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Nicola Zingaretti col nemico Salvini. E il Pd si ritrova senza identità

Tu chiamalo se vuoi il profilo di un partito, l’effetto di una stagione da segretario: Nicola Zingaretti aveva cominciato dichiarando degli avversari, se l’è ritrovati via via tutti alla stessa distanza; e adesso, due anni dopo, pronunciare quello che pareva ovvio diventa una notizia. «Pd e Lega restano due forze alternative, qualsiasi cosa accada», ha detto il capo dem l’altro giorno alla Camera. Accipicchia. La misura di una leadership forse passa di qui. Dall’avere tutti nemici, al rischio di non averne neanche uno. Dal tutti fuori, al tutti dentro: piazza grande, forse troppo. Sperando forse che l’arrivo di Draghi dia una spinta verso nuovi lidi, sufficiente a scorgere un futuro, oltre quello che chiama il «governo che guarda al presente»; e sperando che le elezioni comunali anche in città importanti come Roma, Torino, Napoli, pur con nomi e alleanze ancora tutte da definire, concludano l’opera meglio di come farebbe un congresso. Certo, l’ultima volta in cui diede l’appoggio a un governo guidato da un non politico (novembre 2011, premier Mario Monti), il Pd finì per perdere tre milioni e mezzo di voti: quindi anche nel volgere lo sguardo al futuro, bisognerà essere cauti. Strano destino comunque, quello di Nicola Zingaretti: segretario del Pd dal 2019, in due anni ha fatto fare al suo partito un’apparente rivoluzione copernicana, senza apparentemente muovere una foglia. Anzi, in ultimo rivendicando un grande classico: «Sono gli altri che si sono spostati». E, paradossalmente, divincolandosi da quella che all’inizio pareva essere, come dagli anni Ottanta in avanti, l’unica stella fissa: l’eterno Goffredo Bettini, protagonista nel gennaio 2021 di un inedito ruolo da telefonatore-sostenitore-esterno che, anche visto l’indubbio successo strategico raccolto con il fantomatico “Conte tre”, ha innervosito tutti, ex diessini ed ex margheritini.


Ma bisogna ricordare da dove si parte, per capire dove si è arrivati. Due anni fa, alla convention del Pd che avviava la fase finale delle primarie che avrebbero eletto Zingaretti, Maurizio Martina, reggente del post Renzi e candidato a sua volta alla guida del partito, inanellava frasi ad effetto che sono la fotografia di un’epoca. «I miei avversari non si chiamano Nicola Zingaretti e Roberto Giachetti », spiegava Martina iniziando la lista dai suoi competitor per la segreteria, «I miei avversari sono quelli che tengono bloccate le persone in mare sulla Diciotti e sull’Open Arms. I miei avversari sono quelli che rimettono in circolo il protocollo dei Savi di Sion e non vengono espulsi dal loro partito. I mei avversari sono quelli che bloccano i vaccini. I miei avversari sono Matteo Salvini, Luigi Di Maio, Beppe Grillo…». All’epoca, in pieno governo gialloverde, nel Pd imperversava una tale lotta interna che già indicare come avversario qualcuno fuori dalla sede del Nazareno pareva una rivoluzione. Un mese dopo, alla vittoria di Zingaretti, Renzi stesso inneggiava addirittura alla pacificazione, twittando: «Adesso basta col fuoco amico: gli avversari politici non sono in casa, ma al governo». Ecco la grande rivoluzione zingarettian-copernicana: gli avversari politici adesso nell’era di Draghi sono stretti stretti, vicini vicini. E, viceversa, quelli che erano «in casa», sono più lontani: Roberto Giachetti con Matteo Renzi in Italia viva, il suo recalcitrante vice di quella fase, Matteo Richetti, in Azione con Carlo Calenda; Maurizio Martina addirittura fuori dalla politica, vicedirettore generale alla Fao.

