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Nadef, il governo Meloni gioca in difesa. Ecco perché

La speranza non è una strategia. Tutti i numeri e le prospettive della Nadef. L’analisi di Giuseppe Liturri

Prudente, realistico, sostenibile e responsabile” con queste parole il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, all’unisono con il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha definito l’approccio della legge di bilancio per il 2023.

Venerdì si attendeva un numero che avrebbe definito tutto il perimetro della politica economica del governo per i prossimi 14 mesi. E quel numero è arrivato ed ha costituito la presa d’atto che l’unica strategia di breve termine possibile per il nostro governo – da tempo nel mirino di istituzioni UE e dei mercati ed atteso al varco della prima manovra economica – è quella di muoversi all’interno del sentiero tracciato dalla Commissione. Qualsiasi deragliamento sarebbe stato punito severamente con metodi che conosciamo bene, avendoli provati sulla nostra pelle tra 2011 e 2012 e nell’autunno 2018 e la Meloni si è accontentata del piatto che passava il convento.

Il governo di Mario Draghi aveva lasciato un’eredità ben definita nella Nota di aggiornamento al Def rilasciata a fine settembre. Era monca perché conteneva solo la parte tendenziale, cioè a legislazione vigente, prima che il nuovo governo facesse alcunché. Per il 2022 e 2023 il deficit/pil era rispettivamente pari a 5,1% e 3,4%. E da lì la Meloni doveva ripartire. Con l’aggiornamento comunicato venerdì dal governo abbiamo anche la parte programmatica che prevede che deficit/pil per il 2022 salga al 5,6% e per il 2023 al 4,5%. In entrambi i casi si tratta di variazioni ampiamente nel solco del percorso di riduzione del deficit/PIL già promesso da Draghi con il Def di aprile. Le indicazioni programmatiche del nuovo governo devono quindi contenersi entro mezzo punto di PIL (circa 9/10 miliardi) spendibili in questo ultimo scorcio di anno, e 1,1 punti di PIL (circa 21 miliardi) spendibili nel 2023.

Se si considera che il decreto “Aiuti-ter” di fine settembre, per mitigare l’impatto della crisi energetica prevedeva interventi per 13,1 miliardi, ci vuole poco a capire che 21 miliardi aggiuntivi per il 2023 serviranno a malapena a coprire il fabbisogno dei primi tre/quattro mesi. E dopo? Non ci si può affidare a “io speriamo che me la cavo”. Perché la speranza non può essere una strategia.

È vero che gli spazi di manovra del governo non si esauriscono all’interno del deficit aggiuntivo annunciato, ma possono allargarsi comprendendo nuove spese o minori entrate tutte rigorosamente finanziate riducendo altre spese o aumentando altre entrate. Quest’altro ramo della manovra di bilancio è tutto da costruire e potrebbe portare qualche lieve effetto espansivo, perché le uscite e le entrate non hanno tutte un identico effetto sullo sviluppo dell’economia.

Ma il grosso dell’effetto espansivo deriva dal deficit aggiuntivo e, come detto, nelle condizioni date la Meloni è stata costretta a fare le nozze con i fichi secchi e così ha fatto. Non ci stancheremo mai di ripetere che, pur essendo attiva la clausola di salvaguardia del Patto di Stabilità, il governo Draghi è stato ligio nel ridurre il deficit/PIL 2022 in modo da rispettare il percorso di avvicinamento all’obiettivo di medio termine richiesto dalle regole UE. Si deve arrivare ad un avanzo di bilancio (sì, avanzo!) dello 0,3% attraverso riduzioni di almeno 0,6 punti all’anno.

Il 5,1% previsto da Draghi nel 2022 ed il 4,5% che intende conseguire la Meloni nel 2023 rispettano perfettamente questo obiettivo. La differenza è che Draghi nel 2022 è stato aiutato da un PIL cresciuto oltre le previsioni (+3,7% reale), a cui si aggiunge l’effetto dell’inflazione. Ricordiamo infatti che il deficit/PIL e debito/Pil si calcolano usando il PIL nominale. Nel 2023 la Meloni rischia di ritrovarsi a rincorrere un Pil decrescente (+0,6% programmatico appare soggetto a numerose incertezze).

Nei prossimi giorni, il documento programmatico di bilancio (Dpb) riprenderà il perimetro disegnato venerdì e lo riempirà di tutte le misure – sia pure solo abbozzate – che concorrono a determinarlo. Quel documento andrà prima a Bruxelles e poi in Parlamento per un percorso (probabilmente affidato ad uno o più decreti legge) che parte con circa un mese di ritardo rispetto agli abituali tempi della sessione di bilancio.

Si poteva fare di più e meglio? Non intendiamo iscriverci al partito – peraltro molto affollato – di chi soffre dell’ansia di prestazione di tranciare giudizi su un governo, ad appena 40 giorni dalle elezioni e 10 giorni dalla fiducia parlamentare.

Rileviamo soltanto che bisogna tenere conto delle condizioni date e, oggettivamente, non è un buon momento per andare a solleticare i mercati che, da diversi mesi, vedono il debito governativo come il fumo negli occhi. Anziché offrirsi al fuoco nemico uscendo dalla trincea in ciabatte e secchiello in testa, andando incontro a sconfitta certa, la Meloni ha preferito sopravvivere, sia pure soffrendo ed ha conquistato qualche mese di tregua.

Sperare che ad aprile diventino operativi mitologici strumenti per contenere i prezzi dell’energia, che esistono solo nei sogni degli annunci post Consiglio Europeo – come tetti, corridoi, mansarde e seminterrati vari – non appare una strategia promettente. Così come non promette nulla di buono restare in attesa di nuovo debito comune europeo, che potrebbe ragionevolmente solo assumere la veste di prestiti del Mes, che decreterebbero la fine politica del governo chiamato a chiederli.

La Meloni, con questa manovra di bilancio, si è probabilmente conquistata qualche mese di luna di miele con le istituzioni Ue, i mercati, le famiglie ed imprese italiane. Al termine, dovrà aver convinto i primi che è possibile darle fiducia e lasciar fare all’Italia una politica fiscale moderatamente espansiva, dopo un decennio di fallimentare austerità.

Oppure la scelta sarà soltanto tra fallire con onore – sfidando tutti per difendere il Paese – o fallire con disonore.

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