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Orlando «Noi della Rete siamo stati gli eredi del compromesso storico. Il vero Pd? Non è ancora nato»

Il 21 Marzo del 1991, esattamente trent’anni fa, nasce la Rete-Movimento per la Democrazia. Insieme a Leoluca Orlando, democristiano anomalo, leader della primavera palermitana nel nome del presidente della regione Piersanti Mattarella – l’erede politico di Aldo Moro – assassinato per ordine della mafia il giorno dell’epifania del 1980, ci sono Nando Dalla Chiesa, sociologo, figlio del generale Carlo Alberto, assassinato dalla mafia nel settembre del 1982, Diego Novelli, comunista, già sindaco di Torino, Claudio Fava, figlio del giornalista Pippo Fava, assassinato dalla mafia a Catania alla vigilia dell’epifania del 1984, Alfredo Galasso, giurista, comunista, ex-membro del Csm, Carmine Mancuso, figlio di Lenin, maresciallo di polizia, autista di Cesare Terranova, capo dell’ufficio istruzione, rientrato nei ranghi della magistratura dopo una parentesi come parlamentare della sinistra indipendente.

Ne parliamo con Leoluca Orlando, per la sesta volta (non consecutiva) sindaco di Palermo. La prima volta fu nel 1985, ancora con il vecchio sistema elettorale. Nella Dc, dopo l’assassinio di Piersanti Mattarella, il rinnovamento demitiano in Sicilia (commissario palermitano Sergio Mattarella, segretario regionale Calogero Mannino, capogruppo in comune Vito Riggio) significava lotta alla mafia e alle sue connessioni con il sistema politico e istituzionale. E punta su Leoluca Orlando, giovane giurista, allievo di Piersanti Mattarella, figlio ribelle dell’aristocrazia palermitana («Sarei potuto finire con un bicchiere di whisky in mano in uno dei tanti salotti palermitani”, raccontò a me e Antonio Roccuzzo nel libro Palermo uscito nel 1990 per Mondadori), che avevo «scoperto” nel 1982 come assessore al decentramento nella giunta di Elda Pucci. Nel 1987 nascerà, in pieno pentapartito nazionale, la sua giunta anomala Dc-Pci (con il via libera di Ciriaco De Mita e di Achille Occhetto che negli anni ’70 era stato segretario del Pci in Sicilia conducendo una durissima battaglia contro due sindaci democristiani affiliati ai corleonesi e autori del sacco di Palermo, Salvo Lima – assassinato dai suoi ex-sodali nel 1992 per non aver rispettato i patti – e Vito Ciancimino . «Fu la continuazione del compromesso storico di Aldo Moro e di Enrico Berlinguer. E che qui in Sicilia aveva il volto di Piersanti Mattarella, che di Moro era l’erede, e che fu isolato anche perché nel 1979 il Pci ruppe la solidarietà nazionale. Colpendo lui la mafia aveva assassinato il Re buono e la Sicilia cominciò a ribellarsi”, ricorda oggi Orlando.

Nel corso degli anni ‘80 la mafia aveva decapitato il sistema politico e istituzionale assassinando il capo della mobile, Boris Giuliano, il capo dell’ufficio istruzione, Cesare Terranova, il capo della procura, Gaetano Costa, il segretario provinciale della Dc, Michele Reina, il presidente della regione Piersanti Mattarella, il segretario regionale del Pci, Pio La Torre, il prefetto antimafia, Carlo Alberto Dalla Chiesa. Non è solo un impressionante elenco di morti, è un colpo di stato silenzioso, che divora dall’interno la legalità con le complicità e le connessioni e abbatte chiunque si metta sulla sua strada, mentre Giovanni Falcone e il pool antimafia ne svelano la nuova natura: Cosa Nostra, micidiale macchina di guerra, mix di traffici illegali, khalasnikove business, tritolo e politica.

Ho fatto questa premessa perché senza comprendere quel contesto, così duro e drammatico nel quale nascono i semi che porteranno all’ascesa politica di Leoluca Orlando e alla nascita della Rete, non si comprendono neppure certe asprezze, certi strappi dolorosi, le accuse di giustizialismo che piovvero addosso all’uno e all’altra, né gli errori di quel movimento e del suo leader.