Eccola, dunque, la pax zingarettiana. È il paradossale effetto di un segretario che ha cominciato il proprio mandato voltando pagina rispetto all’epoca «della rabbia, dell’odio che ci ha impedito di riflettere», insomma dell’era renziana e, a forza di predicare la «piazza grande», è finito a praticare un Pd senza confini precisi, di identità per lo meno blanda. Incapace, ad esempio, di fare qualcosa di più che un blando maquillage ai decreti Salvini, ma capace di proporre a Draghi un programma di 26 pagine in cui brilla lo ius culturae, nello stesso momento in cui però non pone veti nei confronti della Lega, che un diritto del genere non lo ammetterà mai. Così come è stato pronto, fino a pochissimi giorni fa, a sostenere come capo-federatore del nuovo centrosinistra Giuseppe Conte, ossia una personalità messa a palazzo Chigi da un altro partito, i Cinque Stelle, e destinata quindi a far crescere i consensi più di là (M5S) che di qua (Pd).


La parabola insomma è chiara: dal superomismo dem-renziano a una quotidianità fatta di orgogliosa subalternità, fino al parossismo di porre la leadership fuori dal proprio confine, e ritorno. Un nome, quello di Conte, che Zingaretti ha continuato a sostenere come «unico» fino all’ultimo, per smettere giusto quando il premier dimissionario si è presentato col banchetto dei microfoni davanti a Palazzo Chigi, e ai Cinque Stelle si è rivolto finalmente in termini di: «Noi». Solo allora il Pd ha archiviato gli slogan diffusi via social, in cui l’avvocato del popolo era «il» punto di equilibrio, ed è passato alla strategia di sganciamento: «Un federatore? Ne discuteremo, è una persona che ha dato grande contributo e continuerà a darlo», ha detto in tv Zingaretti a Lucia Annunziata una settimana fa, prima ancora che il tentativo di paracadutarlo al collegio di Siena lasciato da Padoan fallisse pure quello tra i fischi e le proteste del Pd locale.

Il subalternity pride che il segretario dem cominciò a sventolare nel settembre 2019, appena dopo aver subìto l’alleanza giallorosa senza passare dalle elezioni (era contrario) e la premiership di Conte (era contrario), ha in ultimo preso una forma piuttosto inedita, che suona così: abbiamo perso le elezioni, «eravamo dati al tramonto», «abbiamo il 14 per cento alla Camera, e l’11 per cento al Senato», abbiamo «subìto una scissione», eppure governiamo. Sottotitolo: qua stiamo facendo miracoli, di cosa vi lamentate? È la tesi che ha sostenuto in ultimo anche alle consultazioni di martedì alla Camera dei deputati. Zingaretti, spiegano, continua in effetti a portare avanti quello che lui chiama «il blocco», ossia l’alleanza di Pd e Cinque Stelle (e Leu). Ripete infatti che «in Parlamento abbiamo 321 deputati, 156 senatori», riferendosi perciò non ai suoi ben più esigui gruppi di Camera e Senato – che peraltro tutt’ora non controlla, soprattutto a Palazzo Madama, essendosi formati sotto la segreteria Renzi – ma all’intera alleanza giallorosa nella formazione dell’ultima fiducia votata a Conte.


Cosa ne sarà adesso di questa alleanza, difficile a dirsi. Di certo nelle sue prime mosse post era-Conte, il governatore-segretario ha voluto ribadire la bontà del progetto. Nella versione originale, pre avvocato del Popolo: Zinga stesso vinse nel 2018 la Regione Lazio in controtendenza, quando il Pd raggiungeva il minimo storico del 18,7 per cento, proprio proponendo verso i grillini un atteggiamento assai lontano dal «not in my name» dell’epoca renziana. Adesso, tuttavia, si apre una stagione ulteriore, per il partito che guida: dopo il Conte due, nel quale il Pd ha lavorato sulla stessa vocazione del M5S, ponendosi in concorrenza dei grillini come partito sudista e antisalviniano, il Pd si dovrà porre infatti la questione di come competere anche al nord, ad esempio prendendo spunto dal lavoro di Stefano Bonaccini in Emilia Romagna, o di Giorgio Gori a Bergamo, per non parlare di Giuseppe Sala a Milano. L’avvento di Draghi spariglia infatti tutti gli equilibri precedenti.


