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Nel decreto sui “raduni pericolosi” c'è un po' di tutto – Il Post

Alla Camera è in discussione in queste ore la conversione in legge del decreto sui cosiddetti “raduni pericolosi”, il modo in cui il governo Meloni ha deciso di riferirsi ai “rave party”, cioè le feste di musica techno organizzate senza permessi. Il decreto-legge era stato approvato nel primo Consiglio dei ministri del governo, il 31 ottobre, e come tutti i decreti-legge deve essere convertito in legge entro 60 giorni. Il parlamento ha quindi tempo fino al 30 dicembre: i tempi sono particolarmente stretti, e l’opposizione ha annunciato di voler fare ostruzionismo per far decadere il decreto.

Il governo ha posto la fiducia per sveltire il procedimento di approvazione, ma ci sono anche 157 ordini del giorno da votare. Il voto su questi ultimi comincerà giovedì alle 19 con la cosiddetta seduta fiume, cioè la prosecuzione ininterrotta dell’esame del testo fino ad approvazione (che però alla fine risulterebbe approvato nel giorno di inizio della seduta). È anche possibile che il presidente della Camera faccia ricorso alla cosiddetta “ghigliottina” (impropriamente chiamata “tagliola”), uno strumento eccezionale e sempre molto criticato che permette di interrompere l’esame di un testo e di approvarlo così com’è per evitare l’ostruzionismo (finora è stato usato una sola volta, nel gennaio 2014, per decisione della presidente della Camera Laura Boldrini).

Il testo in discussione alla Camera è identico a quello approvato il 13 dicembre dal Senato, ma piuttosto diverso da quello originariamente elaborato dal governo. Nel frattempo è stata infatti radicalmente modificata la norma principale del decreto-legge, quella appunto che dovrebbe contrastare i “raduni pericolosi”. La norma era stata infatti molto criticata sia dalle opposizioni sia da giuristi e costituzionalisti, che ne contestavano l’eccessiva vaghezza e la sproporzione delle pene previste, e dopo molte polemiche era stata cambiata.

È stata innanzitutto modificata la definizione stessa dei “raduni”: nella prima formulazione non si parlava mai esplicitamente di “rave party”, ma la definizione era così vaga da poter essere estesa anche a manifestazioni, scioperi, occupazioni studentesche. Il testo riformulato parla invece specificamente di «raduno musicale o avente altro scopo di intrattenimento». Nella nuova versione, inoltre, ad essere perseguibili saranno solo gli organizzatori, mentre nella prima stesura del testo lo erano anche i semplici partecipanti, seppur in maniera minore. Non cambiano però le pene previste, che vanno dai 3 ai 6 anni, con multe da 1.000 a 10.000 euro.

Il decreto-legge interviene anche riformando il cosiddetto ergastolo ostativo, una pena senza fine che “osta” a qualsiasi sua modificazione e che non può essere né abbreviata né convertita in pene alternative, a meno che la persona detenuta decida di collaborare con la giustizia. L’ergastolo ostativo stabilisce che le persone condannate per alcuni reati di particolare gravità, come mafia o terrorismo, non possano essere ammesse ai cosiddetti “benefici penitenziari” né alle misure alternative alla detenzione. Per queste persone è escluso l’accesso alla liberazione condizionale, al lavoro all’esterno, ai permessi-premio e alla semilibertà.

Nell’aprile del 2021 la Corte Costituzionale aveva decretato che la norma fosse incompatibile con la Costituzione e aveva dato mandato al parlamento di modificarla entro il novembre del 2022 (se per questa scadenza non fosse stata approvata alcuna legge, la norma che prevede l’ergastolo ostativo sarebbe stata abolita). Il governo è stato quindi “costretto” ad approvare entro novembre una nuova norma, che comunque non ha mancato di suscitare polemiche.

Il decreto non elimina l’ergastolo ostativo, ma prevede che si potranno concedere forme di “benefici” penitenziari a tutti quei detenuti che, anche senza aver collaborato con la giustizia, dimostrino di aver tenuto una corretta condotta carceraria e partecipato a un percorso rieducativo. Ne continueranno a essere esclusi i detenuti in regime di 41-bis, ovvero il “carcere duro” per i delitti più gravi come mafia e terrorismo.

Inoltre i detenuti per reati connessi all’associazione di stampo mafiosa, di scambio politico-elettorale di tipo mafioso, violenza sessuale, su minore e di gruppo, tratta illecita di migranti, traffico illecito di sostanze stupefacenti, induzione e sfruttamento della prostituzione minorile e pornografia minorile non potranno comunque essere ammessi alla liberazione condizionale se non hanno scontato almeno due terzi della pena, o almeno 30 anni in caso di condanna all’ergastolo.

Sempre a proposito di benefici penitenziari, un emendamento al testo del decreto-legge, presentato da Forza Italia e approvato dalla commissione Giustizia del Senato, prevede che vengano eliminati dalla lista dei reati ostativi (che cioè non prevedono la possibilità di ricorrere a permessi premio e misure alternative) reati gravi contro la pubblica amministrazione, come corruzione, concussione o peculato. Questi reati erano stati inseriti tra quelli ostativi nella cosiddetta legge “spazzacorrotti”, fortemente voluta dal Movimento 5 Stelle quando era al governo e approvata nel 2018.

Tra le altre cose il decreto-legge si occupa anche di salute: già a partire dalla sua approvazione in Consiglio dei ministri aveva anticipato al primo novembre la fine dell’obbligo di vaccino per il personale delle strutture sanitarie, che in origine sarebbe dovuto scadere il 31 dicembre. Un emendamento inserito nel corso dell’esame in Senato ha inoltre sospeso fino al 30 giugno del 2023 il pagamento delle sanzioni da 100 euro previste per le categorie di persone che dal primo febbraio scorso fino al 15 giugno erano obbligate a vaccinarsi e non l’avevano fatto.

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