Populista, giustizialista, professionista dell’antimafia, quali di queste accuse le pesa di più?: «Lo sono stato davvero o certe scelte erano dettate dal contesto nel quale avvenivano? Mi accusavano di populismo quelli che volevano difendere un sistema politico morente, ma io non sono populista, perché credo che il populismo prometta la soluzione immediata dei problemi e chi governa non può farlo; mi accusavano di essere giustizialista coloro che non volevano giustizia, ma io non sono giustizialista: il diritto alla difesa è il più alto che ci sia e quell’avvocato il mestiere più nobile del mondo; la mia concezione della pena oggi mi fa dire che Palermo è il Carcere dell’Ucciardone”, dice il sindaco di Palermo. Il contesto dice molto, ma non tutto e la degenerazione giustizialista del movimento antimafia è purtroppo una realtà incontestabile, anche se questo è, ovviamente, solo il mio punto di vista.

Torniamo comunque al Contesto di trent’anni fa. «È l’anno della prima Guerra del Golfo, stretto tra la caduta del muro di Berlino nel 1989 e le stragi mafiose che avverranno l’anno successivo, nel 1992”, ricorda Leoluca Orlando. Quel 1991 è anche, così un po’ alla rinfusa, l’anno dell’assassinio di Libero Grassi, di Gladio, dell’impeachment contro il presidente picconatore Francesco Cossiga, della nascita del Pds, del VI e VII governi Andreotti, di Mario Draghi direttore generale del tesoro, di Umberto Bossi segretario della Lega, di Ciarrapico mediatore tra De Benedetti e Silvio Berlusconi sulla Mondadori, dello sbarco degli albanesi, della Centesimus Annus di San Giovanni Paolo II, del referendum di Mario Segni sulla preferenza unica. Dominano le hit musicali Carlo Tanica con Claudio Bisio, Riccardo Cocciante e Michael Jackson, ma all’undicesimo posto si piazza «Ti Spacco la Faccia”, del Gabibbo, il pupazzo protopopulista della tv berlusconiana.

«I partiti tradizionali agonizzavano travolti dal crollo del muro di Berlino, incapaci di pensare un futuro. Le nobili tradizioni politiche dei democristiani, dei comunisti, dei socialisti, dei liberali, erano diventate scatole nelle quali rinchiudere le proprie identità. La Rete si pose subito come movimento trasversale, una grande tenda post-ideologica nella quale ognuno potesse essere liberamente se stesso senza rinchiudersi in una logica di appartenenza escludente. Ci consideravamo gli eredi del compromesso storico, l’ultima grande politica che l’Italia abbia avuto. Per sfuggire all’eterno presente sul quale si erano appiattiti i partiti ci immaginammo subito come un movimento a tempo, tant’è vero che dopo un po’ cambiammo il simbolo da Rete per la Democrazia a Rete per il Partito Democratico» Lei sostiene dunque che la Rete fosse un’anticipazione del Pd? «Lo dimostra il fatto che quando nacque l’Ulivo di Romano Prodi la Rete si sciolse nella coalizione senza contrattare nulla».

Poi ci furono i Democratici di Prodi e Arturo Parisi, la Margherita di Francesco Rutelli, l’Italia dei Valori, la partecipazione alla sconclusionata e brevissima esperienza di Rivoluzione Civile di Antonio Ingroia. Infine, l’approdo nel Pd. Cosa c’era dello spirito originario della Rete in queste successive esperienze di un lungo peregrinare, ma sempre nell’ambito del centrosinistra? «Quel che rimaneva allora e rimane oggi è la suggestione della Rete come lievito culturale, una sorta di agenzia educativa cui preme di più consolidare i valori che gli apparati, l’idea di un partito che non sia una scatola chiusa dalla logica dell’appartenenza, piuttosto una tenda che liberi le identità, nella quale ognuno possa definirsi liberamente comunista, socialista, democristiano, liberale, riconoscendosi uniti nella strada che si vuole percorre insieme e non divisi dalle vecchie appartenenze».

