un intesa vista da sempre come il fumo negli occhi dal deep state americano.

Il tutto, non c’è bisogno di dirlo, con l’approvazione della potente Confindustria tedesca e dei sindacati, nella tradizione della Mitbestimmung (la forma di governance diffusa fra le grandi aziende tedesche). Il risultato era che la ‘locomotiva europea’ marciava a pieno vapore.

La risposta alla crisi energetica è sicuramente consentita da un’architettura federale che ha come protagonisti la Kfw, la Banca statale tedesca per gli investimenti e lo sviluppo (istituto simile alla nostra Cassa depositi e prestiti) e il Fse, il Fondo di stabilizzazione economica, creato durante la pandemia Covid per sostenere le imprese con misure di stabilizzazione perché rafforzino la loro base di capitale e affrontino le carenze di liquidità.

E quindi si ripropone il tema di come il governo federale possa superare la norma costituzionale ‘frena il debito’, che in tempi normali permette di derogare al pareggio di bilancio solo per lo 0,35% del Pil annuale ma che può essere sospesa in caso di situazioni di eccezione e di catastrofi naturali. Questa possibile azione potrebbe aprire altri scenari.

In Germania è aperto un acceso dibattito sulla possibilità di sospendere la norma limitatamente alla crisi energetica causa la guerra Russo-Ucraina.

Ecco allora il tema più ampio delle ‘nazionalizzazioni’: per quanto riguarda la Germania l’esempio è quello del gigante energetico Uniper a cui è stato concesso finora un bailout di 32 miliardi, con il governo – come riporta Bloomberg – che è comunque pronto ad alzare la posta fino a 60 miliardi.

Oppure quello di Sefe, cioè l’ex Gazprom Germany, che verrà rilevata dallo stato con un aumento del prestito a 13,8 miliardi.

Oltre alle decisioni di natura finanziaria ci sono quelle ‘operative’, che fanno pensare come la Germania punti sul gas come fonte energetica per i prossimi decenni. La decisone per l’installazione di 5 nuove unità-rigassificatore nel mare del Nord non ha trovato ostacoli e non ha richiesto procedure straordinarie, come sta avvenendo in Italia. È un’operazione coerente con l’accordo, pre scaldalo Qatargate, che partirà nel 2026 e durerà 15 anni, per l’importazione di 2 milioni di tonnellate di Gnl con il tanto discusso Qatar. E con la marcia indietro sul “nien” al divieto sui permessi di ricerca ed esplorazione del gas nel mare del nord o la legge in discussione al Bundestag per ‘espropriare’ proprietà così da collegare alla rete i terminali offshore di gas naturale liquido. Che ci sia la volontà di espropriare anche le parti delle due pipeline Nord stream 1 e 2? Chi vivrà vedrà!

Anche se a singhiozzo ha manifestato la propria disponibilità, l’unico passo in cui la Germania ha esitato a lungo, per paura di rimanere senza forniture, è l’apertura al price cap sul gas a livello di Consiglio europeo. Ma dopo oltre 6 mesi di discussioni ormai il caso doveva trovare un compromesso. Anche qui, chi vivrà vedrà…

Poi c’è il tema elettrico con il ritorno del carbone come fonte di alimentazione delle centrali. Tra gli interventi ‘straordinari’ il governo federale intende operare sulla rete di distribuzione elettrica investendo 50 miliardi per acquistare la maggioranza della Tennet olandese, grande azienda del settore. Il piano industriale, appunto, prevede 50 miliardi di euro di investimento per i prossimi 10 anni di cui il 70 per cento a carico della Germania.

È presto per dire se il cambio di mentalità sia dovuto all’emergenza, e lì resterà confinato, con i limiti rilevati dall’ennesimo famoso aforisma di Winston Churchill oppure se il governo ‘semaforo’ Spd-Grune-Fdp ha dato inizio a una nuova era della celebre programmazione teutonica.

E quindi come si muoverà la grande Germania nel 2023? A mio parere gli indizi sembrano confermare la consueta prassi tedesca che con un occhio guarda all’Europa, quando si tratta di definire gli standard comuni come per le regole di mercato o le politiche monetarie, con l’altro all’interesse nazionale che ha come pilastro l’equilibrio e la ricerca di stabilità. È sempre lo stesso zeitgeist: il sincretismo tedesco.

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