Torna dunque in auge, per questa via, l’opportunità di celebrare un congresso. Parola magica che fiorisce qua e là per tutta la penisola, così come rifiorisce in proposito la figura di Bonaccini – governatore allo stato indicato come unico possibile competitor, per quanto risulti più isolato di prima, e da taluni addirittura come possibile via per il rientro di Matteo Renzi nel partito (ammesso e non concesso che il leader di Italia Viva abbia ancora voglia di partiti). Lo stesso Zingaretti, che oggi definisce «da marziani» parlarne in mezzo a crisi e consultazioni, non ha mai in effetti mostrato timore, all’ipotesi di misurarsi con una nuova prova: già un anno fa, subito prima della pandemia, sarebbe stato felice di celebrare un congresso che sarebbe arrivato puntualissimo, appena dopo la vittoria in Emilia-Romagna, la prima regione riconquistata dopo una sfilza di sconfitte di cui l’ultima, cocente, in Umbria. Si sa poi che il Covid-19 ha reso rapidamente inopportuno anche solo pensare a un congresso. Eppure non sfugge, a chi anche nel Pd guarda il calendario, come non si riesca a immaginare quando collocare il prossimo appuntamento, anche volendo. Certo non prima della messa a punto di Def e Recovery Plan, quindi non in primavera. Certo non prima delle amministrative, che sarebbero previste per giugno ma – come recitano i tam tam di Palazzo – potrebbero slittare persino a settembre. E a quel punto, in pieno semestre bianco, un congresso non sarebbe neanche proponibile. Quando allora?


Ergo, sussurra una fonte ben informata, alludendo alla quinta colonna dello zingarettismo: «Se Dario Franceschini non cambia posizione, e non la cambia, un congresso non si farà». A sostituire il congresso, saranno piuttosto le elezioni comunali, che «paradossalmente saranno importanti solo per il Pd, come momento in cui ci si gioca la percezione diffusa di essere competitivi per le prossime elezioni». Non che il Pd sia preparato, anche su questo fronte, vi è da dire.


I nuovi assetti nazionali arrivano come un vortice, su accordi che anche prima erano ben lontani dall’essere conclusi, su quasi tutte le piazze. È significativo, per dire, che lo stesso giorno, il 5 febbraio, la Stampa e il Corriere del Mezzogiorno ospitassero interviste parallele per dire la stessa cosa su città diverse e lontane: «Ora basta, bisogna decidere, non c’è altro tempo da perdere», diceva il Pd a Torino e il Pd a Napoli. E del resto si sa, la voglia di non decidere confina con l’immobilismo, e l’immobilismo tende per natura a non agguantare la vittoria: anche se, bisogna dirlo, in questo lo zingarettismo ha saputo fare eccezioni. Allo stato, tuttavia, l’unico punto fermo è il bis di Sala a Milano. Su Napoli si giocano partite parallele, che passano da ipotesi ormai consolidate, come quella di Enzo Amendola, ma arrivano tutt’ora a lambire la presidenza della Camera: l’ipotesi di una candidatura di Roberto Fico ha ricominciato infatti a circolare, nella misura in cui il Quirinale si è fatto più lontano dalla portata di uno che pure ambisce, come Dario Franceschini, e che per lo meno potrebbe finire a sedere sulla terza poltrona più importante delle istituzioni, prima della fine della legislatura. È però forse Roma il più efficace simbolo dell’era zingarettiana: frustrata l’inconfessabile e cinica ipotesi che fosse la magistratura a risolvere l’ingombrante affaire Virginia Raggi, come del resto accaduto per Torino con Chiara Appendino, ora tiepidamente si immagina di lanciare personalità sul tipo di Roberto Gualtieri, a competere con la sindaca uscente, in una gara fra debolezze pari forse soltanto alla scintillante scelta di Guido Bertolaso per il centrodestra.

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