C’è qualcosa della sua Rete nel Pd di Enrico Letta? «Conosco bene Enrico Letta, cui mi lega la comune radice nel cattolicesimo democratico, intesa con come recinto escludente, ma aperto alla contaminazione. Un legame che si è rafforzato nel periodo del suo esilio parigino e della mia totale emarginazione nei palazzi del potere. Ora è finalmente possibile realizzare le politiche del vero Partito Democratico. Il Pd deve sfruttare la tregua politica del governo Draghi voluto dal presidente Mattarella come l’opportunità di superare le diseguaglianze territoriali e sociali a partire dalle fasce deboli: giovani, donne e Mezzogiorno; per realizzare riforme delle Pubbliche Amministrazioni che valorizzino le risorse umane e consentano di utilizzare rapidamente le risorse finanziarie anche europee. Palermo non è più la capitale della mafia perché, qui come altrove, l’abbiamo cacciata dal comune e non vogliamo più sentirci dire che siccome c’è la mafia non possiamo spendere le risorse; per promuovere l’internazionalizzazione del Paese in prospettiva europea e mediterranea con particolare attenzione al continente africano. E per preparare il ritorno alla competizione politica tra schieramenti avversi»

L’idea di porre Palermo al centro del Mediterraneo («Palermo è una città mediorientale nel cuore dell’Europa, il suo ponte verso l’Africa”, dice il sindaco) risponde a una visione «globale, ma non globalizzata in modo subalterno” del ruolo del nostro paese e dell’Europa. Visione che è simbolicamente rappresentata dal premio conferitogli dal Roosevelt Institute, che ha sede anche in Olanda dove aveva origine la famiglia del presidente americano, andato in passato a diversi leader mondiali, che è stato deciso nel 2020 ma che, causa covid, gli sarà consegnato nel corso di una cerimonia digitale il prossimo 31 marzo alla presenza dei reali d’Olanda. Un premio nella categoria “Freedom from fear” Libertà dalla paura, ma come ci si libera dalla paura in un tempo che da essa sembra dominato?

«Il Virus ci ha paradossalmente uniti: i tanti fragili che prima erano considerati invisibili sono diventati ora visibili e chi prima era visibile precipita nella condizione di invisibilità dei fragili. E ne potranno uscire solo insieme. Libertà dalla paura significa anche pensare che il diritto all’ambiente prima che per noi e per Greta è necessario per i miliardi di persone che subiscono nel continente africano la desertificazione e il climat change. La sicurezza è un valore per chi vive nelle metropoli di un continente che non conosce guerre dal 1945 o per chi è costretto a fuggire dalle guerre oggi? Io dico bene allo ius soli , ma il diritto alla mobilità internazionale cozza con l’idea stessa di permesso di soggiorno. Io sono palermitano non per il sangue dei miei genitori ma perché ho scelto di essere palermitano, e così deve essere per chiunque viva a Palermo”, risponde Orlando.

I suoi consigli a Enrico Letta: «Il vero Pd non è ancora nato, perché coloro che vi sono confluiti hanno vissuto finora come separati in casa. Serve una nuova tenda nella quale ognuno possa sentirsi a casa propria. Serve una sintesi ardita, come quella immaginata dal compromesso storico, che non può nascere da accordi di potere tra le correnti».

Ha parlato prima delle accuse che le sono state rivolte di essere stato populista, cosa pensa del populismo oggi? «Ho già risposto sul contesto nel quale nascevano quelle accuse, ma non è giusto dire che non esista un populismo di sinistra. Quando sei all’opposizione può funzionare, ma non quando sei al governo, perché il populismo, nella sua ansia di ottenere risposte immediate a ogni problema, esaltata dall’era digitale, si appiattisce sull’eterno presente che non conosce il passato e non sa immaginare il futuro. Pensi che possiedo una collezione di elefanti, l’animale dalla memoria lunga. Quanto al futuro, forse è possibile immaginare il superamento della contrapposizione tra eguaglianza e libertà. Nello zaino metterei anche quella straordinaria intuizione del Psi di Craxi e Martelli nel convegno di Rimini sui meriti e i bisogni: evitare che i meriti diventino privilegi esclusivi e i bisogni degenerino nel clientelismo. E prima di tutto quella fraternità, il terzo pilastro della Rivoluzione Frances, di cui ci parla Papa Francesco, che laicamente io vivo come messaggio politico attualissimo»

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